Il
lavoro in montagna va difeso.
Le persone vanno ascoltate.
E nessuno dovrebbe sentirsi lasciato solo.
Inviato
da Dubbio
Le
parole di Elisa Gialli, ex dipendente della Gaggio Tech di Gaggio Montano
rilasciate in una intervista, fanno male
perché raccontano, senza giri di parole, quello che sta accadendo a tante famiglie
del nostro Appennino.
Dopo
una vita trascorsa alla Gaggio Tech, oggi Elisa si ritrova fuori dall’azienda,
insieme a tanti colleghi. Persone che per anni hanno lavorato, prodotto, fatto
sacrifici, cresciuto figli e costruito qui il proprio futuro.
E adesso?
«Siamo
rimasti soli. Qui non c’è più niente. È una vera ingiustizia.»
Parole
pesanti, che dovrebbero far riflettere tutti.
A
fine mese terminerà la cassa integrazione e per molti inizierà la NASpI. Per
qualcuno, addirittura, ci saranno mesi senza stipendio prima che possa partire
la disoccupazione. Dietro ogni numero ci sono famiglie, mutui, figli che
studiano, genitori anziani da assistere e persone che, dopo decenni di lavoro,
si trovano improvvisamente a chiedersi cosa faranno domani.
Elisa
racconta di aver iniziato a lavorare a soli 19 anni. Oggi ne ha 50. Una vita
professionale trascorsa nello stesso stabilimento, prima Saeco e poi Gaggio
Tech.
E
oggi si sente dire che forse le sue competenze non sono più quelle richieste,
che potrebbero essere assunti giovani con contratti diversi, che bisogna
reinventarsi.
Ma
reinventarsi a 50 anni, in un territorio dove le opportunità di lavoro sono
poche, non è una frase che si può pronunciare con leggerezza.
Qui
c’è un problema che va ben oltre una singola azienda.
È
il problema di tutto il nostro Appennino.
Se
continuiamo a perdere posti di lavoro, servizi, attività produttive e
prospettive, cosa resterà dei nostri paesi?
Come
possiamo chiedere alle persone di continuare a vivere in montagna se, quando
un’azienda entra in crisi, l’unica soluzione sembra diventare quella di mandare
a casa decine di lavoratori?
E
fa ancora più rabbia sapere che una possibilità alternativa sembrava esserci:
un imprenditore del territorio avrebbe manifestato interesse per una parte
dell’azienda, con la possibilità di mantenere o creare posti di lavoro.
Elisa
lo dice chiaramente:
«Altre
possibilità c’erano, lo so.»
E
allora è legittimo chiedere: perché non sono state percorse fino in fondo? Chi
doveva fare di più? Le istituzioni potevano intervenire maggiormente? I
sindacati potevano cercare altre soluzioni? Era davvero inevitabile arrivare a
questo punto?
Sono
domande che meritano risposte.
Perché
non possiamo limitarci a prendere atto dei licenziamenti quando ormai tutto è
deciso.
Servono
interventi prima. Servono tavoli veri. Servono imprenditori, istituzioni,
Regione, Comuni, rappresentanze dei lavoratori e Governo capaci di sedersi
insieme e cercare ogni possibile strada per salvare il lavoro, non soltanto per
accompagnare le persone verso la disoccupazione.
La
NASpI è un sostegno importante, ma non può essere considerata la soluzione.
Un
lavoratore non chiede di essere assistito.
Chiede
di poter continuare a lavorare.
E
queste persone non sono numeri.
Sono
donne e uomini che hanno dedicato decenni della propria vita a questa azienda.
Molti hanno più di 50 anni. Molte sono donne. Hanno competenze, esperienza,
professionalità e dignità.
Non
possono essere semplicemente cancellati da un giorno all’altro.
Questa
vicenda deve diventare un tema dell’intero territorio, perché se perdiamo altri
posti di lavoro nell’Appennino, perdiamo famiglie, giovani, negozi, scuole,
servizi e futuro.
A
Elisa e a tutti i lavoratori della Gaggio Tech va la nostra vicinanza.
Ma
la vicinanza, da sola, non basta più.
Ora
servono risposte, responsabilità e, soprattutto, soluzioni concrete.
Perché un territorio come il nostro non può permettersi di perdere decine e decine di posti di lavoro e poi voltarsi dall’altra parte.
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