sabato 28 marzo 2026

Appennino, il caso del raddoppio: cantieri fermi, fondi opachi e il rischio di pagare due volte



Infrastrutture bloccate, cantieri abbandonati da oltre quindici anni e opere promesse mai completate: è questo il quadro che emerge dall’Appennino bolognese, al centro di una risoluzione presentata dal consigliere regionale Marco Mastacchi (Rete Civica). Nel mirino, la gestione di Autostrade per l’Italia e la richiesta di nuovi finanziamenti per interventi che, secondo gli accordi del 1990, avrebbero dovuto essere già conclusi.

La risoluzione impegna la Giunta regionale a esercitare una pressione incisiva sul Ministero delle Infrastrutture e sulla società concessionaria per ottenere trasparenza sui flussi finanziari e tempi certi di realizzazione. L’obiettivo dichiarato è restituire sicurezza e prospettive di sviluppo a un territorio segnato da anni di ritardi e immobilismo.

Da oltre un decennio e mezzo, infatti, le comunità locali convivono con un paesaggio segnato da opere incompiute e cantieri fermi, legati in particolare alla Variante di Valico. Quello che doveva rappresentare un volano per l’economia locale si è trasformato in un simbolo di paralisi amministrativa, tra promesse disattese e rimpalli di responsabilità.

Emblematico il caso del nuovo casello di Rioveggio, fermo dal 2010. L’area versa oggi in condizioni di abbandono: vegetazione fuori controllo, materiali deteriorati e criticità strutturali che preoccupano anche per la sicurezza degli edifici circostanti. Ma il danno non è solo ambientale. Il blocco dei lavori ha impedito la nascita dell’area commerciale prevista nelle vicinanze, cancellando opportunità occupazionali e prospettive di rilancio per una zona già colpita dallo spopolamento.

Al centro delle polemiche anche la questione economica. Gli interventi per il casello e le opere compensative erano già previsti e finanziati nella Convenzione del 1990 tra Ministeri, ANAS e Autostrade. Oggi, però, Autostrade per l’Italia chiede di inserirli nel nuovo Piano Economico Finanziario per ottenere ulteriori risorse. Un passaggio che solleva interrogativi: che fine hanno fatto i fondi originari? E soprattutto, è accettabile che i cittadini paghino due volte per le stesse opere?

A complicare ulteriormente la situazione è intervenuta, nel 2022, la riattivazione di un movimento franoso nell’area di Rioveggio, legato a una falda sotterranea. La soluzione tecnica – la realizzazione di pozzi idrodrenanti – è nota, ma il cantiere resta fermo. Secondo quanto ricostruito, la proposta di Autostrade di procedere per fasi sarebbe stata respinta dal Ministero, che ha imposto una diversa sequenza operativa. Il risultato è uno stallo totale: né la messa in sicurezza del versante né il completamento dell’opera hanno oggi una data certa.

Ferme anche le opere di compensazione ambientale. L’Area Deposito 5, destinata alle terre e rocce di scavo della Variante, è oggi un sito abbandonato con criticità idrogeologiche emergenti. Il Parco fluviale di Vado, previsto nei progetti PREVAM, resta sulla carta, mentre il vecchio tracciato autostradale non è mai stato restituito alla comunità, lasciando una ferita aperta nel territorio.

In questo contesto si inserisce il progetto del tunnel Reno-Setta, che punta a ridisegnare l’assetto infrastrutturale della zona. Ma il timore è che la nuova opera possa trasformarsi nell’ennesimo motivo di rinvio, anziché nell’occasione per una pianificazione finalmente efficace e per il recupero delle aree compromesse.

La richiesta che arriva dal territorio è chiara: superare lo stallo, fare luce sulla gestione delle risorse e definire tempi certi. Dopo trent’anni di attese, l’Appennino bolognese chiede risposte concrete, non nuovi rinvii. Restituire dignità e prospettive a queste comunità non è più rinviabile.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Sarebbe meglio invece di progettare opere mirabolanti come la variante Reno - Setta, che seppur utili nessuno di noi vedrà mai; terminare cantieri come il casello di Rioveggio opera in cui ricordiamo Mastacchi ha grosse responsabilità, in quanto in fase di progettazione poteva quantomeno proporre una clausola in cui vi fosse chiaro che se l'azienda appaltatrice di autostrade falliva com'è successo, autostrade si sarebbe fatta carico direttamente di terminare i lavori senza se e senza ma. Purtroppo chi ha soluzioni ora non ha avuto lungimiranza all'epoca...