Dalla Polizia alla guerra, dall’esilio alla rinascita
attraverso l’arte
di Valter Venturi
Guelfo,
originario di Sasso Marconi, si arruolò nella Polizia a soli 18 anni. Era il
1940, la guerra era appena iniziata, e venne mandato a Napoli. Prestava
servizio di sentinella al porto, con l’ordine scritto di fermare tutti i
veicoli per i controlli.
Un giorno si
avvicinò un’automobile. Rallentò, poi improvvisamente accelerò. Guelfo
imbracciò il fucile e sparò. L’auto inchiodò. A bordo c’erano il questore e il
prefetto di Napoli.
In Questura
scoppiò un putiferio. Il giorno seguente Guelfo venne convocato e sottoposto a
un duro rimprovero. Lui, però, mostrò l’ordine scritto che gli imponeva di
effettuare i controlli. Poco dopo fu trasferito a Milano e, qualche mese più
tardi, a Spalato.
«A Spalato
c’era un’aria pesante», avrebbe raccontato molti anni dopo. «Fuori turno
bisognava essere almeno in quattro e avere la pistola».
L’8 settembre 1943 e la scelta di Guelfo
Dopo l’8
settembre 1943, Guelfo fece una scelta destinata a segnare profondamente la sua
vita: si arruolò nelle formazioni fasciste delle Camicie Nere di Pavolini e
venne inquadrato nella X Legio di Bologna.
Terminata la
guerra, nel 1945, rientrò in Polizia e fu nuovamente destinato a Napoli. Erano
anni di forti tensioni e di tumulti. In un paese del Beneventano, la cui
località Guelfo non ha mai precisato con esattezza, una caserma dei Carabinieri
era stata accerchiata.
Un capitano
di Polizia convocò Guelfo e gli ordinò:
«Prendi
venti uomini e vai a sedare la rivolta».
Guelfo
obiettò:
«Io? Ma non
sono neppure graduato!».
La risposta
del capitano fu tagliente:
«Tu eri
graduato nelle Camicie Nere fasciste».
Guelfo
replicò a sua volta:
«E tu dove
hai fatto carriera, compagno?».
Ne seguì una
discussione dai toni accesi. Di quella vicenda si dissero molte cose e, alla
fine, Guelfo venne sospeso dal servizio.
L’agguato e la fuga
Tornato a
Sasso Marconi, mentre scendeva da Iano, Guelfo subì un agguato. Gli spararono.
«Mi gettai a
terra con la pistola in pugno. Rimasi immobile e cominciai a muovermi soltanto
dopo due ore».
Quando
finalmente riuscì a rientrare a casa, fece una riflessione che avrebbe cambiato
ancora una volta il corso della sua vita:
«Qui va a
finire che mi ammazzano o che io ammazzo qualcuno».
Decise così
di dimettersi dalla Polizia. Contattò alcuni ex commilitoni che si trovavano
nella sua stessa situazione. Insieme presero una decisione: espatriare.
Raggiunsero
la Sardegna e pagarono un barcaiolo che li trasportò clandestinamente in
Corsica. Appena arrivati, entrarono in un bar per bere qualcosa e mangiare uno
spuntino. Ma alcuni giovani corsi li provocarono pesantemente e scoppiò una
violenta scazzottata.
Intervennero
i gendarmi e li arrestarono. Poi venne prospettata loro una scelta:
«Affronterete
il processo e verrete condannati. Oppure dite che volete arruolarvi nella
Legione Straniera e non succederà nulla».
Scelsero la
seconda possibilità.
Furono
accompagnati a Marsiglia, a spese delle autorità, e condotti al centro di
arruolamento, dove trovarono una fila interminabile di aspiranti legionari.
Ma Guelfo
era stanco.
«Ero stanco
di guerra e di ammazzamenti».
La
sorveglianza, raccontava, era quasi inesistente. Riuscì ad allontanarsi e si
recò al Consolato italiano per ottenere nuovi documenti, dopo che i suoi erano
stati sequestrati.
L’incontro che cambiò la sua vita
Durante
l’attesa conobbe Gualtieri, pittore, scultore e restauratore, già capitano
della Repubblica Sociale Italiana.
I due si
raccontarono le proprie storie. Poi Gualtieri gli disse:
«Se vuoi
venire con me, posso offrirti poco, ma da mangiare e un letto sono garantiti».
Per Guelfo,
in quel momento, era tantissimo.
I due
rimasero a Marsiglia per circa un anno, lavorando al restauro di alcune chiese.
Fu l’inizio di una nuova vita, lontana dalle armi.
Il vescovo
di Marsiglia, conoscendo le capacità dei due restauratori, parlò di loro al
vescovo di Barcellona. Arrivò così la proposta di trasferirsi nella città
catalana.
Accettarono.
Giunti al
confine spagnolo, vennero prelevati da quattro gendarmi della Guardia Civil,
che li scortarono fino al vescovato di Barcellona.
La città
portava ancora le ferite della Guerra civile. Durante il conflitto, miliziani
anarchici e comunisti avevano accatastato le panche all’interno delle chiese e
dato loro fuoco. Il lavoro di restauro fu enorme e durò circa quindici anni.
Guelfo, nel
frattempo, imparò sempre più a fondo l’arte del mestiere. In Spagna formò
diversi allievi, insegnando loro le tecniche del restauro, della pittura, degli
affreschi e della scultura. Tra i luoghi ricordati nella sua storia figurano
Savignao e Escarion, in Galizia.
Dopo la
morte della moglie, Guelfo tornò in Italia.
«Qui sono
nato e qui voglio essere seppellito».
Una vita segnata dalla guerra
La storia di
Guelfo è quella di un uomo attraversato dalla guerra e dalle sue conseguenze:
prima la Polizia, poi il fascismo, il conflitto, la sospensione dal servizio,
l’agguato, la fuga, l’esperienza mancata nella Legione Straniera e, infine, una
nuova esistenza costruita attraverso l’arte e il restauro.
Anni dopo,
durante la Guerra civile nella ex Jugoslavia, davanti alle drammatiche immagini
trasmesse dai telegiornali, Guelfo rimase in silenzio. Chinò il capo, con gli
occhi arrossati, e con voce flebile disse soltanto:
«La guerra
civile è una brutta cosa. Speriamo non accada mai più».