Una ricostruzione che non può attendere i tempi
della carta
Un’interrogazione per denunciare le criticità
burocratiche e finanziarie che ostacolano l’accesso ai rimborsi per i danni
dell’alluvione del 2023 è stata presentata alla Giunta regionale da Marco
Mastacchi, consigliere di Rete Civica. Al centro del documento, l’insufficienza
delle coperture per le spese tecniche obbligatorie e l’assenza di accordi
operativi con il sistema bancario per anticipare i costi degli interventi.
La richiesta alla Giunta è chiara: rivedere le
percentuali di indennizzo e semplificare le procedure di accesso ai fondi
tramite la piattaforma Sfinge, con l’obiettivo di ridurre l’esposizione
economica delle famiglie colpite e garantire percorsi di ristoro più rapidi ed
equi.
A quasi tre anni dagli eventi che
hanno devastato l’Emilia-Romagna, l’emergenza resta aperta. Se nelle prime
settimane la priorità era affrontare fango e acqua, oggi – nel marzo 2026 – la
sfida si gioca sul terreno della burocrazia: perizie, documenti e iter
complessi rallentano la ricostruzione. Per molte famiglie e imprese, il
percorso per ottenere i ristori si è trasformato in un labirinto amministrativo
che sembra aver smarrito il senso dell’urgenza.
Tra i nodi principali emerge quello
delle spese tecniche: per accedere ai contributi, i cittadini devono sostenere
costi per perizie geologiche e relazioni progettuali, ma il rimborso previsto
copre appena il 10%. Il restante 90% resta a carico dei richiedenti,
trasformando un passaggio obbligatorio in un onere significativo. A questo si
aggiungono i costi amministrativi per il caricamento delle pratiche sulla piattaforma
Sfinge, operazioni complesse che richiedono l’intervento di professionisti e
che non sono rimborsate.
Criticità anche sul fronte
dell’erogazione dei contributi. Il sistema prevede un anticipo del 50%
all’avvio dei lavori e il saldo solo a intervento concluso. Una struttura che,
pur rispondendo all’esigenza di controllo, rischia di escludere chi non dispone
della liquidità necessaria per anticipare le spese. In particolare, per gli
interventi urgenti di messa in sicurezza, il meccanismo può trasformarsi in una
barriera economica che limita l’accesso ai fondi.
Un possibile strumento per superare
questo ostacolo era rappresentato dall’accordo con l’Associazione Bancaria
Italiana (ABI), pensato per consentire alle banche di anticipare i costi
attraverso il credito d’imposta. Tuttavia, a marzo 2026, il sistema risulta
ancora non operativo, lasciando cittadini e imprese senza una rete di sostegno
finanziario.
Infine, sotto osservazione anche la
gestione della piattaforma Sfinge, segnata da lunghi tempi di risposta e da una
comunicazione discontinua sullo stato delle pratiche. In alcuni casi, i ritardi
nell’istruttoria hanno impedito la rendicontazione entro i termini previsti,
costringendo i beneficiari a restituire contributi già ricevuti.
In questo
contesto, denunciano i proponenti dell’interrogazione, l’inefficienza
amministrativa rischia di tradursi in un danno ulteriore per i cittadini: non
solo rallenta la ricostruzione, ma può arrivare a compromettere l’accesso
stesso agli aiuti, trasformando il ritardo della macchina pubblica in una
penalizzazione per chi ha già subito perdite ingenti.