L’attribuzione della
cittadinanza onoraria a Francesca Albanese ha avuto una forte eco a Marzabotto
e raccolto il convinto sostegno di numerosi cittadini, che non hanno mancato di
sottolineare, con la loro partecipazione alla cerimonia di consegna, il
consenso e l’entusiasmo per la decisione dell’amministrazione comunale, passata
senza indugi dalle parole ai fatti, mentre altrove si continua a discutere e a
prendere tempo.
L’incontro di ieri sera ha fatto registrare momenti di forte
partecipazione, con prolungati applausi, standing ovation e manifestazioni di
approvazione che, in alcuni momenti, hanno assunto toni vicini al “tifo da
stadio”.
Come in ogni confronto pubblico, non è mancata però anche una voce di
dissenso, quella del consigliere comunale di Forza Italia Morris Battistini,
che ha espresso la propria contrarietà alla cittadinanza onoraria. Una
posizione che ha suscitato una decisa reazione da parte di una parte della
platea, con contestazioni che, secondo il consigliere, sarebbero arrivate fino
all’insulto personale.
Battistini ha affidato le proprie considerazioni a un lungo comunicato dal
titolo “Marzabotto, una serata che racconta quanto sia difficile accettare
il dissenso”, nel quale racconta la propria esperienza.
“Ho votato contro la
cittadinanza ad Albanese e ieri sera ho avuto la conferma delle mie ragioni. Il
dissenso è stato sommerso da fischi, insulti e urla. Questa non è la democrazia
che Marzabotto dovrebbe rappresentare”.
Di seguito il testo del suo intervento.
Ieri sera al Teatro comunale di Marzabotto non è andata in scena soltanto
la presentazione di un libro e la consegna di una cittadinanza onoraria. È
andato in scena, a mio giudizio, qualcosa di molto più significativo: la
difficoltà, ancora una volta, di una certa parte del mondo politico e culturale
di accettare che qualcuno possa avere un’opinione diversa.
Il teatro era gremito. Per quasi due ore si sono susseguiti interventi,
applausi, standing ovation e cori in favore di Francesca Albanese. Nulla di
scandaloso, sia chiaro: chiunque ha il diritto di esprimere il proprio sostegno
a una persona e alle sue idee.
Il problema nasce quando quel diritto sembra valere soltanto per chi
applaude.
Quando è arrivato il momento degli interventi, mi sono alzato e ho detto
chi sono: capogruppo di Forza Italia e persona che, con convinzione, ha votato
contro la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese.
E ho rivendicato quella scelta.
Ho spiegato che, dopo aver letto i suoi libri, seguito i suoi interventi e
approfondito le sue posizioni, la mia convinzione non solo non è cambiata, ma
si è ulteriormente rafforzata: ritengo che Francesca Albanese non rappresenti
la storia, la sensibilità e i valori che Marzabotto dovrebbe esprimere
attraverso una cittadinanza onoraria.
Ho ricordato una scelta che considero profondamente significativa della
storia amministrativa del nostro Comune: nel 2019, su mia proposta, il
Consiglio comunale conferì la cittadinanza onoraria a Liliana Segre.
E proprio Liliana Segre è stata protagonista di un duro confronto pubblico
con Francesca Albanese sul tema del genocidio e della guerra a Gaza. Un
confronto nel quale Albanese ha successivamente utilizzato, nei confronti della
senatrice a vita, espressioni relative alla sua lucidità nel valutare la
questione.
Ho quindi posto ad Albanese alcune domande molto semplici.
Hamas va condannato senza se e senza ma? Gli attacchi del 7 ottobre vanno
condannati senza ambiguità? Il diritto internazionale vale per tutti, oppure
soltanto quando viene invocato contro Israele? I diritti umani sono universali
oppure dipendono dal popolo che li rivendica? La parola “genocidio” può essere
utilizzata soltanto per descrivere le responsabilità attribuite a Israele o
deve essere affrontata con lo stesso rigore di fronte a qualsiasi attore? E
ancora: la soluzione dei due popoli e dei due Stati rappresenta una prospettiva
da sostenere?
Domande che, almeno secondo quanto ho potuto constatare direttamente ieri
sera, non hanno ricevuto una risposta puntuale.
La risposta che ho ricevuto è stata invece, a mio giudizio, politica e
personale.
Albanese ha contestato le mie parole, ha sostenuto che non avrei avuto
pudore nel formulare determinate accuse e mi ha invitato a vergognarmi di ciò
che stavo dicendo. Nel corso della replica, secondo quanto ho vissuto
direttamente, ha inoltre imitato la mia voce e alcuni miei gesti, suscitando
l’ilarità e l’applauso di una parte consistente della sala.
E qui arriviamo al punto.
Perché quando una platea applaude Francesca Albanese è democrazia, mentre
quando un consigliere comunale esprime una posizione diversa diventa
improvvisamente un problema?
Durante il mio intervento sono partiti fischi, urla e insulti. Mi sono
sentito dire di andare a casa, di vergognarmi e sono stato apostrofato con
epiteti che non considero degni di un confronto politico e istituzionale.
A un certo punto è dovuta intervenire la sindaca Valentina Cuppi per
cercare di riportare la situazione alla calma e consentirmi di proseguire.
E io l’ho detto chiaramente alla stessa Albanese: quella platea era, in
quel momento, la sua platea.
Una platea che aveva applaudito per decine di minuti, che aveva accolto la
sua presenza con entusiasmo e che, non appena è comparsa una voce critica, ha
reagito con fischi e insulti.
Se questo è il modo in cui intendiamo il confronto democratico, allora
abbiamo un problema.
Io continuerò a difendere il diritto al dissenso.
Anzi, lo rivendico con orgoglio.
Perché il dissenso non è odio. Il dissenso non è fascismo. Il dissenso non
è ignoranza. Il dissenso non è un tentativo di “cercare i riflettori”.
Il dissenso è democrazia.
E proprio per questo ho contestato anche quello che ho percepito come un
uso politico della serata: una cittadinanza onoraria consegnata nello stesso
momento in cui veniva presentato il libro di Albanese.
La domanda che pongo è semplice: era una cerimonia istituzionale o la
presentazione di un libro?
Perché, se si trattava di una cerimonia istituzionale, allora avrei
preferito un confronto istituzionale.
Se invece si trattava della presentazione di un libro, allora non comprendo
perché fosse necessario utilizzare la cornice della cittadinanza onoraria.
E poi c’è un’altra questione.
In questi giorni è esplosa una polemica sulle immagini che ritraggono
Francesca Albanese con capi di marchi come Loro Piana e Celine, brand finiti
nel dibattito pubblico proprio per i loro presunti legami economici con
ambienti contestati dal movimento pro-Palestina. La stampa ha raccontato la
vicenda, chiarendo anche che i due marchi non risultano nella lista ufficiale
BDS.
Io le ho semplicemente chiesto se gli abiti che indossava fossero Loro
Piana o Celine.
Non ho ricevuto una risposta precisa sui marchi. Mi è stato risposto che
erano “i suoi abiti”.
Anche in questo caso, una domanda semplice avrebbe meritato una risposta
semplice.
Non mi interessa sapere quanto costino i vestiti di Francesca Albanese. Mi
interessa la coerenza tra ciò che si predica e ciò che si pratica.
Perché, se si chiede agli altri di boicottare determinati marchi, allora è
legittimo domandare perché quegli stessi marchi compaiano nelle proprie
fotografie.
La coerenza, in politica come nella vita, non dovrebbe essere un optional.
A un certo punto, durante il confronto, la sindaca Cuppi — sempre secondo
quanto ho vissuto direttamente — è intervenuta per contestare le mie
affermazioni e, mentre insistevo nel chiedere una risposta, mi ha rivolto
un’espressione volgare.
Se un sindaco arriva a questo livello nel corso di una manifestazione
pubblica, penso che ci sia qualcosa su cui riflettere.
Io non pretendo che Francesca Albanese condivida le mie idee.
Non pretendo che Valentina Cuppi condivida le mie idee.
Non pretendo che il pubblico applaudisse me.
Pretendo però una cosa molto più semplice: che mi venga consentito di
parlare.
E pretendo che le domande vengano affrontate nel merito.
Non ho chiesto a Francesca Albanese di pensarla come me. Le ho chiesto di
rispondere.
Ho chiesto una condanna netta di Hamas e del 7 ottobre. Ho chiesto se il
diritto internazionale debba valere per tutti. Ho chiesto se i diritti umani
siano universali. Ho chiesto se la soluzione dei due popoli e dei due Stati sia
una prospettiva da sostenere. Ho chiesto quale sia il criterio con cui viene
utilizzato il termine “genocidio”.
Non considero queste domande estremiste.
Le considero domande necessarie.
E non accetto che chi le pone venga insultato o ridicolizzato.
Marzabotto è un luogo della memoria. Proprio per questo dovrebbe essere
anche un luogo nel quale la libertà di pensiero e il confronto democratico
vengono difesi con particolare forza.
La memoria non può diventare una clava politica.
La storia di Marzabotto appartiene a tutti gli italiani, non a una parte
politica.
E proprio perché sappiamo quanto possa essere pericolosa l’idea che esista
una sola verità autorizzata, dovremmo essere i primi a difendere il diritto di
chi non è d’accordo.
C’è poi un ultimo episodio che ritengo politicamente significativo.
Al termine della serata ho raccontato sui miei canali social quanto
accaduto e la mia sorpresa per il comportamento di Laura Di Maio, ex consigliera
del gruppo di centrodestra Forza Italia, oggi nel gruppo Misto.
Di Maio aveva votato contro la cittadinanza onoraria ad Albanese. Ieri
sera, dopo averla ascoltata, ha invece applaudito e si è avvicinata
personalmente ad Albanese per dirle di aver cambiato idea e di aver iniziato a
stimarla.
È una scelta che rispetto sul piano personale.
Ma politicamente la considero emblematica.
Perché una cosa è cambiare idea dopo aver ascoltato una persona: è
legittimo.
Un’altra cosa è sostenere una posizione politica all’interno di un gruppo e
poi, una volta usciti da quel gruppo, assumere una posizione completamente
diversa.
Io invece rivendico la coerenza della mia posizione.
Ho votato contro quella cittadinanza e ieri sera, dopo aver ascoltato
Francesca Albanese direttamente, sono uscito dal teatro ancora più convinto di
quel voto.
Non ho cambiato idea per convenienza.
Non ho cambiato idea per applausi.
Non ho cambiato idea per paura dei fischi.
E soprattutto non ho intenzione di cambiare idea perché una sala intera
urla contro di me.
Sono e rimango orgogliosamente di Forza Italia perché credo in un
centrodestra liberale, moderato, europeo e profondamente ancorato ai valori
della democrazia occidentale.
Ed è proprio per questo che considero la scelta di Laura Di Maio di uscire
dal gruppo Voce per Marzabotto - Forza Italia una sua scelta personale e
politica, che rispetto, ma che non rappresenta in alcun modo la posizione di
Forza Italia e, soprattutto, non rappresenta il mio modo di intendere l’impegno
politico.
Ieri sera a Marzabotto non ho perso la voce.
Ho semplicemente scelto di usarla.
E continuerò a farlo.
Perché una democrazia nella quale tutti applaudono è una platea.
Una democrazia nella quale qualcuno può alzarsi, dissentire, essere
contestato e continuare comunque a parlare è una democrazia vera.
Ed è quella democrazia che continuerò a difendere.
Ho mantenuto il tono giornalistico ma ho evitato di trasformare in fatti accertati le accuse e le ricostruzioni contenute nel comunicato di Battistini, lasciandole esplicitamente nella sua prospettiva (“a mio giudizio”, “secondo quanto ho vissuto direttamente”).