giovedì 27 agosto 2026

Gaggio Tech, i 79 licenziamenti: l’Appennino perde altro lavoro. Ora servono nuove occasioni, ma soprattutto un futuro

 La chiusura del ramo plastica riapre una ferita mai rimarginata. Le istituzioni promettono incentivi e ricollocazioni, ma sul territorio cresce lo scetticismo: senza condizioni strutturali per fare impresa, ogni ripartenza rischia di essere soltanto una parentesi



I 79 licenziamenti alla Gaggio Tech non sono soltanto un dato occupazionale. Per l’Appennino bolognese rappresentano un ulteriore impoverimento di un territorio che, negli ultimi anni, ha visto il lavoro industriale arretrare, aziende chiudere o ridimensionarsi e intere comunità confrontarsi con una domanda sempre più difficile: che cosa resta, se il lavoro viene meno?

Ai lavoratori usciti dall’azienda si promette ora di «restituire occasioni occupazionali», cercando di accompagnarli verso una nuova collocazione. Un impegno necessario, soprattutto per persone che attraversano un momento di grande difficoltà e che al peso della perdita del posto di lavoro vedono aggiungersi una preoccupazione ancora più profonda: il timore che, insieme al lavoro, venga meno anche la possibilità di continuare a vivere e costruire il proprio futuro in Appennino.

È una promessa nella quale è giusto credere. Ma lo scetticismo, sul territorio, è forte. E nasce dalla storia recente dello stesso sito produttivo: negli ultimi anni si sono susseguite battute d’arresto, crisi, vertenze e ripartenze, spesso accompagnate più dalla speranza di una soluzione definitiva che dalla concreta costruzione di un futuro industriale stabile.

I 79 licenziamenti segnano la chiusura del ramo della Gaggio Tech dedicato alla plastica. Rimane invece attivo il comparto della lamiera, con circa 40 lavoratori impiegati alla Minifaber. È da qui che sindacati e istituzioni guardano per provare a costruire una parte della risposta occupazionale.

L’obiettivo è infatti quello di ricollocare i 79 lavoratori, innanzitutto attraverso le opportunità che potranno arrivare dalla Minifaber e, più in generale, dalle aziende che operano nelle aree interne e montane.

La Regione ha annunciato una misura destinata proprio a favorire questo percorso: 15 mila euro di incentivo per ogni lavoratore assunto da un’azienda dell’Appennino. Una leva economica importante, pensata per rendere più conveniente l’insediamento e l’assunzione di personale nelle aree interne.

«Una misura molto innovativa, con incentivi forti e localizzati che si spera d’impatto. L’obiettivo è far sì che le aree interne e di montagna non diventino solo un insediamento abitativo, ma un’opportunità di lavoro e occupazione», è stato spiegato dalla Regione.

Ma mentre si attende che il bando diventi operativo e che gli incentivi possano tradursi in nuove assunzioni, c’è una questione immediata da affrontare: il reddito delle 79 persone che hanno perso il lavoro.

Per loro scatterà la Naspi, con tempi differenti a seconda delle mansioni svolte e della storia lavorativa maturata tra realtà come Saeco, Saga Coffee e Gaggio Tech. C’è chi accederà all’indennità già da settembre, chi da ottobre e chi da novembre.

La ricollocazione, dunque, non è soltanto un obiettivo politico o sindacale. È una necessità concreta per persone e famiglie che da un giorno all’altro si trovano a dover ricominciare.

La possibilità che il percorso di ricollocazione abbia successo esiste. L’impegno delle istituzioni è concreto e gli strumenti messi in campo possono rappresentare un’opportunità. Ma sarebbe un errore considerare risolto il problema una volta ricollocati i 79 lavoratori.

Il vero tema è più grande e riguarda il futuro economico dell’intero Appennino.

Bisogna tornare a creare le condizioni perché il lavoro possa nascere, crescere e soprattutto rimanere sul territorio. Non soltanto occupazione temporanea o soluzioni emergenziali, ma posti di lavoro stabili, aziende solide e investimenti capaci di guardare oltre la prossima crisi.

Per farlo servono anche condizioni logistiche adeguate alla realtà industriale e ambientale che stiamo vivendo: collegamenti, infrastrutture, servizi, connessioni, aree produttive e una strategia capace di rendere l’Appennino competitivo senza snaturarne le caratteristiche.

Altrimenti il rischio è quello di continuare a intervenire quando il danno è già avvenuto, cercando di ricollocare chi perde il lavoro invece di creare le condizioni perché quel lavoro non venga perso.

E allora ogni soluzione alla emorragia occupazionale rischia di diventare soltanto una tappa. Ogni crisi verrà seguita da una promessa di ripartenza, ogni ripartenza da una nuova speranza, fino a quando il tessuto produttivo sarà sempre più fragile e le comunità sempre più povere.

I 79 licenziamenti della Gaggio Tech devono quindi essere molto più di una vertenza da chiudere. Devono diventare un campanello d’allarme per l’intero Appennino.

Perché ricollocare 79 persone è fondamentale. Ma la vera sfida è fare in modo che, domani, non siano altre 79 persone a dover cercare altrove il proprio lavoro, il proprio reddito e, infine, il proprio futuro.

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