È
partita da Bologna l'indagine che ha portato al sequestro preventivo di beni
per oltre 21 milioni di euro nei confronti di sette persone ritenute vicine al
clan dei Casalesi, fazione Schiavone. L'inchiesta, coordinata dalla Direzione
distrettuale antimafia di Napoli e sviluppata dai nuclei di polizia
economico-finanziaria della Guardia di finanza di Bologna e Napoli, ha fatto
emergere un articolato sistema di frode sui bonus edilizi, affiancato da un
sofisticato meccanismo di riciclaggio internazionale attraverso il cosiddetto underground
banking, la rete finanziaria informale gestita da intermediari cinesi.
Le
indagini sono state avviate nel 2021 dal Gico (Gruppo investigazione criminalità
organizzata) della Guardia di finanza di Bologna, su delega della Procura
felsinea. Gli investigatori avevano rilevato anomalie nella circolazione dei
crediti fiscali legati al Bonus facciate al 90%, ricostruendo un sistema
fondato su false fatture, società cartiere e prestanome. Attraverso questo
meccanismo venivano generati crediti d'imposta inesistenti, inseriti nei
cassetti fiscali delle imprese, ceduti a terzi oppure monetizzati.
Successivamente
il fascicolo è stato trasmesso alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli,
che stava già svolgendo un'indagine parallela sugli stessi soggetti. Su
richiesta del pubblico ministero Giuseppe Visone e del procuratore aggiunto
Michele Del Prete, il giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro
preventivo nei confronti dei sette indagati, accusati, a vario titolo, di
associazione per delinquere, riciclaggio e autoriciclaggio, con l'aggravante di
aver agevolato un'associazione mafiosa.
Secondo
gli investigatori, il gruppo operava dalla provincia di Caserta e, dopo essersi
procurato le credenziali Spid di intestatari compiacenti delle pratiche
edilizie, accedeva ai relativi cassetti fiscali, gestendoli direttamente. In
questo modo gli indagati avrebbero creato, movimentato e monetizzato crediti d'imposta
inesistenti per circa 20 milioni di euro.
Per
ostacolare la ricostruzione dei flussi finanziari, il denaro veniva trasferito
attraverso il sistema dell'underground banking. Parte delle somme
confluiva su conti correnti riconducibili a cittadini cinesi e, mediante un
circuito di compensazioni esterno ai canali bancari tradizionali, ritornava
nella disponibilità dell'organizzazione. A supporto del sistema operavano anche
"corrieri" incaricati di ritirare e consegnare il denaro contante.
I
proventi della frode sarebbero stati reinvestiti nell'acquisto di beni mobili e
immobili tra Trentola Ducenta e Castel Volturno, intestati a prestanome. Tra i
beni sequestrati figurano un'imbarcazione di quasi dieci metri con due motori
fuoribordo, due automobili, una motocicletta e crediti d'imposta ancora
presenti nei cassetti fiscali delle imprese coinvolte. Il valore complessivo
dei beni sottoposti a sequestro supera i 21 milioni di euro.
L'operazione
è scattata all'alba con l'impiego di circa cento finanzieri, che hanno eseguito
38 perquisizioni nelle province di Bologna, Firenze, L'Aquila e Caserta, oltre
ai sequestri patrimoniali nel Casertano. Le attività erano finalizzate
soprattutto all'individuazione di denaro e beni riconducibili ai proventi
dell'attività illecita.
Per
gli investigatori, l'inchiesta rappresenta anche un'ulteriore conferma del
ruolo dell'Emilia-Romagna quale territorio di interesse per la criminalità
organizzata, non solo come area di investimento dei capitali illeciti, ma anche
come contesto in cui vengono progettate e sviluppate sofisticate frodi
economico-finanziarie, in linea con quanto emerso da altre indagini degli
ultimi anni.
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