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venerdì 26 settembre 2025

Cervo intrappolato sulla A1, salvato dalla Polstrada: dopo le cure torna libero nei boschi


 


Momenti di tensione ieri lungo l’Autostrada A1 Panoramica, nel tratto appenninico all’altezza di Pian del Voglio (Bologna), dove un cervo è rimasto intrappolato tra i guard-rail in mezzo al traffico.

L’animale, visibilmente spaventato, non riusciva a liberarsi e rischiava di essere investito dalle auto e dai mezzi pesanti in transito. Per consentire l’intervento in sicurezza, le pattuglie della Polizia Stradale hanno disposto il rallentamento della circolazione e la chiusura temporanea di entrambe le carreggiate, evitando così possibili incidenti.

Sul posto sono intervenuti anche i veterinari della sanità pubblica dell’Azienda Usl Toscana Centro, che hanno provveduto a sedare il cervo e a recuperarlo con le dovute cautele. Dopo le visite e gli accertamenti clinici, l’ungulato – risultato in buone condizioni – è stato rimesso in libertà nei boschi della zona.

L’episodio, oltre a concludersi con un lieto fine, riaccende l’attenzione sul tema della presenza di fauna selvatica nei pressi delle grandi arterie autostradali: negli ultimi anni, anche in Appennino, non sono mancati avvistamenti e incidenti che hanno coinvolto cervi, caprioli e cinghiali.

giovedì 29 aprile 2021

Caccia agli ungulati. I conti non tornano. Il piatto piange, anzi è vuoto.

Il 25% delle carni dei cinghiali abbattuti è destinato ai volontari selecontrollori mentre la parte restante venduta e l'introito riconosciuto all’Ente di provenienza. Né il 25% spettante ai cacciatori né il 75% spettante all’Ente pubblico è stato assegnato.  

 

Il capogruppo di RETE CIVICA - Progetto Emilia-Romagna Marco Mastacchi ( nella foto)  ha presentato un’interrogazione alla Giunta Regionale riguardo all'attività venatoria di controllo della popolazione degli ungulati e in particolare dei cinghiali.  

In Emilia-Romagna il cinghiale appare insediato stabilmente e in modo pressoché uniforme principalmente nel complesso Appenninico. Danni alle colture e incidenti stradali sono i due eventi che caratterizzano la presenza del cinghiale e che danno luogo a costi di rimborso dei danni a carico delle istituzioni, nella misura in cui l'animale è presente.  

È per questo che, per effetto delle disposizioni della Legge Regionale e del Regolamento Ungulati, il cinghiale è cacciabile in Emilia-Romagna. È inoltre oggetto di consistenti abbattimenti effettuati in regime di piano di limitazione numerica, ai sensi dell’art. 19 della Legge Nazionale. Dall´analisi delle serie storiche dei dati raccolti si registra una generale tendenza all'incremento del loro numero in Regione.  Si rileva inoltre come il cinghiale sia la specie più impattante tra quelle che hanno prodotto danni alle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche, producendo perdite economiche per oltre tre milioni di euro. 

La Città Metropolitana ha approvato il ''Protocollo sperimentale per la gestione degli interventi in piano di controllo cinghiali ed attività correlate conseguenti, in scenario Covid-19'' attivandolo in via sperimentale a decorre dal maggio 2020 al maggio 2021, in quanto la presenza pervasiva del cinghiale nell'area metropolitana interferisce da tempo con l'uomo e ha accentuato negli anni l'allarme sociale e i rischi alla pubblica incolumità, i danni alle colture e all'ecosistema.  

La Città Metropolitana aveva inoltre disposto che il 25% circa delle carni fosse riconsegnato ai volontari per compensarli del loro sforzo venatorio, mentre la parte restante, venduta dal Centro, fosse riconosciuta all’Ente di provenienza (Regione, Provincia o in questo caso la Città Metropolitana) con un corrispettivo in base al quantitativo venduto.  

Si rileva però che dal 2017 ad oggi né il 25% spettante ai cacciatori né il 75% spettante all’Ente di provenienza è stato assegnato e per quanto la pandemia possa aver influito sulle normali attività gestionali, il ritardo accumulato nelle annate precedenti il Covid 19 non trova giustificazione.  

Non c'è dubbio che i mancati ristori rappresentino un danno per i cacciatori, per l’attività svolta dai Centri lavorazioni carni degli ATC e un mancato introito per l’Ente pubblico. Fatto questo che incide sulle politiche di prevenzione che potevano essere portate avanti e che invece non si concretizzano.  

Oltre al mancato introito per l'Ente pubblico, di grande impatto può risultare anche il danno per i cacciatori. Il numero dei cacciatori sta costantemente calando, fatto che prefigura un problema non da poco perché verranno a mancare le risorse umane che rendono possibile l'attuazione del Piano di Controllo. Disincentivarli non gratificandoli con quanto loro dovuto può rivelarsi controproducente.  

Alla Giunta il Consigliere Mastacchi chiede se non ritenga opportuno intervenire, così come previsto dall’art 40 della LR.13 del 2015, per uniformare a livello normativo i criteri di gestione dei piani di controllo, al fine di ottenere su tutto il territorio regionale una puntuale rendicontazione economica e amministrativa delle azioni poste in essere dai referenti circa la distribuzione dei compensi ai coadiutori.

Propone inoltre di intervenire con un aggiornamento normativo per garantire a livello regionale una puntuale rotazione dei referenti nell’ambito dei piani di controllo, ai fini di una maggior trasparenza e di un piano di contenimento dei danni più efficace ed efficiente.  

 

giovedì 21 gennaio 2021

Il Covid blocca anche la 'caccia selettiva' e gli ungulati in sovranumero danneggiano l'agricoltura anche in pianura

Question Time del Consigliere di Rete Civica Mastacchi sulle restrizioni imposte al prelievo selettivo in ambito venatorio. “L'aumento importante degli ungulati non solo in collina e in montagna ma anche in pianura crea danni importanti all’agricoltura e non solo. 


Danni da cinghiali

di Letizia Rostagno

Le disposizioni attuali, imposte dall’emergenza sanitaria, non consentono lo svolgersi previsto del calendario venatorio che vedrebbe nel periodo gennaio/marzo il maggiore piano di prelievo selettivo per quanto riguarda le femmine e i piccoli di cervo, capriolo e daino, così come i maschi di cervo, daino e capriolo (questi ultimi in pianura) e soprattutto ogni classe di cinghiali. 

Molti cacciatori di selezione hanno già versato le quote di iscrizione agli ATC (Ambiti Territoriali di Caccia) e non potranno sfruttare tale iscrizione. Oltre al danno importante che si creerà in agricoltura a causa dell’imperversare indisturbato degli ungulati, si dovrà registrare anche il danno agli Ambiti Territoriali di Caccia che si sostengono solo grazie al contributo che viene dalle iscrizioni dei cacciatori di selezione, che non potendone usufruire, non saranno disposti a rinnovare. 

La caccia di selezione si svolge in autonomia, al massimo in due, con rischio di contagio molto inferiore rispetto alla caccia in braccata al cinghiale, che a differenza di quella di selezione, è consentita. 

Mastacchi fa notare come ancora una volta le disposizioni emergenziali non vengano attivate sulla base di comportamenti ma sui codici di attività, generando veri e propri controsensi.

Interroga l´Assemblea sull’opportunità di consentire i prelievi anche ai cacciatori di selezione, consentendo gli spostamenti degli stessi anche fuori dai comuni di residenza e la deroga rispetto agli orari del coprifuoco (22.00 – 5.00) che sono incompatibili con qualsiasi azione venatoria, che necessita di uscite mattutine e spostamenti anche lunghi e rientri che dopo la caccia prevedono la sosta nei centri di misurazione per le opportune verifiche sugli animali.  

Risponde l´Assessore Mammi che, preso atto anche delle misure nazionali a questo riguardo, dichiara che l’assessorato sta valutando di consentire la caccia di selezione agli ungulati come richiesto da Mastacchi, anche perché la sollecitazione per un intervento in questo senso è giunta con insistenza anche dalle Associazioni Agricole. 

Sarà necessario un confronto nonché un accordo con le Prefetture a causa degli spostamenti anche importanti che si renderanno necessari per i cacciatori di selezione fuori dai loro comuni di residenza ma l´Assessore Mammi assicura che questa via verrà senz’altro attivata vista la valenza anche di servizio pubblico per la comunità che questo tipo di caccia ha, trattandosi di una vera e propria azione faunistica necessaria per mantenere la popolazione degli ungulati proporzionata rispetto al territorio oltre a essere una caccia estremamente regolamentata e controllata. Non saranno derogabili invece gli orari che sono stringenti e imposti a livello nazionale.

Si dichiara parzialmente soddisfatto Mastacchi che teme che gli accordi necessari con le Prefetture portino ad allungamenti eccessivi dei tempi e invita l´Assessore ad accelerare il più possibile tali accordi e la ricerca della soluzione.

 

domenica 10 novembre 2019

L'allarme di Guglielmo Garagnani: “La sovrappopolazione di ungulati soffoca l'agricoltura. Così non va. Occorre cambiare”.

Confagricoltura Bologna: «Casi eccezionali di sovrappopolazione di ungulati e crescente preoccupazione per la presenza dei lupi, in particolare nel Parco dei Gessi e nel Parco dell’Abbazia di Monteveglio. La Regione ha profuso il massimo impegno in materia ma occorre rivedere la normativa nazionale»

Riceviamo: 

«Procedere con una profonda riscrittura della legge nazionale sulla caccia, la n. 157/92, normativa totalmente inadeguata da anni, perché la Regione ha profuso il massimo impegno nel cantierare azioni specifiche, ma ci sono aree della provincia dove adesso è richiesto un puntuale intervento, in particolare nel Parco dei Gessi e nel Parco dell’Abbazia di Monteveglio». È l’opinione di Guglielmo Garagnani, alla guida di Confagricoltura Bologna, che sottolinea come il problema della corretta gestione della fauna selvatica, degli ungulati e dei lupi, sia una priorità per l’incolumità della cittadinanza e per garantire la sopravvivenza dell’agricoltura. «È sempre più difficile fare gli agricoltori all’interno di una area protetta; pressoché impossibile – incalza Garagnani - se il Parco si trova in collina o montagna».
 
Difficoltà di ogni genere assillano gli agricoltori. Le attuali esperienze in materia di parchi regionali, per quanto compete la componente agricola, sono in gran parte giudicate negativamente, in quanto non si è favorito lo sviluppo economico delle attività agricole e di quelle ad esse collegate. «Manca un concreto progetto di valorizzazione economica delle aree coinvolte, per sfruttare appieno, ad esempio, le potenzialità della filiera della carne di selvaggina e dei prodotti derivati, anche attraverso la costruzione di una ristorazione di qualità che sappia intercettare la domanda del turismo venatorio», conclude il presidente di Confagricoltura Bologna.
 
L’Organizzazione degli agricoltori chiede il monitoraggio obbligatorio su scala regionale e nazionale delle popolazioni di ungulati e l’avvio di azioni straordinarie di prelievo, superando tutte quelle previsioni normative che limitano gli interventi. Siamo di fronte a una vera e propria emergenza che richiede la collaborazione di tutti gli attori, agricoltori, cacciatori, selettori, e se serve anche delle forze dell’ordine e dell’esercito per dare una risposta immediata. Occorre infine prevedere adeguati indennizzi per i danni diretti e indiretti che subiscono le aziende agricole e snellire le procedure per valutazione dei danni e del conseguente tempestivo ristoro.
 

lunedì 2 gennaio 2017

Tommaso Foti: sia data la possibilità ai macelli autorizzati di trattare selvaggina e siano stanziate adeguate risorse economiche per compensare gli agricoltori della Valle Reno e del Setta dai danni subiti dagli ungulati.


Macello di Castel di Casio
Il Consigliere regionale Tommaso Foti ha presentato una interrogazione all'Assemblea Legislativa dell'Emilia-Romagna che, su richiesta di Marco, riportiamo:
 
nell'anno 2006 risulta essere stato realizzato un macello sovra comunale a Castel di Casio, in località scomoda da raggiungere per gli abitanti delle vallate di Reno e Setta con una spesa di circa 1.500.000 euro e ciò mentre in Consiglio Comunale a Grizzana Morandi vi fosse chi, ancorché inascoltato, riteneva che proprio in quest'ultimo comune la predetta struttura dovesse essere realizzata. La struttura in questione, inaugurata nel 2007 con attività limitata esclusivamente alla carne bovina, ovina e suina, proprio a causa di detta impostazione restrittiva venne a trovarsi, negli anni seguenti, in condizione di precario equilibrio finanziario in ragione dell'insufficiente numero di conferimenti di capi da macellare;
 
a ciò si aggiunga il fatto che il macello pubblico di Castiglione dei Pepoli, in questi anni gestito da privati, è ora privo del gestore in quanto risulterebbe "non a norma", sicché un allevatore della Valle Setta per macellare un capo di bestiame deve trasportarlo a Castel di Casio, con conseguente notevole aggravio di costi;
 
  • in un convegno tenutosi recentemente alla Rocchetta Mattei sul tema filiera corta della selvaggina presenti, tra gli altri, l'assessore regionale Simona Caselli, il Presidente dell'Unione dei Comuni Romano Franchi, l'ex assessore regionale Tiberio Rabboni, ora al GAL, e Andrea Scappi dell'ISPRA - è emerso che il macello sovra comunale di Castel di Casio, da novembre del 2013 affidato in gestione ad un imprenditore privato, tratta anche carni della fauna selvatica ampiamente presente sul territorio, che in seguito viene destinata alla vendita ad esercenti e ristoratori locali. Anche al riguardo, una proposta in tal senso era stata formulata, negli anni precedenti, dalla lista di minoranza nel comune di Grizzana Morandi, ma venne del tutto ignorata, quando non irrisa, dai membri della maggioranza consiliare;

  • se alla luce dei fatti esposti e nell'ambito delle specifiche competenze la Giunta Regionale intenda assumere ogni utile iniziativa volta a far sì che:
  1. ai macelli autorizzati, ubicati in aree similari a quelle sopra dette, sia consentito di trattare la selvaggina, così da promuovere una carne sana e di qualità;
  2. siano stanziate adeguate risorse economiche volte a compensare gli agricoltori del territorio in questione dai danni subiti dagli ungulati presenti in sovrannumero nel territorio della Valle Reno e Setta, soprattutto nelle aree oltremodo tutelate, naturale luogo di rifugio degli stessi durante il periodo della caccia.
 






domenica 23 ottobre 2016

Ungulati in Appennino: una filiera delle carni per sostenere gli agricoltori e rilanciare l’enogastronomia di qualità.



Si è svolto alla Rocchetta Mattei un convegno voluto dall’Unione dei comuni dell’Appennino bolognese che ha coinvolto diversi attori per discutere sul problema della eccessiva presenza di animali selvatici in Appennino e della necessità di una filiera maggiormente controllata. Le promesse sono interessanti. Si aspettano ora i fatti:

Ridurre il numero degli ungulati e individuare un fondo per sostenere gli agricoltori che subiscono danni dalla loro presenza. Gli ungulati, animali selvatici che popolano l’Appennino bolognese, possono infatti diventare una risorsa importante: serve però una filiera trasparente delle carni, che rispetti le densità obiettivo regionali e garantisca la qualità della selvaggina contrastando il mercato nero. Sono questi alcuni dei temi emersi dal convegno che si è tenuto alla Rocchetta Mattei, promosso dall’Unione dei comuni dell’Appennino bolognese, durante la quale si è discusso partendo da un progetto sperimentale presentato dal biologo e tecnico faunistico Nicola Canetti.
Il progetto parte da due premesse: le aziende agricole professionali, che da tempo denunciano la presenza di animali selvatici come un grave danno per le loro attività, solo calate nel bolognese del 30% in dieci anni, a fronte di una presenza di ungulati nei territori appenninici che negli ultimi tempi può dirsi stabile o apparentemente in calo per caprioli, cervi e daini, mentre è in crescita per i cinghiali (se ne stimavano 4600 nel 2012, 5300 solo due anni dopo).
A fronte però di migliaia di abbattimenti di cinghiali ogni anno, solo una parte esigua di capi finisce conferita nei centri di lavorazione ufficiali.
La proposta è allora quella di lavorare sulla cultura e la formazione dei cacciatori (che oltre tutto sono in costante calo: erano 3469 nel 2002, nel 2012 sono scesi a 2870) incentivandoli a fornire la selvaggina ai macelli controllati per promuovere una carne di qualità che rivaluti le eccellenze dell’enogastronomia locale. L’idea è quella di tracciare la filiera tramite un marchio di qualità e destinare una parte dei proventi ad un fondo a favore degli agricoltori. Un prodotto di qualità, controllato e verificato da una filiera trasparente, può arrivare a valere 25-30 € al chilo, ma garantisce anche i ristoratori che possono spendere di più per un prodotto a chilometro zero sicuramente più sano e appetibile.
Come hanno infatti spiegato Gabriele Squintani e Roberto Barbani dell’AUSL di Bologna, le corrette pratiche di lavorazione della selvaggina, se effettuate in ambienti idonei, riducono la contaminazione delle carni rendendone il consumo sicuro. Sempre l’AUSL - che ha stipulato una convenzione con la Città metropolitana per affidare alla polizia provinciale i controlli sulla tracciabilità degli ungulati - d’accordo con gli ATC BO 2 e BO3 vuole arrivare ad un sistema informatico unico per ATC, polizia metropolitana e centri di lavorazione della selvaggina che permetta un confronto dati più efficace e faciliti la lotta al contrabbando delle carni.


domenica 9 ottobre 2016

Ungulati in Appennino: un filiera trasparente delle carni per sostenere gli agricoltori e rilanciare l’enogastronomia di qualità

L'Unione dei Comuni dell'Appennino bolognese ha inviato il resoconto del convegno sulla 'presenza degli ungulati in Appennino' che pubblichiamo integralmente:


Si è svolto alla Rocchetta Mattei un convegno voluto dall’Unione dei comuni dell’Appennino bolognese che ha coinvolto diversi attori per discutere sul problema della eccessiva presenza di animali selvatici in Appennino e della necessità di una filiera maggiormente controllata.

Ridurre il numero degli ungulati e individuare un fondo per sostenere gli agricoltori che subiscono danni dalla loro presenza. Gli ungulati, animali selvatici che popolano l’Appennino bolognese, possono infatti diventare una risorsa importante: serve però una filiera trasparente delle carni, che rispetti le densità obiettivo regionali e garantisca la qualità della selvaggina contrastando il mercato nero. Sono questi alcuni dei temi emersi dal convegno che si è tenuto alla Rocchetta Mattei, promosso dall’Unione dei comuni dell’Appennino bolognese, durante la quale si è discusso partendo da un progetto sperimentale presentato dal biologo e tecnico faunistico Nicola Canetti.
Il progetto parte da due premesse: le aziende agricole professionali, che da tempo denunciano la presenza di animali selvatici come un grave danno per le loro attività, solo calate nel bolognese del 30% in dieci anni, a fronte di una presenza di ungulati nei territori appenninici che negli ultimi tempi può dirsi stabile o apparentemente in calo per caprioli, cervi e daini, mentre è in crescita per i cinghiali (se ne stimavano 4600 nel 2012, 5300 solo due anni dopo).
A fronte però di migliaia di abbattimenti di cinghiali ogni anno, solo una parte esigua di capi finisce conferita nei centri di lavorazione ufficiali, come ha spiegato Aldo Zivieri, gestore del centro di raccolta di Castel di Casio: segno evidente che esiste un mercato non controllato dal punto di vista sanitario e fiscale che stime prudenti possono attestare si avvicini intorno al milione di euro l’anno.
La proposta è allora quella di lavorare sulla cultura e la formazione dei cacciatori (che oltre tutto sono in costante calo: erano 3469 nel 2002, nel 2012 sono scesi a 2870) incentivandoli a fornire la selvaggina ai macelli controllati per promuovere una carne di qualità che rivaluti le eccellenze dell’enogastronomia locale. L’idea è quella di tracciare la filiera tramite un marchio di qualità e destinare una parte dei proventi ad un fondo a favore degli agricoltori. Un prodotto di qualità, controllato e verificato da una filiera trasparente, può arrivare a valere 25-30 € al chilo, ma garantisce anche i ristoratori che possono spendere di più per un prodotto a chilometro zero sicuramente più sano e appetibile.
Come hanno infatti spiegato Gabriele Squintani e Roberto Barbani dell’AUSL di Bologna, le corrette pratiche di lavorazione della selvaggina, se effettuate in ambienti idonei, riducono la contaminazione delle carni rendendone il consumo sicuro. Sempre l’AUSL - che ha stipulato una convenzione con la Città metropolitana per affidare alla polizia provinciale i controlli sulla tracciabilità degli ungulati - d’accordo con gli ATC BO 2 e BO3 vuole arrivare ad un sistema informatico unico per ATC, polizia metropolitana e centri di lavorazione della selvaggina che permetta un confronto dati più efficace e faciliti la lotta al contrabbando delle carni.
Non vogliamo certo né fare aumentare il numero degli ungulati sul territorio spiega il presidente dell’Unione Romano Franchi – né tanto meno complicare la gestione faunistica e venatoria. Crediamo soltanto che ostacolare il mercato nero e valorizzare i prodotti sani nel rispetto dei piani di controllo e della gestione faunistica, possa servire da un lato a tutelare cacciatori e ristoratori onesti, dall’altro a trovare le risorse per compensare gli agricoltori dai danni subiti”. “Certificare la filiera tramite un marchioaggiunge Giorgio Vitali, consigliere dell’Unione e coordinatore della tavola rotonda – può permettere di trovare un punto di equilibrio tra cacciatori e agricoltori. Una filiera certificata e un prodotto tracciato infatti possono diventare una risorsa economica per il nostro territorio”.
Simona Caselli, Assessore all’Agricoltura Caccia e Pesca della Regione Emilia-Romagna, si è detta pronta ad accettare la sfida e proporre, se necessario, interventi sulla normativa regionale, che ponga per esempio un limite ai capi che un cacciatore può consumare da sé, tuteli i centri di raccolta esistenti, incentivi l’apertura di nuovi. Il problema della eccessiva presenza di cinghiali nell’Appennino bolognese, ha confermato l’assessore, è noto in Regione e verrà affrontato nell’ambito del Piano Faunistico Venatorio regionale in cui sarà rivisitato, se si renderà opportuno, anche il ruolo e la forma giuridica degli ATC.
La volontà di collaborare fattivamente al progetto, ciascuno per i propri ambiti di intervento, è stata confermata anche dagli altri relatori presenti, Tiberio Rabboni per il GAL Appennino bolognese, Andrea Scappi dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e Massimo Rossi, Direttore Ente Parchi Emilia Orientale.

mercoledì 5 dicembre 2012

Confederazione Italiana Agricoltori: una proposta per un equilibrio sostenibile tra agricoltura e selvaggina.




Pietro Sabbioni della direzione Cia di Bologna.
La ‘ricetta’ della Confederazione italiana agricoltori (Cia) di Bologna per arrivare a una corretta gestione e a una sopportabile presenza di ungulati in Appennino è stata divulgata in un comunicato nel quale l’associazione indica i suoi obiettivi nella discussione per la stesura del nuovo  PIANO FAUNISTICO VENATORIO PROVINCIALE ora in discussione.
I ‘denti dolenti sono diversi’ e i punti salienti della proposta sono sostanzialmente tre: riorganizzazione della caccia affinchè le squadre di cacciatori non siano troppo legate alla zona loro assegnata, ridefinizione degli ambiti territoriali, ridimensionamento del numero di capi in rapporto al territorio.
  Le squadre  tendono ad operare per mantenere negli spazi loro assegnati una quantità di selvaggina elevata per non diminuire ‘il raccolto di caccia’ (si abbattono preferibilmente i maschi e si ‘graziano’ le femmine perché figliano) a scapito degli agricoltori che si vedono razziare i raccolti. La soluzione è quella di avviare una rotazione delle squadre. Ridisegnare gli ambiti territoriali di caccia non più per latitudine ma per longitudine, così che ogni ambito a semicerchio rispetto alla città abbia una propria caratteristica ambientale e agricola omogenea e una gestione uniforme in tutto il suo arco. Verso la città, dove esiste una agricoltura intensiva di qualità gli ungulati dovranno essere eliminati. Nelle altre zone i censimenti dovranno essere più precisi e gli ungulati eliminati dovranno essere in numero tale da consentire la permanenza massima di due o tre capi ogni 100 ettari.

Riportiamo le parti salienti del documento dove il lettore potrà meglio trovare il pensiero e la proposta della Cia.

I censimenti ufficiali per l’anno 2012, (tenuto conto che viene censito il 60/70% degli animali, perché i 5 Parchi Regionali della provincia, le zone di ripopolamento e cattura, e gli altri Ambiti protetti non sono coperti dalla rete dei Censitori ), hanno dato questi risultati:
Caprioli n° 18.716- Cervi n°1.575- Daini n° 1.186 – cinghiali 8/10 mila a fine settembre, per un totale di circa 35.000 animali di grossa taglia!!

E’ soprattutto sulle centinaia di aziende agricole operative della collina e della montagna che si scarica tutto l’anno questo “ciclone di ungulati”, poiché si tratta, senza esagerazioni, di dovere sottostare tutti gli anni e senza indennizzo ad un ammanco della produzione lorda vendibile di almeno il 20%. Considerata l’impossibilità di fare agricoltura, zootecnia e selvicoltura in condizioni accettabili, al fine di scongiurare la definitiva chiusura di molte aziende agricole, riteniamo doveroso aprire una discussione costruttiva con tutti i soggetti interessati ed avanzare come primo contributo le seguenti proposte di cambiamento:
1)    Cinghiale
Mantenere decine di squadre di cinghialai fisse da anni sullo stesso territorio loro assegnato, è equivalso a consolidare dei veri e propri interessi venatori. Il cinghiale è gestito come una forma di zootecnia alternativa in campo aperto in casa di altri ( gli agricoltori ). Purtroppo questo sistema di caccia contribuisce solo a consolidare la specie che, con un alto tasso di riproduzione annua nonostante il prelievo venatorio, si mantiene sempre a non meno di 8.000 capi. E’ una situazione intollerabile!! Questo animale deve essere ritenuto specie dannosa all’agricoltura e a tutto l’ecosistema.
Deve essere riportata la densità al minimo pari ad 1, massimo 2 capi per ogni 100 ettari in montagna, e attuare ogni forma di eradicazione sulla restante parte del territorio, comprese le zone collinari. Le squadre dei cinghialai dovranno  svolgere la loro attività in rotazione sul territorio ed in concorrenza tra di loro, al fine di considerare la specie non più come un loro patrimonio.
I Piani di controllo, da effettuarsi tutto l’anno su tutto il territorio, dovranno essere più tempestivi ed incisivi, rafforzando il potere di intervento e coordinamento della Polizia Provinciale e del Corpo Forestale, preposti per Legge in via prioritaria.
L’autodifesa da parte degli agricoltori, sui loro terreni, va riconfermata con facoltà di trattenere almeno 2 capi l’anno.

2)    Ungulati Nobili (Capriolo, Cervo, Daino)
I censimenti 2012 sul capriolo hanno registrato un incremento sia nell’ATC B02, (+11%) con una densità media di 12,7 capi ogni 100 ettari, che nell’ATC B03 con una densità media di 12,1 caprioli ogni 100 ettari, su 60 mila ettari coperti dal censimento. Se poi teniamo conto che i Parchi, le Oasi, Riserve naturali, rifugi e zone di ripopolamento e cattura, restano quasi sempre esclusi dai censimenti, la situazione si aggrava ancora.

Questi dati mettono in risalto che gli abbattimenti consentiti corrispondono solo all’incremento utile annuo della specie pari ad un 20/25% complessivo di prelievo. Così facendo si mantiene il capitale e si prelevano solo gli interessi, così che la specie è destinata ad aumentare in modo esponenziale.
Lo stesso ragionamento si può fare per il cervo ed il daino.
Questa situazione, non più tollerabile, deve essere assolutamente riequilibrata.
La densità obiettivo del capriolo deve essere riportata, in tutta la fascia collinare, a non più di 2/3 capi ogni 100 ettari. Proponiamo una riperimetrazione in senso orrizzontale  ed altitudinale degli attuali 3 ATC, dovendosi tenere conto della necessità di un drastico ridimensionamento di tutti gli ungulati. Questa ipotesi potrà regolamentare una gestione della popolazione degli ungulati, nell’ATC di fascia medio alta, tale da farla diventare una risorsa anche per le aziende agricole. Si dovrà pertanto investire almeno il 70% delle risorse finanziarie di questo ATC, in prevenzione, risarcimenti danni adeguati, ed incentivi  a favore delle aziende agricole della Zona.
Purtroppo sin ad ora, la gestione finanziaria degli attuali ATC è stata fortemente indirizzata in investimenti di carattere venatorio, in sintesi alle aziende agricole nel 2011, l’ATC BO1 ha destinato il 21% del proprio bilancio, l’ATC BO2 il 19% e l’ATC BO3 il 38%. Chiediamo di rivedere gli attuali Regolamenti di prevenzione e risarcimento danni, affinchè gli ATC possano diventare una vera struttura associativa in cui anche gli agricoltori possano riconoscersi come soci con diritti riconosciuti.




         3) Censimenti
Corre l’obbligo di esprimere forti perplessità su chi fa le stime della popolazione degli ungulati e sul metodo con cui vengono fatte, in un giorno della seconda metà del mese di marzo di ogni anno. I Censitori sono quasi esclusivamente gli stessi selecacciatori, che dopo aver frequentato un breve corso, coordinati dalla Provincia, contano cervi, caprioli e daini. Non sono quindi soggetti superpartes, ma persone, ancorchè qualificate, interessate a non suscitare allarmismi, ovvero a fare in modo che tutto risulti sotto controllo; gli stessi che contano poi andranno a sparare.
Purtroppo dopo anni di esperienza, pur aumentando il numero dei prelievi, la produzione degli animali aumenta. Tutto ciò ci induce a pensare: chi  controlla il controllore?

         4) Direttive Regionali per la prevenzione e risarcimento dei danni
Dal mese di novembre 2011, la Regione ha emanato un Regolamento che ha causato alle aziende agricole, forti restrizioni nelle modalità di prevenzione e risarcimento dei danni.
La CIA di Bologna chiede perciò che venga modificato, reinserendo l’autocertificazione del danno fino a mille euro, togliendo la franchigia nelle zone di collina e montagna, eliminando l’obbligo di iscrizione alla Camera di Commercio per le piccole imprese agricole, ed il ripristino della dotazione e fornitura di mezzi di prevenzione.
Inoltre, non possiamo più accettare che vengano disattese le norme previste dalla Legge statale 157/92 e Legge Regionale 8/94, che stabiliscono che i proventi della tassa di concessione regionale sulla licenza di caccia, devono essere investiti nel settore.
I fondi destinati al risarcimento danni vengono continuamente ridotti, diventa indispensabile un adeguamento della tassa di concessione regionale che è rimasta invariata dal 1992, mentre le altre Regioni l’hanno adeguata nel pieno rispetto di quanto previsto dalla Legge statale.

Bologna li. 13 novembre 2012

domenica 25 novembre 2012

Gli agricoltori esasperati contro la presenza eccessiva di ungulati: ormai è ora di passare alle vie di fatto.



Non sanno più a che ‘santo votarsi’ gli agricoltori dell’Appennino per trovare un aiuto nel risolvere il problema del ‘flagello ungulati’. Bocciano i politici per avere in sostanza tramato contro di loro per togliere spazio all’agricoltura a favore di un ‘gioco per adulti’ rappresentato da un ambiente rovinato e falsato dalla presenza eccessiva di animali, diffidano delle loro organizzazioni di categoria per essere state sostanzialmente al gioco e dei cacciatori che, anche se per fortuna ci sono, operano naturalmente perché per loro rimanga una presenza ungulati tali da garantire una buona attività venatoria.
Anello debole appunto loro, gli agricoltori, immolati sull’altare dei poteri forti e costretti a subire le pressioni di tutti senza difesa.
Questo in sostanza il succo ‘politico-sindacale’  uscito all’incontro che si è tenuto venerdì scorso e organizzato dalla lista civica  Nuova Vergato.
Dario Mingarelli
Ha introdotto  il confronto sul tema ‘flagello ungulati’, il consigliere comunale di Vergato Dario Mingarelli il quale ha messo in risalto come la trasformazione in atto di riconversione della Provincia in città metropolitana rischia di far perdere i contatti con gli organismi cui è demandato il compito di stilare il nuovo piano faunistico venatorio provinciale la cui validità è quinquennale. Non va persa l’opportunità di far affrontare il tema della possibile eradicazione degli ungulati dalle zone agricole nella stesura di quel regolamento poiché, ad avviso del consigliere, se si perde ancora questa occasione c’è il rischio di raggiungere una situazione di ‘non ritorno ’. Ha poi proposto con insistenza che la gestione dell’attività venatoria sia affidata agli organismi locali, come il Comune, e non la Provincia (o Città Metropolitana) che si è dimostrata lontana dal problema reale e condizionata da altre esigenze e non dalla necessità di garantire la permanenza dell’agricoltura in montagna.  
Manes Bernardini
Manes Bernardini  consigliere regionale di Lega Nord, ha  riportato la documentazione sulla lunga attività della sua formazione politica a favore della regolamentazione della presenza degli ungulati  e per la salvaguardia dell’attività agricola. Purtroppo, egli ha detto, tutte le richieste non sono mai state ascoltate dagli organismi preposti alle decisioni sulla materia. Assenti, anche se era stata annunciata la loro presenza, Sergio Difresco, assessore all’ambiente del comune di Vergato e Mauro Brunetti sindaco di Castel di Casio.
Lorenzo Mengoli
Lorenzo Mengoli presidente dell’associazione Aster (associazione che si occupa della difesa e salvaguardia della montagna), ha messo in luce come ormai il comportamento reale in materia di gestione del territorio sia sbilanciata a favore degli ungulati a scapito dell’ambiente e dell’attività agricola. “L’articolo 42 del Codice penale consente di agire in modo risolutivo contro chi minaccia la mia incolumità, i miei beni e quelli di altri”, ha detto. “Perché non potersi difendere dagli animali che vanificano il lavoro di una intera annata? Eppure gli ordinamenti in vigore non lo consentono. Il gioielliere può difendersi fino a sparare al rapinatore che lo assale. A noi non è consentito di uccidere il cinghiale che ci danneggia.” Ha poi ricordato che la sua associazione, per superare i blocchi locali, ha già presentato un primo ricorso agli organismi comunitari europei e ne sta predisponendo un secondo nel quale si vuole ottenere la conferma che l’Appennino non è in grado di ospitare ‘queste mandrie di animali’ e che i danni ambientali sono più che rilevanti. A tale proposito, ha presentato una pubblicazione cui hanno lavorato tecnici e docenti universitari, che comprova la sua tesi.
Gli interventi,  seguiti con interesse, sono stati a più riprese interrotti dalle esternazioni esasperate di un allevatore di Gaggio che ha voluto spiegare le grandissime difficoltà incontrate per impiantare e poi portare avanti la sua attività in montagna. Ha, senza mezzi termini, incolpato della situazione i politici, a suo dire incapaci di capire la realtà degli agricoltori e allevatori della montagna seppur a parole si dicano coscienti della fondamentale importanza che essi rivestono per la difesa e la conservazione dell’ambiente.  
L’incontro si è concluso con il confronto fra agricoltori che hanno ribadito la loro intenzione di voler passare alle vie di fatto provvedendo loro stessi a contenere il numero degli ungulati. A questo fine hanno chiamato in causa i  sindaci dei comuni collinari e montani perche prendano  posizione e  intervengano in Provincia per migliorare in modo sostanziale il progetto faunistico indirizzandolo verso le attese e le esigenze degli agricoltori.