Il Tecnico per gli Interventi Faunistico-Ambientali,
Ettore Casanova ( nella foto), che ha eseguito una analisi sulla presenza del lupo in
Appennino, lancia un campanello d’allarme perché non se ne sottovalutino i pericoli. L’analisi è partita
dopo la denuncia di Fabio Cussini che riferiva di ripetute razzie dei lupi a
Ghisiola nel preparco di Monte Sole dove egli risiede con la famiglia e della sua forte preoccupazione poiché questi
canidi sono soliti farsi vivi anche in pieno giorno quando i suoi figli godono
della libertà della campagna scorrazzando non lontano da casa con le biciclette
lungo le vicinali.
Ettore Casanova scrive:
I
ripetuti attacchi dei lupi alla Ghisiola evidenziano una diffusione del
Rischio-Lupo completamente sottovalutata nelle Valli del Reno e del Setta così
come del resto in tutt’Italia; altrettanto come lo fu a suo tempo il
Rischio-Puma nel West degli Stati Uniti. Rischio sia per l’incolumità pubblica,
che negli Stati Uniti giunse poi ad avere esiti tragici; sia per l’economia
pubblica; sia (non ultimo) per la fiducia pubblica. Perchè, quel che è peggio,
in Italia il fraintendimento dei fatti si accompagna al malgoverno della
Campagna; che vede nella adorazione del Lupo il proprio centro. Alla Ghisiola i
lupi hanno mangiato il piccolo gregge di capre ricoverato di fianco alla casa,
proprio sotto la finestra della vecchia madre, nel corso di ripetute incursioni
effettuate nel giro di poche settimane. Nel medesimo periodo le incursioni dei
lupi si sono alternate a predazioni di cervi nelle immediate vicinanze della
casa, nei pressi (poche centinaia di metri) della casa stessa di un podere
confinante. Fino addirittura all’ultima predazione di una cerva avvenuta proprio
davanti alla porta di casa della Ghisiola: a una cinquantina di metri.
Contemporaneamente noi, vicini ed amici che viviamo la Campagna di Marzabotto,
Sasso e Grizzana, Lizzano abbiamo regolarmente visto e vediamo regolarmente
lupi che si mostrano tranquillamente alle persone negli orari del pascolo dei
cervi e cinghiali nei dintorni della Ghisiola, delle case con essa confinanti e
in tutta la montagna. Nel senso di lupi che si mostrano nel raggio di un
centinaio di metri da case abitate o di persone, tutt’altro che intimoriti
dalla presenza umana; quando non proprio passano in pieno giorno attraverso
l’aia di una casa, come è capitato anche a me personalmente, o ripetutamente
nel cortile di una stalla, di notte sotto le finestre delle abitazioni; oppure
sostano a poche decine di metri davanti alle persone continuando a guardarle
con tranquilla insistenza. Tutto questo succede in un contesto in cui sono
ormai diffusi focolai di predazione domestica a carico di bestiame ed animali
d’affezione lungo le stesse Valli del Reno e del Setta; in linea con quanto
accade in tutta l’Emilia Romagna. Le predazioni sugli animali d’affezione
colpiscono specialmente cani da compagnia e da lavoro. Esemplari in questo
senso sono i casi della serie di uccisioni di cani a Castiglione dei Pepoli
(caso identico alla serie di cani mangiati ad Albareto PR, tanti per fare
esempi fra i tanti), degli attacchi a cani da tartufo e da caccia nel corso
delle loro attività. Tutti casi noti fra la gente della Campagna; ma che in
minima parte, solo nei casi più clamorosi, assurgono agli onori della cronaca.
Si pensi, ancora per tutti, al caso delle predazioni dei vitelli fin dentro ad
una stalla di Cavriago, RE, nell’estate del 2020. E nemmeno tutti quei fatti
che dovrebbero essere fra i più clamorosi giungono alla ribalta della cronaca;
perché cominciano ad essere sempre più frequenti i casi di incidenti diretti
con l’uomo che non assurgono alla notorietà dei media. Come detto: lupi che si
avvicinano disinvoltamente alle persone, lupi che esplicitano aggressività
verso l’uomo, lupi che sostano insistentemente nei pressi di case o stalle,
lupi che seguono persone. Il più delle volte questi episodi vengono
classificati come eventi fortunati per le persone, coinvolte perché esse
avrebbero fruito di una esperienza più unica che rara di contatto con le
meraviglie della Natura. Questo per dire come il caso della Ghisiola non sia
isolato, ma sia significativo invece di una situazione attuale che si sta
facendo tendenza crescente della decisione dei lupi (perché non bisogna
dimenticare che la predazione è un comportamento appreso) che intorno alle case
si possa mangiare bene; che le case degli umani possano essere parte integrante
del loro terreno di caccia e che gli uomini e donne sapiens stessi non siano
una fonte di rischio. Quello che rende il Caso Ghisiola più grave di tanti
altri è che essa è abitata da persone più vulnerabili della media all’incidente
col lupo: l’essere nel posto sbagliato al momento sbagliato; se non proprio
l’essere prede facili. La casa è infatti abitata dalla vecchia madre e dai due
figli piccoli (di 2 1/2 e 6) del mio amico Cussini. Questa situazione data dal
ritorno del lupo nella Valle del Reno sta replicando disgraziatamente in modo
perfetto la situazione che si diede dal ritorno del puma nel West americano
durante la Seconda Metà degli Anni Ottanta. Anche là il ritorno degli degli
ungulati si portò dietro il ritorno dei predatori. Anche là si manifestarono le
fratture antropologiche tipiche nella popolazione artificializzata dalla vita
urbana: consistenti sia nello smarrimento della memoria che l’Homo sapiens
possa essere una preda come un’altra; nonché nell’illusione che la Campagna sia
la proiezione dell’armonia del proprio guardino di casa. Queste fratture,
dicevamo, trainò il discorso pubblico in un sbornia di negazione della realtà,
illusionismo new age, ecologia da intrattenimento tale e quale a quella alla
quale assistiamo oggi a Bologna, in Italia, a Marzabotto ed oltre. Quindi,
quando i puma cominciarono ad essere visti avvicinarsi alle persone con
atteggiamento confidente, ad aggirarsi nei guardini delle case, addirittura a
predare (esattamente a quello che avviene alla Ghisiola, ad Albareto, a
Castiglione, a Lama di Reno, Monzuno…) nei giardini della case, a marcare il
proprio territorio artigliando le verande delle case (così come oggi i lupi
marcano il territorio con le proprie fatte a pochi metri dalle case), fino ad
affacciarsi alle finestre dei salotti di casa ed altri segnali forti e chiari
che gli animali stavano acquisendo una confidenza impropria e pericolosa con
gli umani. Questi segnali furono invece salutati, dicevamo, dalle famiglie del
terziario avanzato, che si era stabilito fuori città pur senza entrare a fare
parte della Società di Campagna, come i segni della bontà del proprio
investimento immobiliare: essersi stabiliti in luoghi che permettevano loro di
vivere in armonia con la Natura. Con la maiuscola. Di essere in prima fila
nell’impresa del recupero dell’Eden perduto dopo al Caduta, unita all’esperienza
quotidiana della evoluzione secondo i più ortodossi canoni darwiniani. Allora
quando cominciarono a sparire cani e gatti, prima vennero considerati casi
dubbi; poi quando i cani cominciarono ad essere predati anche davanti a casa
(esattamente come a Castiglione dei Pepoli, Albareto, Torrile, Pesaro, ecc… )
questi episodi vennero considerati dalle equivalenti delle nostre Polizie
Provinciali incidenti dovuti all’imperizia dei proprietari a governare i propri
animali. Anche là, come qua in modo identico, gli uffici competenti suggerivano
che fossero gli umani a dovere cambiare il proprio comportamento, non i
carnivori; i quali non facevano niente di speciale. Anche nel West, come in
Italia cominciò il rosario del benvenuto entusiastico all’arrivo del mezzo più
naturale possibile ed immaginabile per il controllo degli ungulati, l’unico
vero riequilibratore di Fauna. Di fronte al quale la perdita di qualche cane o
gatto era un doloroso incidente mentre la Natura faceva il proprio corso sotto
gli occhi del turismo e delle periferie ecologicamente impegnate. Sicuri che
animali così intelligenti avrebbero certamente saputo distinguere le proprie
vere prede (con le quali si erano così perfettamente co-evoluti nel corso della
storia naturale) dalle prede sbagliate: le persone umane. Nonostante che anche
là, come qua, un nucleo minoritario di zoologi ed agenti pubblici avvertisse
invano, fra la supponenza generale dei rispettivi colleghi e degli opinion
leader ambientali, che il fatto che fosse da oltre un secolo che non si
registrassero vittime di puma non poteva essere un argomento rassicurante
(anche perché nel frattempo puma e lupi erano stati praticamente estinti dalla
persecuzione umana), né potesse essere risolutiva la teoria che solo individui
vecchi e malati potessero essere eccezionalmente spinti all’attacco di uomini.
Quindi la predazione di umani come era vista evento anomalo che rende
sorprendente la vita. Al contrario, secondo questa minoranza di studiosi e
wildlife managers pubblici il comportamento predatorio è un comportamento
malleabile dall’apprendistato individuale o di branco; per cui esso può
cambiare nel tempo e avere ad oggetto anche esseri umani quando il predatore
abbia acquisita l’abitudine alla sua presenza come animale innocuo. Anche là come
qui cominciò lo scontro fra la minoranza di Campagna (considerata una umanità
imperfetta, arretrata, attaccata ad interessi particolari) da una parte e
dall’altra invece la massa dedita allo svago impegnato (considerata come
illuminata da pensieri edificanti, se non proprio eticamente razzista in casi
non infrequenti, erudita, animata dal gusto per il bello) nell’Ambiente.
Ambiente che è poi sempre la stessa Campagna, chiamata tuttavia con un’altra
denominazione; questa volta però politicamente corretta. Chiamando la Campagna
appunto Ambiente si nascondono infatti un mucchio di questioni irrisolte di
equità per l’uso arbitrario della terra degli altri, per la discriminazione
culturale e politica operata ai danni di quel 7 % circa di popolazione che vive
di Campagna e per l’accesso preferenziale a risorse pubbliche da parte di
organizzazioni cosiddette di protezione ambientale. Fino a che (per tornare al
discorso di prima) dopo diverse persone inseguite e bambini finiti all’ospedale
salvi per miracolo, ma malamente feriti ed in certi casi rimasti menomati
(come, per esempio, nel caso del fungaiolo attaccato in Provincia di Trento da
un’orsa nel 2014) per attacchi di puma fra la California, Montana e Texas si
arrivò infine alla tragedia annunciata. Quando, a Boulder, Colorado, in un
giorno qualsiasi di gennaio del 1991, ad un’ora qualsiasi, in un luogo
qualsiasi, un ragazzo come tanti esce da scuola per il suo allenamento
quotidiano di corsa e non torna più. Ne ritrovano i resti con il cranio senza
più volto e le orbite svuotate degli occhi, le costole ripulite e la cassa
toracica con l’addome svuotati fino a mostrare la colonna vertebrale. Si pensa
ad un maniaco in città. Nonostante un ufficiale del locale Dipartimento della
Vita Selvatica si aspettasse, inascoltato, l’arrivo un accadimento del genere;
dopo che era da qualche anno che i puma avevano cominciato a scandire il conto
alla rovescia del dramma, dimostrandosi sempre più confidenti verso le
abitazioni e le persone in zona. Come era già accaduto in anni precedenti in
Texas e nei dintorni di Los Angeles; dove gli attacchi, che non avevano avuto
fortunatamente un esito fatale, erano stati preceduti dai medesimi segnali
comportamentali già sommariamente descritti in precedenza. Ed infatti un
maschio di puma – giovane ed in perfetta salute, anziché anziano e malandato;
né messo alle strette da un’aggressione umana come avrebbe voluto la zoologia
scolastica – viene colto a tornare sul luogo dell’uccisione della sua preda le
cui abitudini erano stata osservate nel corso delle settimane; perché i
predatori tornano a finire di mangiare i resti delle proprie prede. Così viene
abbattuto dagli agenti (agiti da un moto antropocentrico) e finisce che nel suo
stomaco vengano ritrovati pezzi del cuore del povero ragazzo. L’animale aveva
semplicemente voluto togliersi lo sfizio di mangiarsi un uomo, evidentemente
stanco di mangiare la solita minestra ci cervo. Un po’ come noi che ogni tanto
andiamo a mangiare nella trattoria fuori-porta. A questo proposito un
commentatore dell’epoca paragonò questa predazione ad un sacrificio azteco.
Così come gli Aztechi strappavano il cuore pulsante dal petto delle vittime per
offrirlo al Sole; altrettanto cinque secoli dopo si era ripetuto un sacrificio
umano in Colorado. Dove un ragazzo era stato ucciso da una comunità di
adoratori della fantasia che la wilderness (la vera wilderness) potesse essere
lasciata indisturbata nell’America contemporanea; un ragazzo il cui cuore
dilaniato era stato offerto all’utopia della Natura incontaminata. Questa
morte, che non si supponeva potesse mai accadere, era successa (come si disse
da parte di qualcuno) a causa di Storia, Ecologia e Politica andate di traverso
sotto forma felina. Come sta succedendo sotto forma canina trent’anni dopo
Boulder oggi anche a Monte Sole; dove il Malgoverno italiano della Campagna,
quindi della Fauna, vi trova un teatro emblematico. Perchè, come detto, se in
America il problema sociale dell’Ambientalismo ha guidati gli eventi a
sottovalutare la vicenda del 7 ottobre 1986 di Bear59; l’orsa tanto tranquilla
da essere diventata la beniamina dei turisti di Yellowstone. La cui immagine,
scattata a otto/dieci metri di distanza, era rimasta impressa nell’ultima
fotografia del rullino della macchina fotografica trovata accanto ai resti
dilaniati di un turista dato per misteriosamente scomparso da qualche giorno.
Ecco, dicevo, se in America l’illusione ambientalista ha accompagnato verso la
tragedia del 1991, successivamente il suo sistema istituzionale ha poi comunque
deciso, per esempio, nel 2013 a Morrison, Illinois, che un gatto di 75 chili
non potesse prendersi l’abitudine di frequentare il fienile di una fattoria
(come potrebbe essere la Ghisiola); per questo un puma è stato abbattuto con
una fucilata. Come vengono abbattuti anche gli orsi che dopo due o tre (non
ricordo) previ interventi dissuasivi continuino a ripetere comportamenti (non
diciamo aggressivi, ma) semplicemente confidenti verso l’uomo. Come anche i
lupi; che vengono abbattuti o cacciati a seconda della legislazione vigente nei
vari stati In Italia invece la regolazione del lupo, catturata
dall’Ambientalismo, rende di fatto impossibile ogni abbattimento di lupi (ed
orsi) problematici. Nonostante che, a questo proposito, la letteratura
accademica confermi la dimensione rischiosa e conflittuale della Fauna con dati
di fonte empirica; che corroborano la storia detta in precedenza dei puma
americani. Per esempio: solo fra il 1989 ed il 1995 nella sola parte
meridionale dello Stato indiano del Bihar gli elefanti hanno uccise 242
persone, gli orsi 50 ed i lupi 92; nella Galizia spagnola a fine Anni Cinquanta
ed a metà Anni Settanta il lupo effettuò serie predazioni, anche con esiti
mortali su donne e bambini; il caso della predazione di un bambino australiano
da parte dei dingo che si erano abituati alla presenza umana; i casi polacchi
negli anni Trenta dove furono uccisi diversi bambini dai lupiQuesta sclerosi
normativa trova il proprio centro di gravità in un sistema istituzionale
estraneo ad una cultura pluralista, dove l’imparzialità e l’affidabilità degli
uffici non è concepito come un diritto del Pubblico. Quindi un sistema captivo,
perché lottizzato dai gruppi di pressione, e poroso ai più svariati interessi
privati travestiti da interessi pubblici da leggi e provvedimenti ad personas;
un sistema, ancora, caratterizzato da irresponsabilità finanziaria che pensa ed
agisce tenendo rigorosamente separati le regole dai principi. Un sistema dunque
che permette che pretese unilaterali immoderate ed irresponsabili, soprattutto
se di massa, divengano normative. Fra le quali non poteva mancare
l’intangibilità assoluta del lupo; sempre più somigliante a quella delle vacche
in India, che non a quelal di una politica di conservazione. Un dogma
ideologico, questo, travasato in regola politica; a dispetto di diffuse
esperienze gestionali in giro per l’Europa; dove il lupo tuttavia continua ad
esserci e a prosperare, come è bene e giusto che sia; altrettanto quanto
avviene in Usa e Canada. Il lupo infatti viene abbattuto in Francia (20 % circa
della popolazione abbattuta annualmente), Slovenia, Norvegia, Svezia (i Lapponi
vivono in armonia con la Natura; ma senza lupi), Finlandia, Polonia Lituania,
Estonia, Germania, Spagna. Russia. In ogni Paese il lupo è soggetto a forme di
gestione. Ma in Italia, come dicevo, no: in Italia il lupo non si tocca.
Perchè, dice: il lupo è a rischio d’estinzione, dal momento che la sua
popolazione italiana continua ad essere così esigua da essere sull’orlo
dell’estinzione; e poi perché il lupo sarebbe la soluzione ecologica necessaria
e sufficiente per ridurre, o addirittura eliminare, l’impatto degli ungulati
alle coltivazioni. Per questo il lupo è stato ed è oggetto di ripetuti e
significativi interventi finanziati con fondi pubblici sul presupposto che la
specie fosse, e sia, in numero tale da essere in stato di pericolo
d’estinzione. Tuttavia il primo censimento ufficiale su scale nazionale della
popolazione italiana di lupo – che in quanto tale avrebbe dovuto essere
propedeutico ad ogni decisione di finanziamento pubblico; cioè prima – è stato
fatto solo nel 2021; cioè dopo l’erogazione di decenni di finanziamenti.
Censimento organizzato dall’I.S.P.R.A. utilizzando peraltro solo volontari di
associazioni ambientaliste; con esclusione di agricoltori, allevatori,
cacciatori, pastori e tartufai: cioè la struttura sociale della Campagna; cioè
che paga il lupo a tutti gli altri. Il WWF Italia, il 3 febbraio 2022 su
Facebook (h. 13.53), prima che i risultati da tale censimento ha però
confermate le proprie stime; che da anni orientano l’azione pubblica e formano
l’opinione pubblica. “Sono meno di 2000, tra alpini ed appenninici, i lupi
presenti in Italia, ma non sono una specie fuori pericolo. Ogni anno fucilate,
veleno trappole e lacci sono causa della loro morte. Il responsabile di tutto
ciò è l’uomo ! Firma per il NO a questi massacro ingiustificato”. Fra i
commenti a questo post si leggeva quello di Enrico Ferraro (una persona non
certo sospettabile di avversione al lupo): “Marco Galaverni come mai si continua
a dire che sono meno di 2000, quando sappiamo, anche da lavori pubblicati, che
sono ben più di 2000 ? Poi per un valore di riferimento aspetteremo i risultati
del monitoraggio nazionale, ma non si può sentire questa cosa che sarebbero
meno di 2000 …”. Il post poi sparisce; dopo il tempo sufficiente che qualcuno
ne traesse foto a futura memoria. Effettivamente l’11 novembre 2021 in una sede
prestigiosa quale è l’Accademia dei Georgofili il prof. Marco Apollonio aveva
dichiarato nel corso di un convegno: “… lupo … un rapido e crescente incremento
generalizzato … WolfAlps stimati 47 branchi nell’Arco Alpino, quando nel 2018
47 branchi si calcolano solo nel Veneto, Friuli Venezia Giulia e Alto Adige… un
incremento tumultuoso … in Toscana … nel 2016 la presenza del lupo fosse
pressochè ubiquitaria … un evento di riproduzione a 4 chilometri dalla Torre di
Pisa … con una presenza minima di 530 lupi x 110 branchi … uno dei problemi
grossi della gestione della presenza di questa specie è stato che, fino a tempi
molto recenti, c’è stata una continua, e a mio modo di vedere anche
strumentale, sottovalutazione delle presenze in cui si voleva negare l’evidenza
fino al punto in cui, andando in campagna a contare a trovare i branchi è
risultato evidente che la situazione era molto diversa da quella dipinta come
una specie pressochè scomparsa che è diventata una specie piuttosto comune.
Abbiamo il lupo nella Pianura Padana tanto per dire … “. A fronte dei 2000 lupi
scarsi propagandati dal WWF, un minimo (minimo) di 530 lupi nella sola Toscana,
con 47 branchi nel solo Triveneto. Una “continua, strumentale, sottovalutazione
delle presenze in cui si voleva negare l’evidenza”. Una continua, strumentale
sottovalutazione: parole dette in un convegno ufficiale da uno studioso di solida
reputazione noto per la misura dei modi e del pensiero. Il quale si ripete in
pubblico il 25 febbraio 2022 (proprio venti giorni dopo il messaggio
propagandistico, fra i continui di tal genere, made in WWF). Convegno Verdi
Marche: “…noi dobbiamo sempre tenere presente la dimensione numerica. Nella più
pessimistica delle visioni noi in Italia abbiamo qualche cosa come 2 milioni e
mezzo di ungulati. Avremo 5 mila lupi ? Ecco, la vedo un po’ complicata per
questi 5 mila lupi regolare 2 milioni e mezzo di ungulati … il cinghiale è
molto importante per il lupo, ma il lupo non è molto importante per il
cinghiale … dopo di che, se mancheranno i cinghiali sarà un bel problema. Una
cosa che la gente non pensa mai quando parla di Peste Suina … il 90 % dei
cinghiali muore … a quel punto i predatori devono poi rivolgersi verso qualche
cos’altro e questo potrebbe complicare un attimino tutta una serie di rapporti
che abbiamo con i grandi predatori … se consideriamo quello che abbiamo appena
detto, e cioè che il fattore principale di regolazione degli ungulati in Europa
oggi è l’attività venatoria. Tu la togli e dopo di che cosa fai ? Aspetti che i
lupi tornino ai numeri che avevano nell’ultimo Interglaciale ? Mi sembra un
pochino ottimistico. Nel frattempo cosa fai ? …”. Meno di 2000 lupi ? Beh, no:
“Nella più pessimistica delle visioni noi in Italia abbiamo qualche cosa come
... 5 mila lupi”. Minimo. Un incremento tumultuoso. Una presenza ubiquitaria.
Altro che rischio di estinzione. 5 mila lupi, nella più pessimistica delle
ipotesi di Apollonio … e del senso comune di chi in Campagna ci vive. A fronte
dei meno 2000 lupi secondo il WWF; che per questo hanno goduto di sostanziosi
finanziamenti pubblici. 5 mila almeno, perché il successivo 23 aprile ad
Argenta, un altro ricercatore ha divulgato i dati ufficiali delle stime su base
empirica della popolazione di lupo effettuate in Provincia di Bologna
dall’Amministrazione provinciale a tutto il 2014. Lorenzo Rigacci, biologo, già
ispettore della Polizia Provinciale di Bologna: 18 branchi per una stima
variabile da un minimo di 70 ad un massimo di 90 individui; nel 2014, 8 anni
fa. Allora, dato che le province italiane sono poco più di 110 circa e che non
tutte hanno la medesima popolazione di lupi, una stima prudenziale basata sulla
moltiplicazione di una base di 70 per 100 ci restituisce un numero all’ingrosso
di una popolazione di lupi, non già di meno di 2000 individui, ma di meno di
7000 individui. Questo, non tanto per dare una stima della popolazione di lupo
in Italia (che certamente non mi compete), bensì per dare un’ordine di
grandezza della distanza esistente fra lo stato attuale delle istituzioni che
dovrebbero gestire il lupo in funzione dell’interesse e dell’incolumità
pubbliche, da una parte, e la fiducia che essere sarebbero obbligate a
guadagnarsi e sostenere presso il pubblico, dall’altra. In altre parole: lo
scarto esistente fra i 2000 lupi scarsi propagandati dal WWF ed i 7mila lupi
scarsi stimabili come reali sulla scorta dei dati di reputati professionisti segna
la misura della mancanza di quella credibilità nelle istituzioni alla quale,
noi della Campagna circostante alla Ghisiola ed oltre, avremmo diritto come
cittadini. Perchè, ancora, se dal punto di vista zoologico uno scarto di 5 mila
lupi, può dare luogo ad un dibattito teorico e metodologico di sicuro interesse
scientifico. Dal momento però che l’oggetto della stima è materia pubblica,
cioè Fauna, e che i dati sono il presupposto orientativo dell’azione pubblica e
delle risorse pubbliche, non è pensabile un intervento pubblico legittimo sulla
popolazione di una specie che abbia una tale discrepanza di cifre sul suo
status. Eppure per il C. A. I., tanto per dire del livello di ipnosi ideologica
nel discorso pubblico sul lupo che è dominante fra l’associazionismo cosiddetto
ambientale, continuano a fare fede numeri dati (in tutti i sensi) in modo
unilaterale. Ancora il 14 marzo 2022, in un seminario della Sezione di Carpi,
in attesa dei risultati del censimento del 2021 si parlava infatti che in
Italia nel 2003 in Italia ci fossero 600 lupi in tutto; forse arrivati a 900
individui nel 2012. Quando il Rigacci presso la Sezione di Argenta della
medesima associazione solo un mese dopo avrebbe invece divulgati dati
ufficiali, tratti direttamente da documentazione della Provincia di Bologna,
datata e pubblicata fin dal luglio 2013, nella quale veniva stimata una
popolazione per la sola Provincia di Bologna di un minimo certo di 80-87
individui per il 2011 e di 73 individui per il 2012. In linea definitiva,
confrontando i dati della Provincia di Bologna con quelli del C. A. I., 1/10
dei lupi italiani del 2012 sarebbero stati concentrati nella sola provincia di
Bologna; dalla Via Emilia al confine con la Toscana. Perchè, se in Italia sono
stati erogati fondi pubblici senza che si avesse una stima ufficiale e
credibile dell’intera popolazione italiana di lupo; tuttavia stime
metodologicamente affidabili di diverse popolazioni locali di lupo si sono nel
frattempo avute, ma i cui risultati sono stati, e si continuano, ad ignorare da
parte delle organizzazioni dei consumatori di Ambiente. Insomma. Dal problema
della sicurezza delle persone della Ghisiola, seguendo i numeri del lupo, si
finisce allora alla vera questione di fondo del lupo: che non è un problema di
ricerca zoologica, ma di (mancata) resa istituzionale. Se è vero infatti che
gli animali servono a pensare la vita (come è stato detto da Altri), la Fauna
(in quanto animali pubblici) serve a pensare l’azione collettiva, e di
conseguenza le istituzioni. E qui il lupo ci dice che non andiamo molto bene.
In mezzo a tutta la grancassa sulla Biodiversità, l’Ambiente ed il Paesaggio ci
si dimentica infatti sempre che l’intero sistema di potere e del turismo
ambientale pesa pressochè interamente su terreni privati (aree protette,
sentieristica su strade vicinali ad uso pubblico, boschi, campi, ecc… ) e sulle
vite private (l’impatto delle prede del lupo sulle coltivazioni, le tasse ed i
costi affrontati dai cacciatori, le spese di manutenzione delle strade adibite
al sentieristica, i vincoli imposti dalle aree protette, le colture, il
bestiame e gli animali domestici esposti alla predazione del lupo e tutte le
spese affrontate per la loro guardiania e così via) di quel 10 % di popolazione
rurale che il 90 % della popolazione urbana usa a proprio piacere senza
spendere una lira. Nella Campagna le sole destinatarie di fondi pubblici sono
le aziende agricole (che peraltro non formano tutta la Campagna). Che fruiscono
del 45 % del Bilancio U. E. in diverse forme di aiuto. Una percentuale questa
che però è pari allo 0.35 % di tutta la ricchezza complessivamente prodotta da
tutti i Paesi aderenti all’Unione. Gli spiccioli, quindi: una mancia. A fronte
di tali mance, quel 90 % urbano dà valore normativo ai propri desideri sotto
forma di leggi e provvedimenti decisi unilateralmente sull’onda dello stesso
consenso urbano, che vanno a gravare sulla terra, la vita e gli interessi di
quel residuo 10 % rurale che viene effettivamente escluso dai processi
decisionali. Ossia: il 90 % della popolazione, urbanizzata, si fa pagare le
proprie voglie (prontamente vissute come diritti) dal rimanente 10 % della
popolazione La non-gestione del lupo si inserisce quindi in una profonda e
diffusa situazione di iniquità nei rapporti sociali, politici ed economici. Di
conseguenza è evidente che le basi sociali della sottovalutazione quantitativa
e qualitativa della popolazione del lupo risiede in un appassimento della
cultura dei doveri ed in un’ipertrofia della cultura dei diritti. Non è un caso
allora che mentre alla Ghisiola, come in tanti altri casi in giro per la
montagna e ormai anche in pianura, una famiglia era, ed è tutt’ora, è esposta
pericolosamente (e non è un’iperbole: nel gennaio di quest’anno in provincia di
Trento 7 lupi hanno circondato un turista ed i suoi cani; mangiandogliene uno
davanti. Episodio analogo a quelli che sono avvenuti ripetutamente nel Pesarese
negli ultimi anni) ai lupi, senza che alcuna azione effettiva per il loro
contenimento sia intrapresa nel corso degli anni, il Consiglio Comunale di
Bologna abbia invece trovato il tempo per commemorare le oche di un notabile
perite per l’attacco di due cani del vicinato; proprio dalla parte di fronte
della valle dov’è la Ghisiola. Siamo messi in questo modo.
Ettore Casanova
Tecnico per gli Interventi Faunistico-Ambientali Ghisiola.