Il nuovo decreto nazionale, basato esclusivamente su altitudine e pendenza, fa perdere la classificazione a nove Comuni emiliano-romagnoli. La Giunta regionale conferma invece una lettura più ampia della montanità e mantiene nell’elenco regionale tutti i territori. De Pascale e Baruffi: «Nessuno resterà indietro. L’Appennino è strategico e va sostenuto nella sua interezza»
In Emilia-Romagna si apre un
confronto sulla nuova classificazione dei Comuni montani. Il Governo,
attraverso il Decreto del presidente del Consiglio dei ministri dell’11 maggio
2026, riconosce come montani 99 Comuni
della regione, sulla base di criteri esclusivamente fisici e morfologici, in
particolare altitudine e pendenza.
La Regione Emilia-Romagna, invece, sceglie di mantenere una
definizione più ampia e inclusiva della montanità, confermando complessivamente
122 Comuni nell’elenco regionale.
La decisione è stata formalizzata
dalla Giunta regionale, che ha approvato la delibera di aggiornamento
dell’elenco dei Comuni montani. Una scelta che, nelle intenzioni della Regione,
punta a garantire continuità alle politiche di sostegno all’Appennino,
indipendentemente dalla nuova classificazione nazionale.
«Per l’Emilia-Romagna i Comuni
montani sono 122 e non 99 e, per tutte le politiche regionali, dalle strategie
ai fondi per la montagna fino alle condizioni di maggior favore per bandi e
servizi, nessuno resterà indietro», affermano il presidente della Regione, Michele de Pascale, e l’assessore
regionale alla Montagna e alle Aree interne, Davide Baruffi, al termine della seduta di Giunta.
Nove
Comuni perdono la montanità per lo Stato
Il nuovo provvedimento nazionale
modifica sensibilmente il quadro precedente. In Emilia-Romagna sono nove i Comuni che, secondo la classificazione
statale, perdono lo status di Comune montano.
Nel Parmense si tratta di Varano de’ Melegari; nel Bolognese di Monte San Pietro, Sasso Marconi, Marzabotto,
Borgo Tossignano, Casalfiumanese e Fontanelice; in provincia di
Forlì-Cesena di Mercato Saraceno e
Sogliano al Rubicone.
Al contrario, altri nove Comuni
entrano nella classificazione nazionale: Alta
Val Tidone, Piozzano, Travo, Gropparello, Lugagnano Val d’Arda e Vernasca
nel Piacentino; Langhirano nel
Parmense; Modigliana e Civitella di
Romagna nel Forlivese-Cesennate.
La nuova classificazione, dunque,
ridisegna la geografia amministrativa della montagna regionale, utilizzando
parametri legati essenzialmente alle caratteristiche fisiche del territorio.
La
Regione: «La montagna non si misura soltanto con altitudine e pendenza»
È proprio su questo punto che la
Regione Emilia-Romagna rivendica una diversa impostazione. La delibera
approvata dalla Giunta mantiene infatti un approccio che considera la montagna
non soltanto attraverso parametri altimetrici o morfologici, ma anche in
relazione alle condizioni socioeconomiche e alla necessità di garantire servizi
e coesione territoriale.
«La legge regionale continuerà a
essere inclusiva», sottolineano de Pascale e Baruffi. «La Regione non vuole
assolutamente spezzare o indebolire il lavoro per la coesione avviato con
decisione in questi anni. Al contrario, intende rafforzare una strategia
fondata sulla solidarietà e sull’integrazione territoriale, volta a colmare i
divari e a creare opportunità».
Per presidente e assessore, infatti, classificare i territori esclusivamente sulla
base di parametri fisici rischia di non cogliere la complessità delle comunità
appenniniche.
«Frammentare le comunità e dividere i
territori montani in base a freddi algoritmi altimetrici non aiuta lo sviluppo
di alcuna località dell’Appennino», sostengono. «Le esigenze delle nostre
comunità non si esauriscono con un calcolo della pendenza: ci sono la tenuta
dei servizi fondamentali, il contrasto allo spopolamento, la tutela
idrogeologica e il sostegno all’economia locale».
La
Regione conferma le risorse
La scelta regionale non riguarda
soltanto la classificazione formale, ma anche le conseguenze concrete sul piano
delle politiche territoriali e delle risorse.
De Pascale e Baruffi assicurano che
l’Emilia-Romagna continuerà a investire sull’intero territorio montano,
comprese le realtà che non rientrano nella nuova classificazione nazionale.
«Vogliamo continuare a investire con
determinazione su tutta la montagna emiliano-romagnola, senza penalizzare
alcuna realtà o creare comunità di serie A e di serie B», spiegano.
La Regione ricorda inoltre di essere
intervenuta già con l’ultima legge di bilancio, incrementando le risorse
destinate alla montagna, proprio in previsione degli effetti della nuova
normativa nazionale.
Secondo quanto riferito dalla Giunta,
a fronte della riduzione del 60% delle
risorse statali destinate ai territori montani, la Regione ha previsto risorse
proprie per compensare integralmente la quota mancante. A queste si
aggiungono gli stanziamenti contenuti nella recente manovra di assestamento,
tra cui 18 milioni di euro destinati alle
aree interne.
«Difendere l’Appennino significa
garantire pari dignità, opportunità e servizi a tutti i cittadini che lo vivono
e lo custodiscono ogni giorno», concludono il presidente e l’assessore.
I
Comuni montani nel Bolognese
Per quanto riguarda il territorio
della Città metropolitana di Bologna,
l’elenco regionale comprende:
Alto
Reno Terme, Borgo Tossignano, Camugnano, Casalfiumanese, Castel d’Aiano, Castel
del Rio, Castel di Casio, Castiglione dei Pepoli, Fontanelice, Gaggio Montano,
Grizzana Morandi, Lizzano in Belvedere, Loiano, Marzabotto, Monghidoro, Monte
San Pietro, Monterenzio, Monzuno, Pianoro, San Benedetto Val di Sambro, Sasso
Marconi, Valsamoggia e Vergato.
Il caso bolognese rende particolarmente evidente il confronto tra i due criteri: alcuni territori che per lo Stato non sono più considerati montani continuano infatti a essere riconosciuti come tali dalla Regione, con l’obiettivo di non interrompere le politiche di sostegno e di sviluppo rivolte alle comunità dell’Appennino.