giovedì 8 gennaio 2026

Commercio, imprese e associazioni difendono i negozi aperti la domenica



Da Dubbio:


Il mondo della grande distribuzione organizzata boccia la proposta di chiusura domenicale dei supermercati avanzata ieri da Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop, l’Associazione nazionale cooperative di consumatori (si veda Il Sole 24 Ore di ieri).

«Sono rimasto sorpreso dalla proposta: in alcuni punti la ritengo antistorica, contro le imprese e contro i clienti». Così Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione, che rappresenta le aziende del commercio moderno alimentare e non alimentare, con un fatturato aggregato di 86 miliardi di euro realizzato in oltre 18.600 punti vendita, tra diretti e affiliati, e circa 225mila addetti, l’84% con contratti a tempo indeterminato. Tra gli associati figurano catene come Bennet, A&O, Crai, Despar, Esselunga, Selex, In’s, Végé, Pam Panorama, Sidis e Coop Alleanza 3.0, insegne che negli anni hanno rafforzato l’offerta di servizi e investono centinaia di milioni di euro l’anno nel rinnovo dei punti vendita e nello sviluppo del business.

«In una fase come l’attuale, caratterizzata da un andamento fragile dei consumi, un’iniziativa di questo tipo produrrebbe ulteriori rallentamenti e danni all’intero sistema economico – sottolinea Buttarelli –. Semplificare il tema sostenendo che la chiusura domenicale consentirebbe risparmi sui costi, senza considerare gli impatti derivanti dalla flessione dei consumi, ad esempio nei centri commerciali, è miope e poco credibile».

Dal punto di vista degli incassi, domenica e sabato sono giornate chiave. Per alcune categorie merceologiche la domenica è il giorno migliore della settimana, per altre il secondo. «Paradossalmente per i supermercati la domenica è sempre più importante perché molte persone non riescono a fare la spesa negli altri giorni: è una giornata ormai insostituibile», aggiunge Buttarelli.

Un ulteriore elemento è la concorrenza delle piattaforme online, operative sette giorni su sette, 24 ore su 24. «Se si vuole lasciare spazio ai grandi player multinazionali dell’e-commerce significa cedere le armi – osserva Buttarelli –. L’apertura domenicale non è un obbligo ma una facoltà: chi decide di chiudere è libero di farlo, senza condizionare l’intero sistema distributivo. È un dibattito che speravamo superato: occorre continuare a lavorare sulle liberalizzazioni». Quanto alla riduzione dei costi, conclude, «si ottiene con l’efficienza, non con i tagli».

Anche secondo Angelo Mastrolia, presidente e amministratore delegato di NewPrinces Group, a cui fa capo Carrefour Italia, l’apertura domenicale è ormai un’abitudine consolidata. «È un tema che appartiene alla storia della Gdo e non credo sia possibile tornare indietro – afferma –. Se c’è un problema di costi e ricavi, ogni impresa deve valutare la propria situazione. Carrefour continuerà a garantire questo servizio, anche nei punti vendita aperti h24, perché il servizio al consumatore è una caratteristica distintiva della nostra insegna».

Giangiacomo Ibba, presidente e amministratore delegato di Crai, catena fortemente radicata nei negozi di vicinato, richiama invece l’attenzione sulle specificità territoriali. «La riflessione di Coop tocca un tema centrale per tutta la distribuzione, ma occorre considerare le esigenze dei territori e delle comunità locali – spiega –. La strada migliore è un’analisi attenta, valutando le diverse soluzioni organizzative».

Più articolata la posizione di Confcommercio. «All’epoca delle liberalizzazioni ci opponemmo alle aperture domenicali, ma senza successo – ricorda Enrico Postacchini, membro della giunta nazionale con delega a commercio e città –. Sostenevamo che un sistema fatto di Pmi e micro-attività non fosse in grado di assorbire i maggiori costi. Oggi il mondo è cambiato: chiudere la domenica significa dare ulteriore spazio all’online». Confcommercio si dice disponibile a valutare la proposta nelle sedi opportune, ma con un punto fermo: «La domanda e il mercato si sono evoluti. Deve restare la facoltà di adattare il servizio al territorio e ai prodotti venduti. L’e-commerce opera in un vuoto normativo e fiscale che lo avvantaggia, mentre i retailer tradizionali sostengono pesanti costi fissi per locali e personale».

 Enrico Netti

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