domenica 30 agosto 2026

Appennino, dopo i 79 licenziamenti di Gaggio Tech è allarme desertificazione industriale

Dalle cartiere alla Saeco, dalla Demm alla Gaggio Tech: una lunga sequenza di crisi ha impoverito occupazione, competenze e indotto. Ora la montagna chiede fatti, non più soltanto promesse


di Dubbio


Per il lavoro in Appennino ormai non è più nemmeno un appello: è un grido disperato. L’emorragia occupazionale è diventata così profonda che l’ammalato rischia il collasso per dissanguamento. È questa l’impressione che si ricava anche dall’articolo pubblicato oggi da Repubblica, dedicato allo stato dell’occupazione nell’Appennino bolognese e sollecitato dall’ultima, drammatica crisi che ha investito il territorio: quella della Gaggio Tech di Gaggio Montano, culminata nell’espulsione di due terzi degli addetti.

Le parole, ormai, non bastano più. I 79 licenziamenti comunicati via mail dalla Gaggio Tech rappresentano soltanto l’ultimo colpo inferto all’occupazione in Appennino. Ma la crisi viene da molto più lontano e racconta una lenta e progressiva erosione del tessuto industriale della montagna.

Il percorso è iniziato con il difficile travaglio della Cartiera del Maglio di Sasso Marconi, azienda storica e orgoglio imprenditoriale della Valle del Reno. A quella crisi seguirono quelle della Cartiera Borgo di Lama di Reno e della Cartiera De Medici di Marzabotto. Erano presenze industriali importanti, capaci, attraverso gli occupati e l’indotto, di garantire il sostentamento a centinaia di famiglie e di alimentare un’economia che andava ben oltre i cancelli degli stabilimenti.

Poi è arrivata una vera e propria bordata al lavoro, che negli ultimi anni ha alimentato la crescente preoccupazione nella Valle del Reno.

L’elenco è impietoso. Alle difficoltà delle tre cartiere si è aggiunta quella dell’Arcotronics-Kemet di Sasso Marconi, che nei suoi anni migliori arrivava a occupare circa 1.200 addetti. È seguito il progressivo ridimensionamento e poi la chiusura del polo produttivo di Vergato, con centinaia di esuberi.

Nel 2015 è toccato alla Philips Saeco di Gaggio Montano: 243 posti di lavoro persi, in un territorio già fragile. Poco dopo è arrivata la crisi della Demm di Porretta Terme, travolta dalle difficoltà del gruppo Paritel, con centinaia di lavoratori coinvolti. Un anno dopo, la crisi della Giletta di Gaggio Montano ha cancellato altre decine di posti di lavoro.

E infine l’ultimo capitolo, quello che rischia di diventare il simbolo di una situazione arrivata ormai al limite: la Gaggio Tech, erede dell’esperienza Saga Coffee, con gli ultimi 79 licenziamenti.

Non si tratta soltanto di numeri. Dietro ogni posto di lavoro perduto ci sono una famiglia, un progetto di vita, una competenza che rischia di andare dispersa. E dietro ogni stabilimento che chiude o si ridimensiona c’è un pezzo di comunità che si indebolisce: meno reddito, meno consumi, meno servizi, meno giovani disposti a restare, meno attrattività per nuovi investimenti.

È questo il vero rischio: non soltanto la perdita di singole fabbriche, ma una progressiva desertificazione industriale e occupazionale dell’Appennino.

Una montagna senza lavoro è una montagna destinata a perdere popolazione, energie e futuro. Per questo la vicenda Gaggio Tech non può essere considerata l’ennesima crisi aziendale da affrontare separatamente dalle altre. È, piuttosto, il campanello d’allarme di un problema strutturale che riguarda l’intero territorio.

Il detto popolare recita: «Al peggio non c’è mai fine». Stavolta, però, sarebbe necessario dimostrare che non è così. Gli impegni per fermare l’emorragia occupazionale sono numerosi, così come diverse sono le proposte e le possibili strategie di rilancio. Si parla di reindustrializzazione, di sostegno alle imprese, di formazione, di infrastrutture e di politiche specifiche per le aree montane.

Ma adesso è il momento di capire quali di queste idee siano realmente praticabili e quali, invece, siano destinate a rimanere sulla carta.

L’Appennino non ha più bisogno di diagnosi: quella, purtroppo, è ormai chiara. Ha bisogno di una cura. E soprattutto di risultati.

Perché dopo anni di crisi e di posti di lavoro perduti, il tempo delle chiacchiere è finito.


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