sabato 29 agosto 2026

Partorire in ambulanza non può diventare la normalità: la sanità metropolitana si assuma le proprie responsabilità

 


Benvenuto al piccolo Ryan, nato nei pressi dell’Ospedale Maggiore dopo una corsa in ambulanza da Vergato a Bologna. Un lieto evento che, ancora una volta, accende i riflettori sulle criticità dell’assistenza ostetrica nell’Appennino bolognese.


di Erika Seta
Coordinatore regionale
Azzurro Donna – Forza Italia

e di Mariela Fuentes
Coordinatore Appennino
Azzurro Donna – Forza Italia

 

Esprimiamo innanzitutto le nostre congratulazioni alla famiglia e il benvenuto al piccolo Ryan. Ma la sua nascita, avvenuta durante il trasferimento verso Bologna, non può essere considerata soltanto una storia a lieto fine.

Dietro questo episodio c’è una questione che non può più essere ignorata: per le donne che vivono nell’Appennino, il rischio di dover affrontare un parto in emergenza durante il trasferimento verso Bologna è diventato una concreta possibilità. E ogni parto gestito in condizioni di emergenza, lontano da una struttura attrezzata, espone a rischi la madre, il neonato e gli stessi operatori sanitari.

In caso di complicazioni, infatti, intervenire tempestivamente può diventare estremamente difficile. E accanto al problema sanitario se ne pone un altro, altrettanto delicato: la responsabilità del personale sanitario, chiamato a operare in condizioni che non dipendono dalle proprie competenze o dalla propria volontà, ma dalle scelte organizzative del sistema.

La sanità dell’area metropolitana bolognese dovrebbe concentrare risorse e attenzione anche sulla sicurezza del percorso nascita, invece di procedere attraverso riorganizzazioni continue dell’emergenza-urgenza, con strutture e modelli assistenziali che cambiano prima ancora di essere pienamente compresi e valutati dai cittadini.

Il tema dei punti nascita dell’Appennino merita una discussione seria, trasparente e basata sulle reali esigenze del territorio.

Perché la lotta alla denatalità passa anche dalla capacità di garantire alle donne un’assistenza sicura e qualificata, non soltanto dagli slogan o da riorganizzazioni amministrative.

È inaccettabile che si possa sostenere che la presenza di un’ostetrica a Porretta non sarebbe necessaria o che avrebbe un costo eccessivo, senza affrontare fino in fondo il tema della sicurezza delle donne che vivono in montagna.

Ed è altrettanto difficile comprendere come possano essere invocati i costi per giustificare la sospensione di servizi essenziali, mentre vengono destinate ingenti risorse a successive riorganizzazioni dell’assistenza territoriale.

La sicurezza delle madri e dei neonati non può essere considerata una voce di bilancio come le altre.

La montagna non può essere trattata come un territorio di serie B.

Le donne dell’Appennino hanno diritto a un percorso nascita sicuro, accessibile e adeguato alle caratteristiche del territorio. Hanno diritto a partorire in sicurezza, non a rischiare di farlo durante una corsa in ambulanza.

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