Dalle cartiere alla Saeco, dalla Demm alla Gaggio Tech: una lunga sequenza di crisi ha impoverito occupazione, competenze e indotto. Ora la montagna chiede fatti, non più soltanto promesse
di Dubbio
Per il lavoro in Appennino ormai non è più nemmeno un appello:
è un grido disperato. L’emorragia occupazionale è diventata così profonda che
l’ammalato rischia il collasso per dissanguamento. È questa l’impressione che
si ricava anche dall’articolo pubblicato oggi da Repubblica, dedicato
allo stato dell’occupazione nell’Appennino bolognese e sollecitato dall’ultima,
drammatica crisi che ha investito il territorio: quella della Gaggio Tech di
Gaggio Montano, culminata nell’espulsione di due terzi degli addetti.
Le parole, ormai, non bastano più. I 79 licenziamenti comunicati
via mail dalla Gaggio Tech rappresentano soltanto l’ultimo colpo inferto
all’occupazione in Appennino. Ma la crisi viene da molto più lontano e racconta
una lenta e progressiva erosione del tessuto industriale della montagna.
Il percorso è iniziato con il difficile travaglio della
Cartiera del Maglio di Sasso Marconi, azienda storica e orgoglio
imprenditoriale della Valle del Reno. A quella crisi seguirono quelle della
Cartiera Borgo di Lama di Reno e della Cartiera De Medici di Marzabotto. Erano
presenze industriali importanti, capaci, attraverso gli occupati e l’indotto,
di garantire il sostentamento a centinaia di famiglie e di alimentare
un’economia che andava ben oltre i cancelli degli stabilimenti.
Poi è arrivata una vera e propria bordata al lavoro, che
negli ultimi anni ha alimentato la crescente preoccupazione nella Valle del
Reno.
L’elenco è impietoso. Alle difficoltà delle tre cartiere si è
aggiunta quella dell’Arcotronics-Kemet di Sasso Marconi, che nei suoi anni
migliori arrivava a occupare circa 1.200 addetti. È seguito il progressivo
ridimensionamento e poi la chiusura del polo produttivo di Vergato, con
centinaia di esuberi.
Nel 2015 è toccato alla Philips Saeco di Gaggio Montano: 243
posti di lavoro persi, in un territorio già fragile. Poco dopo è arrivata la
crisi della Demm di Porretta Terme, travolta dalle difficoltà del gruppo
Paritel, con centinaia di lavoratori coinvolti. Un anno dopo, la crisi della
Giletta di Gaggio Montano ha cancellato altre decine di posti di lavoro.
E infine l’ultimo capitolo, quello che rischia di diventare
il simbolo di una situazione arrivata ormai al limite: la Gaggio Tech, erede
dell’esperienza Saga Coffee, con gli ultimi 79 licenziamenti.
Non si tratta soltanto di numeri. Dietro ogni posto di lavoro
perduto ci sono una famiglia, un progetto di vita, una competenza che rischia
di andare dispersa. E dietro ogni stabilimento che chiude o si ridimensiona c’è
un pezzo di comunità che si indebolisce: meno reddito, meno consumi, meno
servizi, meno giovani disposti a restare, meno attrattività per nuovi
investimenti.
È questo il vero rischio: non soltanto la perdita di singole
fabbriche, ma una progressiva desertificazione industriale e
occupazionale dell’Appennino.
Una montagna senza lavoro è una montagna destinata a perdere
popolazione, energie e futuro. Per questo la vicenda Gaggio Tech non può essere
considerata l’ennesima crisi aziendale da affrontare separatamente dalle altre.
È, piuttosto, il campanello d’allarme di un problema strutturale che riguarda l’intero
territorio.
Il detto popolare recita: «Al peggio non c’è mai fine».
Stavolta, però, sarebbe necessario dimostrare che non è così. Gli impegni per
fermare l’emorragia occupazionale sono numerosi, così come diverse sono le
proposte e le possibili strategie di rilancio. Si parla di
reindustrializzazione, di sostegno alle imprese, di formazione, di
infrastrutture e di politiche specifiche per le aree montane.
Ma adesso è il momento di capire quali di queste idee siano
realmente praticabili e quali, invece, siano destinate a rimanere sulla carta.
L’Appennino non ha più bisogno di diagnosi: quella,
purtroppo, è ormai chiara. Ha bisogno di una cura. E soprattutto di risultati.
Perché
dopo anni di crisi e di posti di lavoro perduti, il tempo delle
chiacchiere è finito.
Nessun commento:
Posta un commento