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giovedì 23 aprile 2026

San Benedetto Val di Sambro, la Corte dei Conti richiama il Comune

 La minoranza attacca: “Criticità note da anni, serve subito un piano di risanamento”


La Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna richiama anche il Comune di San Benedetto Val di Sambro, portando alla luce una serie di criticità nella gestione finanziaria dell’ente guidato dal sindaco civico di centrodestra Alessandro Santoni.

Dopo i recenti rilievi rivolti al Comune di Bologna e ad alcune aziende sanitarie, i giudici contabili puntano dunque l’attenzione anche sull’Appennino bolognese. A intervenire con toni duri sono i consiglieri di minoranza di centrosinistra — Fabiana Ciampi, Angelo Stefanini, Gianluca Stefanini e Stefano Monciatta — che parlano di “criticità segnalate da anni”.

Al centro della delibera n. 38/2026/PRSP, un documento di 61 pagine sui bilanci comunali, emergono diversi elementi di criticità: la capacità di riscossione dei crediti (residui attivi) ferma tra il 38% e il 41%, percentuale che rischia di compromettere la stabilità finanziaria e la qualità dei servizi; ritardi sistematici nei pagamenti ai fornitori; riapprovazione del rendiconto oltre i termini di legge; passività che hanno raggiunto circa 1,9 milioni di euro.

Sotto la lente della Corte finiscono anche i premi di produttività erogati ai responsabili, giudicati non conformi alla normativa, soprattutto alla luce dei ritardi nei pagamenti e dei conseguenti accantonamenti di garanzia. I giudici hanno disposto il recupero di almeno il 30% delle somme erogate e la trasmissione degli atti alla Procura contabile.

“La situazione descritta conferma purtroppo le nostre preoccupazioni espresse da anni”, sottolinea la minoranza, che torna a chiedere un piano di risanamento “serio e incisivo”. La capogruppo Ciampi ricorda come già tre anni fa fosse stata presentata un’interrogazione sui residui attivi, allora pari a 1,9 milioni di euro: “Ci fu risposto che si trattava di una scelta legata all’emergenza Covid, ma avevamo evidenziato i rischi per gli equilibri di bilancio e per i servizi”.

I consiglieri denunciano inoltre carenze strutturali nel servizio economico-finanziario e ribadiscono la necessità di rafforzare le attività di recupero crediti e il personale dedicato.

“Assistiamo a una gestione che privilegia l’apparenza e il consenso immediato rispetto alla responsabilità verso le generazioni future — affermano —. Mentre sui social si moltiplicano annunci e inaugurazioni, i conti pubblici versano in condizioni critiche. È una politica miope che antepone il ‘like’ alla costruzione di basi solide per lo sviluppo del territorio”.

La minoranza conclude chiedendo un cambio di rotta: “Una gestione seria richiede scelte anche impopolari, come il recupero rigoroso dei crediti e il controllo della spesa. Rimandare i problemi significa scaricare sui cittadini di domani il peso degli errori di oggi. Questa non è politica, ma demagogia che danneggia profondamente la comunità”.

mercoledì 3 giugno 2020

Corte dei Conti, no allo smantellamento dei piccoli ospedali

Uncem: finalmente il monito che aspettavamo. da dieci anni uncem si oppone alla riduzione dei servizi e alle concentrazioni urbane


Una adeguata rete di assistenza sanitaria sul territorio non è solo una questione di civiltà a fronte delle difficoltà del singolo e delle persone con disabilità e cronicità, ma rappresenta l’unico strumento di difesa per affrontare e contenere con rapidità fenomeni come quello che stiamo combattendo”. Lo scrive la Corte dei Conti in un approfondimento sulla sanità contenuto nell’ultimo Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica. “Ed è quello che Uncem ripete da almeno dieci anni – evidenzia il Presidente nazionale dell’Unione dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani, Marco Bussone, accogliendo positivamente quanto scritto nel report – Viene data ragione a centinaia di Amministratori che si sono opposti alle chiusure di ospedali e alla riduzione dei servizi nelle valli alpine e appenniniche. Ricordiamo bene quanto il past president Enrico Borghi, con il vicepresidente Ugo Parolo (oggi alla guida dell’Intergruppo parlamentare per lo Sviluppo della Montagna) hanno evidenziato in molte occasioni, provando con la Strategia nazionale Aree interne a modificare parametri non adeguati, previsti per standard ospedalieri e di altri servizi. La montagna ha bisogno di numeri peculiari, riconosciuti e riconoscibili. Lo abbiamo sempre detto che nelle valli occorre dare risposte alle esigenze delle comunità con ospedali efficienti, soccorso in emergenza efficace, piani delle cronicità che facciano leva su una fitta rete di medici di base, oggi troppo carente”.
L’insufficienza delle risorse destinate al territorio ha reso più tardivo e ha fatto trovare disarmato il primo fronte che doveva potersi opporre al dilagare della malattia e che si è trovato esso stesso coinvolto nelle difficoltà della popolazione, pagando un prezzo in termini di vite molto alto. Una attenzione a questi temi – scrive ancora la Corte dei Conti – si è vista nell’ultima legge di bilancio con la previsione di fondi per l’acquisto di attrezzature per gli ambulatori di medicina generale, ma dovrà essere comunque implementata superata la crisi, così come risorse saranno necessarie per gli investimenti diretti a riportare le strutture sanitarie ad efficienza”.
Quello della Corte è un monito che è fondamentale anche per attuare il Decreto Calabria ove afferma che si possono dare incentivi ai medici di base che restano con i loro studi sui territori – aggiunge Marco Bussone – Perchè, sempre citando la Corte, la concentrazione delle cure nei grandi ospedali verificatasi negli ultimi anni e il conseguente impoverimento del sistema di assistenza sul territorio, divenuto sempre meno efficace, ha lasciato la popolazione italiana senza protezioni adeguate di fronte all’emergenza Covid. Uncem e i Sindaci avevano, hanno ragione. Ora lavoriamo con le Istituzioni, come detto qualche giorno fa con il Ministro Boccia, per rivedere i livelli essenziali delle prestazioni sanitarie alla luce di covid e definire percorsi che facciano sentire tutti sicuri, con le adeguate cure, all’interno di opportuni piani regionali coordinati con il Ministero della Salute. Servono le reti. Perché la crisi, spiega la Corte, ha messo in luce anche, e soprattutto, i rischi insiti nel ritardo con cui ci si è mossi per rafforzare le strutture territoriali, a fronte del forte sforzo operato per il recupero di più elevati livelli di efficienza e di appropriatezza nell’utilizzo delle strutture di ricovero”.

lunedì 29 gennaio 2018

Fatture acqua non riscosse per 7 milione

Trentuno dipendenti pubblici segnalati alla Corte dei Conti

Da ANSA

Per una quindicina d'anni diverse società hanno utilizzato acqua pubblica presa da consorzi di bonifica del Bolognese, senza averne diritto e senza pagarla. Il danno alle casse della Regione Emilia-Romagna è stato di circa sette milioni di euro, ma sale a oltre 8 milioni se si contano anche i soldi spesi per tentare, senza riuscirci, di recuperare quei crediti. E' quanto ha scoperto la Guardia di Finanza di Bologna con l'operazione 'Acqua Cheta', che ha portato a segnalare alla Corte dei Conti regionale 31 dipendenti pubblici, in servizio in enti e organismi della stessa Regione. La complessa attività d'indagine è partita nel 2015 dopo un esposto ed è stata portata avanti dal nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Bologna, a tutela del denaro pubblico. Le irregolarità sono emerse esaminando le modalità di gestione delle risorse idriche nei due consorzi di bonifica del Bolognese, quello del Canale Emiliano-Romagnolo e quello della Bonifica Renana. Non sono emersi rilievi penali.

giovedì 20 luglio 2017

Ivano Nanni nel 'mirino' del Comune di Vergato.

Il comune di Vergato ha avviato la procedura esecutiva per recuperare la quota a carico di Ivano Nanni ( 40.000 euro più gli interessi maturati dalla data di pronuncia di condanna da parte della Corte dei Conti) per il danno erariale prodotto al Comune di Vergato a seguito dello sconto, non dovuto, sugli onori delle concessioni edilizie, attuato nel periodo in cui Nanni, tecnico del comune, aveva la responsabilità gestionale della materia. Il danno che ne ebbe l'ente pubblico fu quantificato in circa 300.000 euro e a Nanni fu attribuita una responsabilità pari a circa il 13 % e fu condannato quindi dalla Corte dei Conti a pagare una uguale percentuale dell'ammontare dell'ammanco.

Ora il Comune va all'incasso e la delibera ci è stata inviata dall'attento nostro visitatore Marco, con l'interrogativo: “Chi verrà perseguito per recuperare anche i rimanenti 260.000?”

Domanda che ha avuto una risposta dal consigliere comunale Giuseppe Argentieri: “ Spero di sbagliare, ma credo che i vergatesi purtroppo vedranno svanire ogni possibilità di vedere saldato il credito rimanente del Comune anche se 260 mila euro in questo momento farebbero molto comodo. Più il tempo passa e più sarà difficile perseguire i beneficiari dello sconto e cioè i costruttori. Del tempo ne è già passato tanto e tanto ne dovrà passare. Mi sembra poi che non ci sia la volontà di recuperare la quota di responsabilità attribuita ai politici. Mentre il procedimento contro Nanni è stato solerte e caratterizzato da numerosi giudizi e il Comune si è costituito parte civile, quello verso gli amministratori comunali dell'epoca, anch'essi con responsabilità sull'accaduto, ha avuto soltanto il giudizio penale che li ha assolti con formula piena. Sentenza che condivido poiché sono più che convinto che non vi fosse una volontà di ledere l'ente, quindi non vi fu dolo. La colpa però rimane e per loro rimane intatta la responsabilità civile. Tutta la vicenda è al vaglio della Corte dei Conti. Rilevo però che trova sempre più conferma la mia convinzione che non vi sia la 'volontà politica' di perseguire i responsabili dell'amministrazione comunale dell'epoca. Il Comune infatti, in questo secondo procedimento, non si è costituito 'parte civile'. Mi auguro di sbagliare, ma ritengo che il credito degli altri 260.000 euro finisca 'in cavalleria'”.

L'indirizzo su cui trovare il provvedimento del Comune di Vergato è :
http://www.etimo.it/?term=ingiungere&find=Cerca  

sabato 4 febbraio 2017

La Corte dei Conti ha fatto luce sulle spese dei consiglieri regionali: 26 condannati della passata legislatura, devono risarcire il danno erariale.

La Corte dei Conti dell'Emilia-Romagna ha condannato al risarcimento del danno erariale 26 consiglieri regionali di quasi tutti i gruppi, in carica nella passata legislatura.
La decisione, di cui ha dato notizia Il Resto del Carlino, è il primo esito contabile degli accertamenti della Guardia di Finanza sulle spese messe a rimborso dai consiglieri. Sempre sui fondi sono in corso i processi penali, con varie assoluzioni e qualche condanna già pronunciate in abbreviato.
   
Tra i consiglieri, condannati per colpa grave e non per dolo, ci sono l'ex capogruppo Pd Marco Monari, i dem Antonio Mumolo, Anna Pariani e Paola Marani, Galeazzo Bignami di Fi, l'ex leghista Manes Bernardini, gli ex 5 Stelle Giovanni Favia e Andrea Defranceschi, entrambi assolti nel penale. Alle cifre contestate va tolto un 15% e poi l'ammontare è diviso per due tra consigliere e capogruppo. Le condanne vanno dai 1.500 euro ai 33mila, come nel caso dell'ex Fi Marco Lombardi.


domenica 17 aprile 2016

Piove sempre sul bagnato! Baratto amministrativo: brusca frenata della Corte dei Conti.

SEGNALATO:

I limiti e le condizioni del nuovo istituto nella deliberazione n. 27/2016/PAR della Sezione Regionale di Controllo per l'Emilia Romagna.
Duro colpo è stato sferrato dalla Corte dei Conti al nuovo istituto del "baratto amministrativo" introdotto dall'art. 24 del decreto-legge n. 113/2014, convertito con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, rubricato “misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione dei territori” che consente ai cittadini di adempiere i debiti relativi ad entrate comunali mediante l'effettuazione di un'attività sostitutiva del pagamento.

Con la deliberazione n. 27 del 23 marzo 2016 la Sezione Regionale di Controllo per l'Emilia Romagna se da un lato ha evidenziato come il baratto amministrativo deve essere disciplinato da un apposito regolamento deliberato dal Comune con il quale devono essere fissati/individuati "criteri” e “condizioni” dall'altro, in modo tranchant, ha escluso la possibilità di consentire attraverso tale istituto l'adempimento di tributi locali pregressi in quanto mancherebbe il requisito dell'inerenza tra agevolazione tributaria e tipologia di attività svolta dai soggetti amministrati e si potrebbero determinare effetti pregiudizievoli sugli equilibri di bilancio.

In buona sostanza, la possibilità di deliberare riduzioni e/o esenzioni riguarda esclusivamente tributi strettamente riferibili all'attività sussidiaria posta in essere dai cittadini e non sarebbe possibile estendere l'ambito delle agevolazioni anche ai debiti pregressi.

Ad avviso del giudice contabile "non si ritiene, viceversa, ammissibile la possibilità di consentire che l'adempimento di tributi locali, anche di esercizi finanziari passati confluiti nella massa dei residui attivi dell'ente medesimo, possa avvenire attraverso una sorta di datio in solutum ex art. 1197 c.c. da parte del cittadino debitore che, invece di effettuare il pagamento del tributo dovuto, ponga in essere una delle attività previste dalla norma e relative alla cura e/o valorizzazione del territorio comunale". 

La Sezione ritiene che "tale ipotesi non solo non rientrerebbe nell'ambito di applicazione della norma in quanto difetterebbe il requisito dell'inerenza tra agevolazione tributaria e tipologia di attività svolta dai soggetti amministrati, elementi che, peraltro, devono essere preventivamente individuati nell'atto regolamentare del Comune, ma potrebbe determinare effetti pregiudizievoli sugli equilibri di bilancio considerato che i debiti tributari del cittadino sono iscritti tra i residui attivi dell'ente".

Si tratta di un precedente importante che, benché deliberato dalla Corte Regionale emiliana in risposta al quesito proposto dal Comune di Bologna, non potrà non preoccupare quei Comuni che hanno già dato avvio concretamente al nuovo istituto secondo modalità diverse da quelle espresse nel presente parere ovvero a tutti gli altri Enti Locali che sono in fase di arrivo.

Ma veniamo alle altre indicazioni contenute nel parere.

In primo luogo la Corte evidenza come le attività sostitutive al pagamento possono riguardare “la pulizia, la manutenzione, l'abbellimento di aree verdi, piazze, strade, ovvero interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, e in genere la valorizzazione di una limitata zona del territorio urbano ed extraurbano”.  

E', altresì, necessario che sussista un rapporto di stretta inerenza tra le esenzioni e/o le riduzioni di tributi che il comune può deliberare e le attività di cura e valorizzazione del territorio sopra indicate che i cittadini possono realizzare.  

La disposizione, inoltre, prevede che l'esenzione dal pagamento dei tributi locali può essere concessa per un periodo limitato e definito di tempo, per tributi specifici e per tipologie di attività individuate dai comuni in ragione dell'esercizio sussidiario dell'attività posta in essere.  

Da ultimo, è previsto che le agevolazioni fiscali sono concesse “prioritariamente” a comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute. Sul punto la Corte precisa che anche cittadini singoli possono presentare progetti relativi ad interventi di cura e valorizzazione del territorio cui possono conseguire benefici collegati ad agevolazioni tributarie. 

In considerazione dell'importanza e delicatezza dell'argomento trattato, sarà cura della redazione segnalare ulteriori deliberazioni che verranno assunte da altre Sezioni Regionali della Corte dei Conti sull'istituto del baratto amministrativo.

Ritengo comunque che in questo caso non possa che concludersi con "Piove sempre sul bagnato"!

lunedì 22 febbraio 2016

L’ultimatum della Corte dei conti al Consiglio superiore della magistratura.

Segnalato da Marco.


La Corte dei conti «bacchetta» il Consiglio superiore dalla magistratura. I giudici della sezione giurisdizionale del Lazio hanno ordinato al Csm di depositare la rendicontazione delle spese effettuate nel 2014. Secondo quanto deciso dal collegio, nella camera di consiglio del 14 gennaio scorso, «gli agenti contabili che operano nell’ambito del Consiglio superiore dalla magistratura – è cioè l’istituto cassiere, l’economo e il consegnatario dei beni – sono soggetti al giudizio di conto di competenza della Corte dei conti». Di conseguenza, sono tenuti a fornire la prova documentale di come è stato speso il denaro pubblico per far funzionare il Csm. L’organo di autogoverno della magistratura ha 120 giorni di tempo, dalla notifica della sentenza, per assolvere a quest’obbligo. A meno che non decida di sollevare il conflitto di attribuzione dei poteri davanti alla Corte costituzionale.
È dal lontano 1999 che il Csm non presenta i conti giudiziali ai giudici contabili. Quindi, è da 17 anni che la Corte dei conti non esercita la sua funzione di controllo su come sono stati spesi i fondi stanziati dal ministero dell’Economia per il funzionamento degli uffici di piazza dell’Indipendenza. Una volta incamerato questo denaro, infatti, l’istituto cassiere, l’economo e il consegnatario dei beni devono dimostrare a un organo terzo (qual è la magistratura contabile) in che modo le somme sono state erogate: dal pagamento degli stipendi del personale, alle spese di cancelleria o di guardiania. I giudici della Corte dei conti non sono chiamati a valutare nel merito come sono stati spesi i soldi pubblici, ma se tutte le uscite sono giustificate correttamente. La sentenza finale può essere di «discarico», quando il conto è regolare, o di condanna, quando vi sono voci di spesa che risultano non giustificate correttamente. In quest’ultimo caso l’agente contabile viene condannato a rifondere le spese. Ogni volta che il conto giudiziale non viene presentato alla Corte dei conti, ne nasce un giudizio per la resa del conto, esattamente come è successo per il Csm.
Quando, la scorsa estate, il presidente della sezione Lazio, Ivan De Musso, ha chiesto all’ente di visionare i conti a partire dall’anno 2010, il segretario generale, con una nota del 4 agosto 2015, ha risposto che «il Consiglio superiore della magistratura, quale organo di rilevanza costituzionale, non è tenuto alla resa del conto giudiziale degli agenti contabili, in analogia a quanto già statuito dalla Corte costituzionale per il Parlamento, la Presidenza della Repubblica e la stessa Corte costituzionale». Inoltre, secondo quanto riferito dal segretario generale, il Csm si è dotato di un nuovo strumento di controllo interno, che garantisce un’autonomia finanziaria e di bilancio. Queste argomentazioni non hanno convinto il presidente della Corte dei conti del Lazio, tanto da decidere di sottoporre la questione alla sezione in sede collegiale. Anche il collegio ha ritenuto infondate le tesi difensive, sottolineando come una pluralità di pronunce della Corte costituzionale ribadiscano come «a nessun ente gestore di mezzi di provenienza pubblica e a nessun agente contabile che abbia maneggio di denaro di proprietà dell’ente è consentito di sottrarsi al dovere di presentare il conto». In questo panorama, non fa eccezione nemmeno il Csm. Infatti, una sentenza del 1891 del Giudice delle leggi ha escluso dal giudizio di conto solo la Presidenza della Repubblica e i due rami del Parlamento. «La funzione primaria del Csm – spiega la sentenza depositata il 17 febbario 2016 – non può essere equiparata a quella di un potere sovrano, il cui esercizio è intangibile da altra autorità».
Insomma, secondo i magistrati di via Baiamonti, il Consiglio superiore della magistratura non può ritenersi «immune» dal controllo della Corte dei conti e, per tutti questi anni, non ha agito correttamente aggirando il controllo dei giudici contabili. «L’assoggettabilità al giudizio di conto dei soggetti che gestiscono risorse pubbliche in seno al Csm – si legge nella sentenza – non è invasiva della funzione costituzionale del Csm, né pregiudica la sua autonomia e tantomeno quella della magistratura, come vorrebbero far credere le argomentazioni difensive. Ma ha come finalità istituzionale l'accertamento della correttezza del "maneggio" di beni e valori di pertinenza pubblica, accertamento che l’ordinamento ha assegnato alla Corte dei conti perché venga svolto da un organo terzo e nelle forme giudiziali a salvaguardia del denaro pubblico».
Valeria Di Corrado

domenica 14 giugno 2015

Corte dei conti . Referto su ‘La spesa per il personale degli enti territoriali’.



Da Corte dei Conti

Nel referto si analizza l’andamento della consistenza numerica delle spese per il personale delle Regioni a statuto ordinario e speciale, comprese le Province autonome, e degli Enti locali (Province e Comuni) per l’esercizio 2013, quali risultanti dal SIstema COnoscitivo del Personale (SICO), il sistema informativo utilizzato dall'IGOP per rilevare i dati statistici del pubblico impiego.
L’analisi non comprende gli organismi partecipati, che non sono soggetti all’obbligo di redazione del conto annuale (lo saranno dal 2014, se inclusi nell’elenco annuale ISTAT). La rilevazione, riferita all’esercizio 2013, mostra che l’intero settore occupa, complessivamente, circa 533.000 unità, distribuite tra personale dirigente, segretari comunali/provinciali e direttori generali, personale con qualifica non dirigenziale (appartenente alle c.d. categorie o con contratto di lavoro flessibile).
La spesa totale del comparto ammonta a circa 15 miliardi di euro (di cui 2,8 per le Regioni, 1,5 per le Province e 10,9 per i Comuni), con esclusione della spesa relativa ai contratti di lavoro flessibile, che non viene rilevata in SICO.
Nel 2013, per l’insieme degli enti esaminati a livello nazionale, la spesa media per dipendente regionale ammonta a 34.870 euro, a fronte dei 27.922 e 28.156, rispettivamente, per dipendente comunale e dipendente provinciale. La spesa media per il personale dirigente è di 89.748 euro nelle Regioni, 85.075 nei Comuni e 97.444 nelle Province.
La distribuzione non uniforme del personale sul territorio nazionale, con punte di maggiore concentrazione nelle Regioni del Sud e in Sicilia, si riflette anche sul rapporto di incidenza tra dipendenti e dirigenti, in sé sintomatico della corretta organizzazione degli apparati amministrativi; sotto tale profilo, si rileva che, mentre nel complesso delle Regioni l’incidenza è di un dirigente ogni 14 unità di personale, nei Comuni è di 1 ogni 67 e nelle Province di 1 ogni 53, con significative variazioni da Regione a Regione. In taluni casi (riferibili al personale delle Regioni e di alcuni Comuni) tale rapporto, pur essendo ampiamente favorevole rispetto alla media, non può tuttavia essere considerato indicativo di un’ottimale organizzazione del lavoro per la presenza di un elevato numero di personale.
Gli effetti delle misure di contenimento delle dinamiche occupazionali e retributive si rilevano nella maggior parte degli enti. In particolare, variazioni della consistenza media si registrano nei Comuni (con una riduzione dei segretari comunali/direttori generali del 3,70%, dei dirigenti dell’11,25% e dei non dirigenti del 4,71%, a fronte di una diminuzione della spesa totale complessiva del 5,52%), e nelle Province, ove, alla flessione del personale (segretari provinciali/direttori generali del 9,59%, dirigenti del 16,50% e non dirigenti del 6,98%) corrisponde un decremento della spesa totale del 7,54%.
Più articolata la situazione nelle Regioni ove, a livello nazionale, a fronte di una riduzione delle unità annue pari a 2,54 % nel triennio 2011/2013, si assiste ad un aumento della spesa totale dell’ 1,39%.
Al riguardo, un indicatore significativo ai fini dell’analisi del costo del personale, in quanto indipendente dal numero dei soggetti, è costituito dalla spesa media, che, in presenza dei noti vincoli/blocchi stipendiali, dovrebbe rimanere stabile. Si rileva, invece, la tendenza della stessa a crescere in talune realtà territoriali, nonostante una sensibile contrazione della consistenza del personale dirigente (nelle Regioni, alla riduzione delle unità annue del 5,38 corrisponde un aumento della spesa media pari al 4,67%).
Tale circostanza è sintomatica della reiterata prassi di ripartire le risorse del trattamento accessorio tra i dirigenti rimasti in servizio, in contrasto con il disposto dell’art. 9, co. 2-bis, d.l. n. 78/2010.


mercoledì 28 gennaio 2015

Spese pazze in Regione, a ottobre il processo della Corte dei Conti. Ai sette capigruppo consiliari vengono contestate spese del 2012 ritenute illecite .



Un lettore ha inviato questo articolo del Corriere di Bologna.

In attesa della decisione sulla conferma o sull’annullamento del sequestro conservativo dei beni, è stato fissato per il 7 ottobre il giudizio nel merito davanti alla Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna per sette ex capigruppo dell’assemblea legislativa, ai quali vengono contestate spese ritenute illecite e affrontate dai gruppi consiliari nel 2012. È il versante contabile dell’inchiesta penale per peculato della Procura di Bologna, che però riguardava il periodo precedente (giugno 2010-dicembre 2011) e si è conclusa con 42 avvisi di fine indagine. Il sequestro di 1,2 milioni, intanto, è stato discusso in mattinata in un’udienza in camera di consiglio dove i capigruppo erano rappresentati dall’avvocato Antonio Carullo; il collegio dei giudici contabili si è riservato: la decisione è attesa fra qualche giorno. Circa la metà della somma sequestrata riguarda l’ex capogruppo Pd Marco Monari (610mila euro); citati in giudizio con lui anche l’Idv Liana Barbati (147mila euro), Gian Guido Naldi di Sel-Verdi (105mila euro) Luigi Giuseppe Villani del Pdl (100mila euro), Matteo Riva del gruppo Misto (96mila euro), Roberto Sconciaforni di Fds (90mila euro), Andrea Defranceschi del M5S (67mila euro) e Silvia Noè dell’Udc (45mila euro). Un altro fronte contabile aperto riguarda poi quasi tutti i consiglieri uscenti, tra cui l’attuale presidente della Regione Stefano Bonaccini, che in estate avevano ricevuto inviti a dedurre. A breve anche su questo punto la Procura regionale, presieduta da Salvatore Pilato chiuderà le proprie valutazioni.

sabato 10 maggio 2014

DEFRANCESCHI: “RICORRERO' AL TAR, CONTRO I PRONUNCIAMENTI DELLA CORTE DEI CONTI’.

Di Andrea Defranceschi,
Capogruppo Movimento 5 stelle Regione Emilia-Romagna

“La Corte dei conti vorrebbe chiedermi la restituzione di un anno di stipendio di due persone che hanno lavorato.
Questo e' l'ennesimo sfregio di una burocrazia che non distingue il valore del lavoro dal furto. C'è chi viene pagato per lavorare e chi viene pagato nonostante non lavori.
Mi contestano di averli pagati prima. Lo so, in Italia c’è il vizio di pagarti (forse) 90 giorni dopo.  Io invece li ho pagati anticipatamente per il lavoro fondamentale che già mi stavano fornendo. E questo perché, causa cambiamento in corsa dei regolamenti, si era paventato il rischio che rimanessero scoperti.
Io capisco che molte persone nella pubblica amministrazione vengono pagate con i soldi dei cittadini per fare altro, magari per lavorare per il partito, magari perché parenti o colleghi di un qualche studio: peccato che non siamo tutti uguali.
Capisco che la Corte dei Conti non sia abituata a casi del genere, ma dovranno farsene una ragione. Queste persone hanno lavorato e io le ho pagate con fondi che spettavano loro in base alla normativa vigente. Punto.
Se dovrò pagare di tasca mia due contratti di persone che si fanno il mazzo (perdonate il termine ma rende il nostro modus operandi) perché ho anticipato i loro stipendi per il rischio che rimanessero senza, lo farò. Ma non prima di aver fatto ricorso al Tar, visto che i due contratti di lavoro sono già stati accertati, documentati, legalmente ammessi dalla normativa regionale, approvati dai revisori dei conti, da una sentenza della Corte Costituzionale, nonché dalla mia personale consulente del lavoro. E non prima di aver capito una cosa fondamentale: il metro di giudizio con cui la Corte dei Conti decide cosa viene contestato e punito, e cosa invece tollerato.
Perché faccio davvero fatica a capirlo: bene le auto blu e le vacanze a Venezia, su cui ancora non ho sentito il pronunciamento (qual è il danno erariale in questo caso? C'è stata e non lo sappiamo?), ma non due contratti di lavoro, accertati, legalmente ammessi e con tutta la documentazione del lavoro svolto?
In due giorni hanno esaminato faldoni di documenti da noi prontamente consegnati: carte su carte che testimoniano l’attività lavorativa, tra cui la stampa di mail intercorse in mesi di lavoro continuativo, le attività sul territorio e le interrogazioni prodotte. Il tutto per stipendi da mille euro al mese, perché di questo stiamo parlando.
Questo mentre alla Corte dei Conti giacciono da anni, a memoria, una decina di miei esposti per milioni di euro tutti debitamente documentati di cui non ho più notizia.
Se è così, e' proprio ora di smontare questo sistema e riscrivere le regole in base a un nuovo principio: quello dell'onestà e della meritocrazia. Il resto, a casa.
E lasciateci lavorare.”