Interrogazione sul personale ricollocato in mansioni non assistenziali: il rischio è che gli organici ufficiali sovrastimino il numero degli infermieri effettivamente disponibili per l’assistenza.
Quanti sono oggi gli infermieri che assistono concretamente i pazienti nei reparti ospedalieri e sul territorio? I dati ufficiali non consentono di avere un quadro sufficientemente chiaro. Per questo il consigliere regionale Marco Mastacchi (Rete Civica) ha presentato un’interrogazione a risposta scritta alla Giunta regionale, chiedendo di fare luce sulla reale consistenza del personale infermieristico impiegato nell’assistenza diretta.
Il punto di partenza è una criticità ormai strutturale: il Servizio sanitario regionale deve fare i conti con una significativa carenza di infermieri. Reclutare nuovo personale e sostituire chi lascia il servizio è sempre più difficile, come segnalano da tempo professionisti, organizzazioni sindacali e Aziende sanitarie. Una situazione che si ripercuote sulla qualità e sulla tempestività dell’assistenza, oltre ad aumentare i carichi di lavoro per chi è quotidianamente in servizio.
In questo scenario esiste un aspetto poco visibile, ma rilevante per una corretta programmazione del personale. Un infermiere inizialmente idoneo allo svolgimento delle proprie mansioni può, nel corso della carriera, sviluppare problemi di salute o riportare limitazioni permanenti, accertate dal medico competente, che gli impediscono di svolgere, in tutto o in parte, attività assistenziali. In questi casi, le Aziende sanitarie sono tenute a individuare mansioni compatibili con le condizioni del lavoratore, ricollocandolo, ad esempio, in uffici amministrativi, segreterie, servizi di accoglienza o altre attività di supporto.
«Si tratta di una tutela giusta e doverosa nei confronti dei lavoratori, che nessuno intende mettere in discussione», sottolinea Mastacchi. «La questione riguarda invece il modo in cui queste figure vengono conteggiate negli organici. Pur mantenendo la qualifica di infermiere, infatti, non sono più impiegate nei reparti, nell'assistenza domiciliare o nelle Case della Comunità. Se vengono conteggiate integralmente nella dotazione organica infermieristica, il rischio è quello di rappresentare una disponibilità di personale superiore a quella realmente utilizzabile nell'assistenza ai cittadini».
Una possibile distorsione statistica che, secondo il consigliere, produce due conseguenze: da un lato, può sottostimare il fabbisogno effettivo di nuove assunzioni; dall'altro, rischia di rendere meno evidente la carenza di professionisti impegnati a diretto contatto con i pazienti. A pagarne le conseguenze sono sia gli infermieri in servizio, chiamati a coprire turni e garantire prestazioni con organici effettivi inferiori a quelli formalmente registrati, sia i cittadini che necessitano di cure e assistenza.
Con l'interrogazione, Mastacchi chiede quindi alla Giunta regionale di chiarire:
• quali criteri adottino le Aziende sanitarie per conteggiare gli infermieri dichiarati non idonei, parzialmente idonei o permanentemente inidonei alle mansioni assistenziali e successivamente assegnati ad attività amministrative o comunque non assistenziali;
• se questi lavoratori continuino a essere inclusi nella dotazione organica infermieristica e nei parametri utilizzati per determinare il fabbisogno di personale, oppure vengano contabilizzati separatamente rispetto agli infermieri effettivamente impegnati nell'assistenza;
• quanti siano, per ciascuna Azienda sanitaria, gli infermieri ricollocati in mansioni non assistenziali e quale percentuale rappresentino sul totale del personale infermieristico;
• quanti siano gli infermieri realmente operativi nell'assistenza diretta e quante, invece, le unità formalmente presenti negli organici ma non concretamente impiegabili per l'assistenza ai pazienti.
«Per programmare correttamente la sanità servono numeri che raccontino la realtà, non soltanto statistiche formali», conclude Mastacchi. «Conoscere quanti infermieri lavorano effettivamente accanto ai pazienti è il primo passo per misurare il fabbisogno reale e capire quante nuove assunzioni siano necessarie. Senza dati trasparenti e aderenti alla situazione concreta, il rischio è di pianificare i servizi su organici che esistono sulla carta, ma non nella realtà quotidiana dell'assistenza».




