domenica 18 ottobre 2026

Caregiver familiari, dal riconoscimento ai servizi concreti: un progetto per sostenere chi si prende cura degli altri

 Presentato alla stampa in Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna il progetto nato a Ravenna per accompagnare, formare e valorizzare i caregiver. Al centro sportelli di ascolto, formazione, tutele previdenziali e una rete territoriale integrata, in attesa di una legge nazionale.



Dare sostegno concreto a chi ogni giorno si prende cura di un familiare non autosufficiente, superando una condizione troppo spesso invisibile e riconoscendo pienamente il valore sociale dell’assistenza. È questo l’obiettivo del progetto dedicato ai caregiver familiari, presentato nel corso di un incontro con la stampa venerdì 16 ottobre, nella Sala 215 dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, a Bologna.

A promuovere l’iniziativa è il consigliere regionale Marco Mastacchi (Rete Civica), che da oltre un anno porta avanti il tema del riconoscimento e della tutela dei caregiver, sostenendo un percorso nato a Ravenna e orientato a trasformare il riconoscimento del ruolo in servizi, strumenti e opportunità concrete.

All’incontro sono intervenuti, insieme a Mastacchi, Veronica Verlicchi, consigliera comunale di Ravenna e capogruppo della Lista civica La Pigna, ed Emily Tassinari, fisioterapista dell’assistenza domiciliare dell’AUSL Romagna. Il confronto ha posto l’attenzione sulle difficoltà quotidiane di chi assiste una persona cara e sulla necessità di costruire risposte coordinate, capaci di sostenere sia chi riceve le cure sia chi le presta.

Una responsabilità quotidiana che non può restare invisibile

Dietro ogni persona non autosufficiente c’è spesso un familiare che si fa carico, in maniera continuativa, di una parte importante dell’assistenza. Secondo i dati richiamati nella presentazione del progetto, in Italia i caregiver sono quasi 8 milioni e oltre 3,2 milioni avrebbero lasciato il lavoro per dedicarsi alla cura di un familiare, secondo le stime citate di ISTAT, Osservatorio DOMINA e CNEL.

Il loro compito va ben oltre l’aiuto nelle attività quotidiane: significa gestire terapie e farmaci, accompagnare la persona assistita nei percorsi sanitari, mantenere i rapporti con medici e servizi e, in alcuni casi, imparare a utilizzare presidi e dispositivi complessi, spesso senza una preparazione specifica.

A questo carico pratico si aggiungono le difficoltà organizzative, le rinunce professionali e il peso emotivo dell’assistenza prolungata. Da qui la necessità di affiancare al riconoscimento formale della figura del caregiver interventi strutturati, che offrano orientamento, formazione, sostegno psicologico e maggiori garanzie economiche e previdenziali.

Dal progetto di Ravenna una rete di servizi per i caregiver

La proposta presentata punta a costruire un sistema di supporto articolato, capace di rispondere ai bisogni dei caregiver nelle diverse fasi del percorso di cura.

Tra gli interventi previsti figura l’attivazione di uno sportello di ascolto e orientamento, con un orario di apertura il più possibile ampio, indicativamente dalle 8 alle 20, e la prospettiva di arrivare in futuro a un servizio attivo 24 ore su 24, qualora le necessità del territorio lo richiedano.

Un altro pilastro è rappresentato dai percorsi di formazione teorica e pratica, pensati per fornire competenze utili nella gestione dell’assistenza e migliorare la sicurezza tanto del caregiver quanto della persona assistita. Il progetto prevede inoltre di valorizzare le competenze maturate attraverso l’esperienza di cura, valutando la possibilità di una loro certificazione spendibile anche nel mondo del lavoro.

Centrale è anche la costruzione di una rete territoriale integrata, in grado di mettere in collegamento servizi sanitari, servizi sociali e associazioni, favorendo l’accesso alle informazioni e la presa in carico dei bisogni. In questo quadro si inserisce la proposta di un elenco regionale dei caregiver, insieme a strumenti di tutela economica e  previdenziale, a partire dai contributi figurativi per chi riduce l’attività lavorativa o la interrompe per assistere un familiare.

Completa il quadro l’attenzione al benessere psicofisico di chi presta assistenza, una dimensione essenziale per prevenire l’isolamento e il sovraccarico che possono accompagnare un impegno di cura prolungato.

Il percorso istituzionale: dalla risoluzione del 2025 alle nuove richieste

Il sostegno al progetto si inserisce in un percorso istituzionale che Mastacchi ha avviato nell’ottobre 2025, quando ha presentato in Assemblea legislativa una risoluzione per promuovere il riconoscimento professionale dei caregiver, introdurre tutele previdenziali, come i contributi figurativi, e istituire un elenco regionale unico.

Nel dicembre dello stesso anno, la Commissione Politiche per la Salute e Politiche Sociali ha approvato un impegno rivolto alla Giunta regionale che, secondo quanto riferito dal consigliere, recepisce ampiamente le proposte avanzate. Tra i punti affrontati figurano le politiche di sostegno a chi deve conciliare lavoro e assistenza e la richiesta al Governo di una legge nazionale organica dedicata ai caregiver familiari.

Il percorso è proseguito nel maggio 2026 con la presentazione di un’interrogazione per sollecitare ulteriori misure: buoni servizio finanziati attraverso le risorse del Fondo sociale europeo Plus (FSE+), forme di sostegno economico diretto, interventi a tutela del benessere psicofisico dei caregiver e strumenti per favorire la conciliazione tra attività lavorativa e responsabilità di cura.

Il progetto ravennate si colloca dunque in una prospettiva più ampia, che punta a integrare le iniziative territoriali con un quadro normativo nazionale capace di garantire diritti e tutele omogenee.

Emilia-Romagna, dalle prime tutele alla sfida dei servizi

L’Emilia-Romagna è stata tra le prime regioni italiane a riconoscere il ruolo del caregiver familiare, con la legge regionale n. 2 del 2014. Successivamente, la legge regionale n. 5 del 2024 ha istituito un fondo da 3 milioni di euro all’anno per il triennio 2025-2027.

Il quadro regionale costituisce una base sulla quale sviluppare nuovi interventi, ma la sfida, al centro del progetto presentato a Bologna, è rendere le misure di sostegno accessibili e realmente utili nella vita quotidiana delle famiglie. In questa direzione si colloca anche il riferimento al Veneto, dove il 29 settembre 2026 il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità il progetto di legge n. 81 sul caregiver familiare.

Resta inoltre atteso il completamento dell’iter della legge nazionale dedicata ai caregiver, all’esame della Camera secondo quanto riferito in occasione della presentazione.

Il messaggio emerso dall’incontro con la stampa è chiaro: riconoscere il valore di chi assiste un familiare è un passaggio fondamentale, ma non sufficiente. Servono servizi, formazione, tutele e una rete capace di accompagnare concretamente le persone nel percorso di cura. Perché prendersi cura di chi ha bisogno di assistenza significa anche sostenere chi, spesso lontano dai riflettori, se ne fa carico ogni giorno.

Vergato, un incontro su fragilità, assistenza e innovazione: la comunità al centro della cura

 Venerdì 6 novembre al Centro sociale “Franco Nanni” un appuntamento dedicato al ruolo della casa, dei servizi territoriali e delle nuove tecnologie nel sostegno alle persone fragili. L’iniziativa è promossa da IsSEC e Fondazione Santa Clelia Barbieri, con il patrocinio di enti e istituzioni del territorio.



Come costruire una rete di assistenza capace di rispondere ai bisogni delle persone più fragili? Quale ruolo possono svolgere la comunità, i servizi sociali e sanitari e le nuove tecnologie nel favorire una migliore qualità della vita? Sono queste le domande al centro dell’incontro “Abitare la comunità, abitare la cura: tecnologie e assistenza in rete per affrontare la fragilità”, in programma venerdì 6 novembre 2026 a Vergato.

L’iniziativa è promossa dall’Istituzione Servizi Sociali Educativi e Culturali (IsSEC) e dalla Fondazione Santa Clelia Barbieri, con l’obiettivo di approfondire il tema della fragilità attraverso una riflessione condivisa sul rapporto tra assistenza, territorio e innovazione.

Un appuntamento rivolto a tutta la cittadinanza, che intende mettere in evidenza l’importanza di un approccio integrato alla cura, capace di coinvolgere istituzioni, professionisti, servizi e comunità locali. In un contesto in cui il sostegno alle persone anziane, a chi vive condizioni di fragilità e a chi necessita di assistenza continuativa rappresenta una sfida sempre più importante, diventa fondamentale sviluppare risposte coordinate e vicine alle esigenze quotidiane delle persone.

La casa, il territorio e la tecnologia: tre dimensioni della cura

L’incontro si svilupperà attorno a tre temi fondamentali, strettamente connessi tra loro.

Il primo riguarda la casa come primo luogo di cura, uno spazio essenziale per la vita delle persone, nel quale l’assistenza può contribuire a preservare autonomia, dignità e benessere. Favorire la permanenza nel proprio ambiente di vita, quando possibile e appropriato, significa anche rafforzare i servizi di prossimità e sostenere le famiglie.

Il secondo tema è il territorio come rete, inteso come sistema di relazioni e collaborazioni tra servizi sociali, strutture sanitarie, istituzioni e realtà associative. Una rete efficace può aiutare a intercettare tempestivamente i bisogni, contrastare l’isolamento e costruire percorsi di accompagnamento più adeguati alle diverse situazioni di fragilità.

Infine, spazio alla tecnologia come strumento di connessione. Le innovazioni tecnologiche possono offrire nuove opportunità per migliorare il coordinamento tra operatori, facilitare l’assistenza e mantenere un collegamento più stretto tra le persone, i familiari e i servizi. Strumenti che, se integrati con la relazione umana e con una presenza concreta sul territorio, possono contribuire a rendere la cura più accessibile ed efficace.

Una riflessione condivisa aperta alla cittadinanza

L’iniziativa si svolge con il patrocinio dell’Azienda USL di Bologna, dell’IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna, dell’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese e del Comune di Vergato.

La partecipazione di queste realtà sottolinea la rilevanza del confronto tra ambito sociale, sanitario e istituzionale nella costruzione di risposte alle situazioni di vulnerabilità.

L’obiettivo è promuovere una cultura della cura che non si limiti all’erogazione di prestazioni, ma riconosca il valore delle relazioni, della prossimità e della collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti. Perché affrontare la fragilità significa anche creare condizioni affinché nessuno si senta solo e ogni persona possa trovare sostegno nella propria comunità.

Informazioni utili

  • Quando: venerdì 6 novembre 2026.
  • Dove: Centro sociale “Franco Nanni”, via Fornaci 343/H, Vergato (BO).
  • Partecipazione: gratuita, con iscrizione obbligatoria entro il 30 ottobre 2026 e fino a esaurimento dei posti disponibili.
  • Iscrizioni: compila il modulo online.

Un’occasione di confronto su un tema che riguarda l’intera comunità: mettere al centro la persona, rafforzare i legami territoriali e valorizzare ogni strumento utile a costruire una rete di assistenza più vicina, coordinata e attenta ai bisogni di chi vive condizioni di fragilità.

sabato 17 ottobre 2026

Istituto Fantini di Vergato, i lavoratori esprimono solidarietà agli studenti dopo tre giorni di mobilitazione

 Il personale della scuola apprezza la correttezza, il senso diresponsabilità e la maturità dimostrati dagli studenti e dalle studentesse durante la protesta del 6, 7 e 8 ottobre.



A seguito delle recenti iniziative di mobilitazione promosse dagli studenti e dalle studentesse dell’Istituto Fantini di Vergato, nei giorni 6, 7 e 8 ottobre, l’assemblea dei lavoratori della scuola esprime la propria solidarietà e il proprio sostegno agli studenti, sottolineando il valore del comportamento tenuto durante la protesta.

La dichiarazione di solidarietà:

Care studentesse, cari studenti,

come vostri insegnanti e lavoratori della scuola, desideriamo esprimervi il nostro apprezzamento per il modo estremamente corretto e civile con cui avete condotto i tre giorni di mobilitazione.

Avete saputo manifestare le vostre istanze senza eccessi né danneggiamenti, dimostrando senso di responsabilità, capacità di comunicazione e attenzione nel far sentire la vostra voce. Lo avete fatto con equilibrio, precisione e maturità, dando prova di come sia possibile portare avanti una protesta nel rispetto delle persone e degli spazi comuni.

Ci auguriamo che possiate continuare a crescere mantenendo lo stesso spirito consapevole e responsabile che avete dimostrato in questa occasione.

Riteniamo importante che il nostro apprezzamento sia conosciuto anche dalle vostre famiglie, alle quali desideriamo far arrivare un messaggio altrettanto chiaro: il comportamento che avete tenuto merita di essere riconosciuto e valorizzato.

L’assemblea dei lavoratori dell’Istituto Fantini di Vergato

Monte Sole, 82° anniversario degli eccidi: «Ricordare è un atto di pace»


Il Comune di Marzabotto traccia un bilancio delle iniziative dedicate alla commemorazione degli eccidi di Monte Sole. Settimane di incontri e momenti di riflessione culminati nella cerimonia ufficiale del 4 ottobre, con la partecipazione delle Città Martiri, di rappresentanti delle città ucraine di Bucha e Charkiv e dell’europarlamentare Cecilia Strada. Al centro, la memoria storica, la difesa dei diritti umani, il disarmo e la responsabilità collettiva nella costruzione della pace.

Settimane intense di incontri, manifestazioni e momenti di approfondimento hanno accompagnato le celebrazioni per l’82° anniversario degli eccidi di Monte Sole. Un percorso di memoria che il Comune di Marzabotto ha voluto trasformare anche in un’occasione di riflessione sul presente, sulle guerre in corso e sulla responsabilità delle istituzioni nel promuovere la pace e difendere i diritti umani.

La cerimonia ufficiale di domenica 4 ottobre si è aperta con una frase che ha dato il senso all’intera giornata: «Ricordare è un atto di pace». Una scritta voluta da Valter Cardi (nella foto) , presidente del Comitato regionale per le onoranze ai Caduti, per richiamare il valore della memoria come impegno concreto, non soltanto come commemorazione del passato.

Quest’anno, in particolare, l’amministrazione comunale ha sentito l’esigenza di riunire le Città Martiri per condividere le pratiche della memoria, ma soprattutto per rinnovare un impegno comune: assumersi la responsabilità di agire nel presente per costruire un futuro di pace.

Un impegno che riguarda la difesa dei diritti umani, il contrasto a ogni forma di disumanità e la necessità di rilanciare il tema del disarmo, troppo spesso relegato ai margini del dibattito pubblico.

Come ha sottolineato la sindaca Valentina Cuppi (nella foto)  nel corso del suo intervento, le città segnate dalle tragedie della guerra hanno una responsabilità particolare nel testimoniare ciò che è accaduto e nel richiamare la comunità internazionale alla difesa della dignità umana.

«Le città che rappresentiamo hanno conosciuto la tragedia della guerra, della violenza, della distruzione. Hanno visto spezzare vite, famiglie, comunità intere. Hanno conosciuto il dolore, ma anche la forza della rinascita. Ed è proprio da questa storia che nasce la nostra responsabilità comune».

Una responsabilità che supera i confini geografici e le singole comunità: «Le nostre storie non appartengono solo a noi, alle nostre comunità e alle nostre città. Appartengono all’umanità. La nostra storia ci chiede di non dimenticare, ma anche di prendere posizione ogni volta che ci troviamo di fronte alla disumanità, alle violazioni dei diritti umani e ai massacri di civili».

Alla commemorazione erano presenti anche rappresentanti di Bucha e Charkiv, due città ucraine profondamente segnate dalla guerra. Le loro testimonianze hanno portato al centro dell’attenzione una delle conseguenze più drammatiche dei conflitti contemporanei: la necessità di proteggere i bambini e garantire loro, per quanto possibile, il diritto all’istruzione.

Nelle due città sono stati realizzati spazi scolastici sotterranei, anche in aree della metropolitana, per consentire agli alunni di continuare a frequentare le lezioni in condizioni di maggiore sicurezza. Strutture nate grazie anche alla collaborazione di agenzie internazionali, che rappresentano un tentativo concreto di preservare una parte della quotidianità infantile in un contesto dominato dalla paura e dall’incertezza.

Scendere sottoterra permette ai bambini di studiare, incontrare i compagni e mantenere relazioni fondamentali per la loro crescita. È una forma di resistenza alla barbarie, un modo per difendere il diritto all’educazione e sottrarre, almeno in parte, l’infanzia alla devastazione della guerra.

Ma, come è stato ricordato durante la cerimonia, una scuola sotterranea può offrire protezione soltanto per un certo tempo. Può consentire ai bambini di ritrovarsi e studiare insieme, ma non può trasformare la guerra in normalità.

La distinzione è fondamentale: l’obiettivo della comunità internazionale non può essere quello di insegnare ai più piccoli a vivere quasi normalmente in guerra, bensì quello di garantire loro il diritto di crescere senza conflitti, in un contesto di sicurezza, libertà e pace.

Alla cerimonia del 4 ottobre è intervenuta anche Cecilia Strada (nella foto) , che ha richiamato l’attenzione sulla condizione dei civili nei conflitti contemporanei, collegando la memoria degli eccidi nazifascisti alle tragedie che continuano a colpire le popolazioni in diverse parti del mondo.

«Le guerre contemporanee non sono contro i militari, le guerre contemporanee sono contro i civili, da Monte Sole alle Fosse Ardeatine», ha affermato, sottolineando come, anche negli 82 anni trascorsi da quei massacri, la popolazione civile continui a pagare un prezzo altissimo.

Nel suo intervento, Strada ha richiamato anche le immagini dei bambini di Gaza uccisi nei bombardamenti che hanno colpito scuole e rifugi, ponendo una domanda diretta: «Per quale motivo si bombardano le scuole se non perché tu vuoi ipotecare il futuro di questi bambini?».

Parole che riportano al centro il significato più profondo della commemorazione di Monte Sole: ricordare le vittime delle stragi significa anche riconoscere i meccanismi della violenza, denunciare le violazioni dei diritti umani e non accettare che la sofferenza dei civili venga considerata una conseguenza inevitabile della guerra.

La riflessione si è conclusa con un richiamo al carattere universale dei diritti e della libertà, sintetizzato nelle parole attribuite a Cecilia Strada:

«Nessuno può sentirsi al sicuro, quando qualcuno è vittima dell’oppressione, quando qualcuno non ha libertà, quando qualcuno non ha diritti. I diritti di tutti, la libertà di tutti, la sicurezza di tutti è messa a rischio».

La memoria come responsabilità verso il presente

L’82° anniversario degli eccidi di Monte Sole si è così trasformato in un’occasione per rinnovare il valore della memoria e il suo legame con le responsabilità del presente.

Le testimonianze delle città ucraine, gli interventi istituzionali e il richiamo alla tutela dei civili hanno restituito alla commemorazione una dimensione internazionale, ricordando che la pace non è un risultato acquisito una volta per tutte, ma un obiettivo che richiede impegno, consapevolezza e azioni concrete.

Per Marzabotto, il ricordo delle vittime di Monte Sole continua a essere un dovere civile e morale. Un dovere che non si esaurisce nella celebrazione di una ricorrenza, ma chiama istituzioni e cittadini a difendere i diritti umani, sostenere il disarmo e contrastare ogni forma di violenza e sopraffazione.

Perché ricordare non significa soltanto custodire la storia: significa assumersi la responsabilità di contribuire a un futuro in cui nessun bambino debba studiare sottoterra per salvarsi dalle bombe e nessuna comunità debba conoscere nuovamente l’orrore della guerra.

Motori d’epoca ed elettrici in pista: a Sasso Marconi arriva Monfareis Terra 2026

 Domenica 18 ottobre, la pista da cross dello Scaletto, in via Vizzano, ospita una giornata all’insegna dei motori, della competizione e del divertimento. In programma gare endurance per ciclomotori d’epoca e manche dedicate alle moto elettriche. L’evento è organizzato dal Motoclub Sasso Marconi con il patrocinio del Comune.



Motori rombanti, veicoli iconici che hanno fatto la storia delle due ruote e una buona dose di sana follia: a Sasso Marconi si prepara un fine settimana tutto da vivere con Monfareis Terra 2026, l’evento che domenica 18 ottobre farà tappa sulla pista da cross dello Scaletto, in via Vizzano.

Una giornata dedicata agli appassionati delle due ruote, ma anche a chi desidera assistere a uno spettacolo insolito, tra sfide di resistenza, percorsi impegnativi e mezzi capaci di richiamare atmosfere d’altri tempi.

Monfareis Terra rappresenta l’evoluzione in chiave agonistica della celebre Monferraglia: una competizione endurance non competitiva a squadre, caratterizzata da un mix di abilità, resistenza e spirito goliardico. Il motto che accompagna la manifestazione riassume perfettamente lo spirito dell’iniziativa: «Tutto si può fare… tranne cambiare marcia!».


Il programma prevede due categorie, con formule di gara differenti.

La prima è quella dei Moped, i ciclomotori d’epoca con cilindrata fino a 50 cc, protagonisti di una prova di resistenza della durata di tre ore. Una sfida che metterà alla prova la tenuta dei mezzi e la capacità dei partecipanti di affrontare il tracciato, facendo rivivere il fascino di veicoli che hanno segnato un’epoca nella storia del motociclismo.

Spazio anche all’innovazione con la categoria delle moto elettriche, che si confronteranno in due manche da 30 minuti ciascuna. Due mondi diversi, quello dei motori storici e quello della propulsione elettrica, si incontreranno così in una giornata pensata per celebrare la passione per le due ruote in tutte le sue forme.

A fare da cornice alla manifestazione sarà la pista da cross dello Scaletto, un percorso che alterna salti e dislivelli, combinando tratti tipici del motocross con sezioni adatte all’enduro.

Un terreno ideale per mettere alla prova le capacità dei piloti e regalare al pubblico momenti di spettacolo, in un’atmosfera informale e coinvolgente.

L’appuntamento è aperto non soltanto ai partecipanti, pronti a dare «gas a martello», ma anche a curiosi, famiglie e appassionati che vogliono trascorrere una domenica diversa, all’insegna dei motori e della convivialità.

Il programma di domenica 18 ottobre

  • Ore 9: inizio delle prove libere.
  • Ore 11.30: partenza delle gare.
  • Per tutta la giornata: servizio ristoro attivo presso l’area dell’evento.

La manifestazione è organizzata dal Motoclub Sasso Marconi con il patrocinio del Comune, che invita cittadini e appassionati a raggiungere la pista dello Scaletto per assistere a una giornata in cui tradizione motoristica, innovazione e divertimento si incontrano.

L’appuntamento è dunque per domenica 18 ottobre: che siate amanti dei ciclomotori di una volta o curiosi di scoprire le potenzialità delle moto elettriche, a Sasso Marconi i motori sono pronti a farsi sentire.