martedì 25 agosto 2026

Gaggio Tech: quando a pagare sono sempre i lavoratori

Il lavoro in montagna va difeso.
Le persone vanno ascoltate.
E nessuno dovrebbe sentirsi lasciato solo.



Inviato da Dubbio


Le parole di Elisa Gialli, ex dipendente della Gaggio Tech di Gaggio Montano rilasciate in una intervista,  fanno male perché raccontano, senza giri di parole, quello che sta accadendo a tante famiglie del nostro Appennino.

Dopo una vita trascorsa alla Gaggio Tech, oggi Elisa si ritrova fuori dall’azienda, insieme a tanti colleghi. Persone che per anni hanno lavorato, prodotto, fatto sacrifici, cresciuto figli e costruito qui il proprio futuro.

E adesso?

«Siamo rimasti soli. Qui non c’è più niente. È una vera ingiustizia.»

Parole pesanti, che dovrebbero far riflettere tutti.

A fine mese terminerà la cassa integrazione e per molti inizierà la NASpI. Per qualcuno, addirittura, ci saranno mesi senza stipendio prima che possa partire la disoccupazione. Dietro ogni numero ci sono famiglie, mutui, figli che studiano, genitori anziani da assistere e persone che, dopo decenni di lavoro, si trovano improvvisamente a chiedersi cosa faranno domani.

Elisa racconta di aver iniziato a lavorare a soli 19 anni. Oggi ne ha 50. Una vita professionale trascorsa nello stesso stabilimento, prima Saeco e poi Gaggio Tech.

E oggi si sente dire che forse le sue competenze non sono più quelle richieste, che potrebbero essere assunti giovani con contratti diversi, che bisogna reinventarsi.

Ma reinventarsi a 50 anni, in un territorio dove le opportunità di lavoro sono poche, non è una frase che si può pronunciare con leggerezza.

Qui c’è un problema che va ben oltre una singola azienda.

È il problema di tutto il nostro Appennino.

Se continuiamo a perdere posti di lavoro, servizi, attività produttive e prospettive, cosa resterà dei nostri paesi?

Come possiamo chiedere alle persone di continuare a vivere in montagna se, quando un’azienda entra in crisi, l’unica soluzione sembra diventare quella di mandare a casa decine di lavoratori?

E fa ancora più rabbia sapere che una possibilità alternativa sembrava esserci: un imprenditore del territorio avrebbe manifestato interesse per una parte dell’azienda, con la possibilità di mantenere o creare posti di lavoro.

Elisa lo dice chiaramente:

«Altre possibilità c’erano, lo so.»

E allora è legittimo chiedere: perché non sono state percorse fino in fondo? Chi doveva fare di più? Le istituzioni potevano intervenire maggiormente? I sindacati potevano cercare altre soluzioni? Era davvero inevitabile arrivare a questo punto?

Sono domande che meritano risposte.

Perché non possiamo limitarci a prendere atto dei licenziamenti quando ormai tutto è deciso.

Servono interventi prima. Servono tavoli veri. Servono imprenditori, istituzioni, Regione, Comuni, rappresentanze dei lavoratori e Governo capaci di sedersi insieme e cercare ogni possibile strada per salvare il lavoro, non soltanto per accompagnare le persone verso la disoccupazione.

La NASpI è un sostegno importante, ma non può essere considerata la soluzione.

Un lavoratore non chiede di essere assistito.

Chiede di poter continuare a lavorare.

E queste persone non sono numeri.

Sono donne e uomini che hanno dedicato decenni della propria vita a questa azienda. Molti hanno più di 50 anni. Molte sono donne. Hanno competenze, esperienza, professionalità e dignità.

Non possono essere semplicemente cancellati da un giorno all’altro.

Questa vicenda deve diventare un tema dell’intero territorio, perché se perdiamo altri posti di lavoro nell’Appennino, perdiamo famiglie, giovani, negozi, scuole, servizi e futuro.

A Elisa e a tutti i lavoratori della Gaggio Tech va la nostra vicinanza.

Ma la vicinanza, da sola, non basta più.

Ora servono risposte, responsabilità e, soprattutto, soluzioni concrete.

Perché un territorio come il nostro non può permettersi di perdere decine e decine di posti di lavoro e poi voltarsi dall’altra parte.

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