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lunedì 6 novembre 2023

In Regione si coltiva meno grano. E' soprattutto il duro a cedere ettari investiti.

Crescono le coltivazioni di  erba medica, soia e orticole. Boom colture da seme in Romagna.

 

Confagricoltura informa:


Perde terreno il granaio Emilia-Romagna: caleranno le superfici coltivate nel 2024, passando da 250 a 220 mila ettari complessivi. Si stima una flessione più accentuata per il duro rispetto al tenero, nell’ordine del - 15-20%, configurando uno scenario decisamente in controtendenza rispetto all’andamento degli ultimi anni.  

Il grano duro registra infatti una netta battuta d’arresto nella terza regione d’Italia per ettari investiti: una disaffezione dovuta sia alla carenza di seme certificato (maltempo e inondazioni ne hanno ridotto la produzione negli areali tradizionalmente vocati come la Romagna), sia all’elevata volatilità dei mercati nonché scarsa redditività della coltura.

«Bisogna sostenere il comparto produttivo e la filiera regionale di eccellenza della pasta made in Italy - avverte Confagricoltura Emilia Romagna - potenziare il sistema dei contratti di filiera e promuovere strumenti di tutela del reddito per contrastare le fluttuazioni shock dei prezzi, soprattutto nell’attuale contesto geopolitico che permane altamente instabile. Sul fronte commerciale, potrebbe giocare a favore la diminuzione degli stock mondiali di grano duro, per via dell’eccesso di piogge in Europa e, al contempo, della grave siccità abbattutasi sul continente nordamericano».

Nel Ferrarese il calo delle superfici a grano duro sarà probabilmente compensato da un incremento di terreni a soia e orticole. In Romagna si prevede una crescita delle colture da seme (girasole, barbabietola, radicchio) e delle orticole come cipolle e patate visto il trend commerciale positivo della passata campagna. Nell’areale che va da Bologna a Modena e Reggio Emilia si conferma in crescita la superficie coltivata a grano tenero di forza (varietà Rebelde e Bologna o simili), sulla spinta di quotazioni soddisfacenti tuttora in tendenziale rialzo.

«Ci attendiamo nel 2024 – precisa infine l’organizzazione agricola - un leggero balzo in avanti della superficie investita a erba medica un po’ ovunque, su tutto il territorio regionale, in virtù del fatto che la coltura è in grado di garantire una buona redditività, trainata anche dalla domanda estera sempre piuttosto vivace».

lunedì 3 luglio 2023

Il calo di oltre il 20% la produzione di grano e orzo in Emilia Romagna.

Produzione azzerata su 13 mila ettari alluvionati. Difficoltà nella trebbiatura per eccesso di terra e fango, raccolti ancora irraggiungibili in collina.


 

 di Barbara Bertuzzi

Confagricoltura Emilia Romagna

Per il secondo anno consecutivo, l’Emilia-Romagna registra un calo medio della produzione cerealicola oltre il 20% secondo le stime di Confagricoltura Emilia Romagna.

Dall’analisi effettuata sul raccolto 2023 emerge infatti una regione spaccata in due dall’alluvione, con dati molto al di sotto della media nell’areale colpito da inondazioni e piogge torrenziali (Rimini, Forlì-Cesena, Ravenna ma anche parte del Bolognese e del Ferrarese), valori che via via migliorano spostandosi verso ovest (Parma e Piacenza), dove raggiungono punte più che soddisfacenti considerando l’annata.

Il territorio sconta per altro la perdita totale del raccolto su 13 mila ettari di grano e orzo rimasti sott’acqua per più di tre giorni, difficoltà nella trebbiatura dovute all’eccesso di terra e fango e raccolti ancora irraggiungibili in collina.

«Come la siccità l’anno passato, così l’alluvione ha tagliato la produzione cerealicola 2023 - spiega il presidente della sezione cereali di Confagricoltura Emilia Romagna Lorenzo Furini – con rese che in regione si fermano mediamente a 60-62 quintali a ettaro per il grano tenero e 45-47 quintali a ettaro per il duro. Varietà precoci (es. Bandera), che rispondono meglio delle tardive: queste ultime sono state danneggiate dal maltempo nel momento più delicato, nella fase di maturazione lattea. Si stimano nel complesso standard qualitativi medio-bassi, ma il prodotto è salubre».

Confagricoltura Emilia Romagna teme la disaffezione verso il grano duro. «L’Emilia-Romagna è la terza regione per ettari coltivati a grano duro dopo Puglia e Sicilia – la prima al Nord – e negli ultimi due anni ha visto incrementare del 60% la superficie investita, anche sulla spinta di filiere d’eccellenza come quella della pasta, ma ora rischia un rallentamento molto forte degli investimenti per scarsa redditività».

lunedì 11 luglio 2022

Grano: produzione, meno 20% ma quotazioni record.

 "Partiamo avvantaggiati: +70% il tenero; +88% il duro"

 

di Barbara Bertuzzi 

Confagricoltura Emilia Romagna

 

Si chiude con rese molto altalenanti, e un calo percentuale medio oltre il 20%, la raccolta del grano in Emilia Romagna. La siccità e le alte temperature hanno determinato differenze produttive sostanziali da zona a zona, a macchia di leopardo, una riduzione complessiva del peso specifico e per contro un elevato contenuto proteico.  C’è chi ha raccolto 5 tonnellate ad ettaro (o addirittura meno) nelle aree dove è piovuto poco, 45-60 millimetri circa, dal mese di aprile alla trebbiatura - in particolare in Romagna e nelle province di Bologna, Modena e Ferrara -, e chi invece ha portato a casa produzioni intorno alle 6-7 tonnellate ad ettaro (con punte anche superiori), potendo contare nello stesso periodo su 110-140 millimetri di pioggia e anche di più.

Guarda il bicchiere mezzo pieno Lorenzo Furini responsabile della sezione cereali di Confagricoltura Emilia Romagna: «La resa si è assestata complessivamente sulle 5,5 tonnellate ad ettaro per il duro e sulle 6,2 tonnellate ad ettaro per il tenero, rispecchiando a grandi linee la media degli ultimi 10 anni in Emilia-Romagna. Tuttavia, ciò che sorprende e ci impone uno sguardo positivo – osserva l’imprenditore cerealicolo - è la redditività della coltura».

L’analisi di Furini parte dalla media delle quotazioni di grano negli ultimi 10 anni, ossia 242,71 euro a tonnellata per il tenero di forza e di 289,51 euro a tonnellata per il duro. «Quest’anno, solo nel primo semestre, il prezzo è salito mediamente a 409,62 euro/t per il tenero di forza e 529,80 euro/t per il duro. Anche adesso, con l’apertura della Borsa Merci di Bologna, partiamo avvantaggiati: 410,50 euro/t per il tenero di forza e 544,40 euro/t per il duro ossia un incremento del 70% per il tenero e dell’88% per il duro rispetto alla quotazione media degli ultimi 10 anni: valori record».

Il grano si dimostra pertanto una coltura vincente malgrado la crisi climatica e l’effetto-rincari dei costi di produzione, un cereale sul quale bisogna continuare a investire anche aumentando le superfici coltivate in Emilia-Romagna che con 250 mila ettari (di cui 85 mila a duro), è la seconda regione-granaio dopo la Puglia.

Bene anche l’equilibrio raggiunto da Piacenza a Rimini tra gli ettari coltivati a tenero e quelli a duro. «Negli ultimi due anni il duro è cresciuto del 60% rallentando in alcuni areali la corsa del tenero, soprattutto in Romagna e nel Ferrarese, per rispondere meglio – conclude il presidente dei produttori di cereali di Confagricoltura Emilia Romagna – alle crescenti esigenze di filiere regionali d’eccellenza come quella della pastaOccorre aprirsi sempre più ai contratti di filiera, un concetto chiave per le commodity agricole soprattutto in Italia».

mercoledì 6 aprile 2022

Con la guerra addio a 1/4 del grano mondiale

 



Con la guerra rischia di venire a mancare dal mercato oltre ¼ del grano mondiale con l’Ucraina che insieme alla Russia controlla circa il 28% sugli scambi internazionali con oltre 55 milioni di tonnellate movimentate, ma anche il 16 % sugli scambi di mais (30 milioni di tonnellate) per l’alimentazione degli animali negli allevamenti e ben il 65% sugli scambi di olio di girasole (10 milioni di tonnellate). Una catastrofe globale sul piano agricolo ed alimentare come mai era accaduto dalla seconda guerra mondiale, che è stata uno dei temi al centro della visita a Bruxelles del presidente della Coldiretti Ettore Prandini che si è recato nella capitale belga per incontrare tra gli altri il Commissario per l'Economia Paolo Gentiloni  e  Janusz Wojciechowski, Commissario all’Agricoltura.

Senza la fine della guerra le semine primaverili di cereali in Ucraina saranno praticamente dimezzate su una superficie di 7 milioni di ettari rispetto ai 15 milioni precedenti all’invasione della Russia che sta bloccando anche le spedizioni dai porti del Mar Nero dove 94 navi per il trasporto di prodotti alimentari nel mediterraneo sono state bloccate e tre bombardate. Si tratta di un taglio significativo anche alla luce delle difficoltà del commercio internazionale di materie prime agricole in una situazione in cui molti Paesi stanno adottato misure protezionistiche, bloccando le esportazioni

A preoccupare sono le speculazioni che  si spostano dai mercati finanziari in difficoltà ai metalli preziosi come l’oro fino ai prodotti agricoli dove le quotazioni dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie di mercato che trovano nei contratti derivati “future” uno strumento su cui chiunque può investire acquistando e vendendo solo virtualmente il prodotto. Una speculazione sulla fame che nei Paesi più ricchi provoca inflazione e povertà ma anche gravi carestie e rivolte nei Paesi meno sviluppati come emerge dall’analisi delle Nazioni Unite che evidenzia come paesi quali l’Egitto e il Libano dipendono per l’85% dai cereali dell’Ucraina.

Una emergenza internazionale che riguarda però direttamente l’Italia che è un Paese deficitario ed importa addirittura il 64% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 53% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame, secondo l’analisi della Coldiretti. Dall’Ucraina in Italia arriva appena il 2,7% delle importazioni di grano tenero per la panificazione per un totale di 122 milioni di chili ma anche ben il 15% delle importazioni di mais destinato all’alimentazione degli animali per un totale di 785 milioni di chili, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat relativi al 2021.

Va tuttavia segnalato che tra pochi mesi inizierà la raccolta del grano seminato in autunno in Italia dove secondo l’Istat si stimano 500.596 ettari a grano tenero per il pane, con un incremento dello 0,5% mentre la superfice del grano duro risulta in leggera flessione dell’1,4% per un totale di 1.211.304 ettari anche se su questa prima analisi pesano i ritardi delle semine per le avverse condizioni climatiche che potrebbero portare a rivedere il dato al rialzo. Positiva è anche la notizia della prima spedizione di migliaia di tonnellate di mais dall’Ucraina attraverso il treno diretto ai confini ovest con i porti del Paese che rimangono bloccati a causa dell’invasione russa.

“L’Unione Europea gioca un ruolo determinante per garantire gli approvvigionamenti alimentari e bisogna evitare comportamenti protezionistici come il blocco delle esportazioni annunciato dall’Ungheria e superato solo grazie all’intervento diretto del premier Draghi -  ha sottolineato Prandini -. Ma bisogna anche intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con interventi immediati per salvare aziende e stalle e strutturali per programmare il futuro e sostenere gli investimenti per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità ma anche l’innovazione tecnologica e le Nbt a supporto delle produzioni come strumento in risposta ai cambiamenti climatici. L’Italia – ha concluso Prandini – ha bisogno di accelerare sui progetti del PNRR e di avere una prospettiva a medio termine per investire sempre di più nel settore agricolo in termini di sicurezza alimentare ma anche di indipendenza energetica”.

 

lunedì 31 gennaio 2022

Con il caro energia produrre grano costa agli agricoltori 400 euro in più ad ettaro




da Coldiretti 

Quest’anno produrre grano costa agli agricoltori italiani 400 euro ad ettaro a causa dell’impennata dei costi energetici che si riflette a cascata dalle sementi al gasolio fino ai fertilizzanti. L’analisi è della Coldiretti che evidenzia la necessità di interventi per aiutare le imprese rispetto a rincari ormai insostenibili, a partire dal settore cerealicolo che rappresenta uno dei simboli della situazione di difficoltà in cui versa l’agricoltura nazionale.

Le sementi di grano duro registrano un balzo di almeno il 35%, mentre i chicchi di grano tenero hanno subito un incremento del 15% secondo stime Coldiretti su dati di Consorzi Agrari d’Italia. Ma se si prendono in considerazione i carburanti si arriva a rincari di circa il 50%, con un aumento dei costi ad ettaro delle operazioni agromeccaniche che oggi viene stimato in circa 10-15%.

L’impennata del costo del gas, dovuta ai problemi riscontrati con i Paesi esportatori, fa schizzare poi i prezzi dei concimi, con l’urea passata da 350 euro a 850 euro a tonnellata (+143%), il fosfato biammonico Dap raddoppiato (+100%) da 350 a 700 euro a tonnellata, mentre prodotti di estrazione come il perfosfato minerale registrano +65%.

A questo occorre aggiungere l’aumento del costo dei fitosanitari, ora indicativamente del 10-15% che, in primavera, potrebbero un ulteriore sussulto, con un atro +15% secondo Coldiretti. Il risultato è che le quotazioni attuali del grano, salite a oltre 50 euro a quintale, non andranno paradossalmente a coprire i costi di produzione. E se negli altri paesi produttori, Canada in testa, si dovesse verificare un aumento dei raccolti e, conseguentemente, una diminuzione delle quotazioni, la situazione potrebbe addirittura peggiorare.

In difficoltà anche i produttori di olio extravergine d’oliva sui quali si abbatte la scure dei rincari con un aumento complessivo del 12% dei costi medi di produzione, secondo Unaprol – Consorzio Olivicolo Italiano. Ad incidere sono il prezzo del carburante, praticamente raddoppiato nel giro di pochi mesi, il costo dell’energia e i rincari di vetro (+15%) e carta (+70%) necessari per imbottigliamento e confezionamento.

E non c’è pace neppure per il pomodoro, Sulla produzione di polpe, passate e sughi di pomodoro pesano, invece, i ritardi nella definizione di un accordo quadro per il 2022 fra produttori e industriali che è fondamentale considerato proprio l’aumento senza eguali dei costi di produzione per le imprese agricole costrette ad affrontare esborsi vertiginosi per tutte le operazioni colturali. In mancanza dell’intesa sui prezzi le imprese agricole non possono permettersi di programmare alla cieca l’avvio delle operazioni colturali.

Ma l’impennata dei prezzi energetici riguarda anche l’alimentazione del bestiame e il riscaldamento delle serre per ortaggi e fiori e non risparmia neppure i costi di produzione dell’intera filiera agroalimentare come quello per gli imballaggi, dalla plastica alla banda stagnata che incidono su diverse filiere, dalle confezioni di latte, alle bottiglie per il vino, succhi e conserve, alle retine per gli agrumi ai barattoli smaltati per i legumi.

“Serve responsabilità da parte dell’intera filiera alimentare con accordi tra agricoltura, industria e distribuzione per garantire una più equa ripartizione del valore per salvare aziende agricole e stalle anche combattendo le pratiche sleali nel rispetto della legge che vieta di acquistare il cibo sotto i costi di produzione” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare  “la necessità di risorse per sostenere il settore in un momento in cui con la pandemia da Covid si è aperto uno scenario di, accaparramenti, speculazioni e incertezza che deve spingere il Paese a difendere la propria sovranità alimentare”.​


venerdì 24 dicembre 2021

Confagricoltura: “Annata nera per frutta, latte alimentare e settore suinicolo. Ok grano e parmigiano”

Addio al 2021: «Ritardate le consegne natalizie di vino (mancano bottiglie e confezioni), disdette le cene negli agriturismi. Annata nera per frutta, latte alimentare e settore suinicolo; bene il grano e il parmigiano. Il boom dei costi inciderà sulla scelta dei piani colturali 2022»

di Barbara Bertuzzi 

Confagricoltura Emilia                                                      Romagna

 

L’annata agraria 2021 passerà alla storia come una “tempesta perfetta” generata da variabili climatiche e sviluppi pandemici, con effetti disastrosi sui costi produttivi delle aziende agricole. In Emilia-Romagna frenano i comparti della frutta e degli allevamenti; bene il grano e il Parmigiano Reggiano. Rischiano di chiudere le stalle di latte alimentare e si ridurranno le coltivazioni di mais.

 

Lo sguardo d’insieme parte dal settore frutticolo che conta 4 milioni di giornate lavorative annue, «una catena del valore che va supportata – sottolinea il presidente di Confagricoltura Emilia Romagna, Marcello Bonvicini – con l’immediato rifinanziamento del Fondo di Solidarietà Nazionale, in aggiunta ai 160 milioni già approvati dal DL Sostegni bis (Legge di Stabilità 2021), e la modifica alla legge 102/2004 contro le calamità naturali, perché inadeguata a tutelare il patrimonio aziendale e, con esso, l’intero sistema frutticolo regionale». 

L’esplosione dei prezzi delle materie prime destinate all’alimentazione animale (dal mais agli integratori, al frumento e all’orzo), piega le filiere zootecniche già in crisi, oggetto peraltro di continui attacchi. «Occorre una visione di lungo periodo, sulla quale far convergere le risorse del PNRR - sostiene il presidente Bonvicini mandando un messaggio alle Istituzioni – una strategia che metta al centro gli allevamenti, per il loro ruolo insostituibile nella produzione di materie prime destinate alle Dop dell’Emilia-Romagna e per la “rivalutazione” a fini energetici (biogas e biometano) degli effluenti zootecnici; di più, i liquami e il digestato proveniente dagli impianti agricoli diventano un concime prezioso visti i rincari sui fertilizzanti minerali». 

Aleggia lo spettro della chiusura di tante stalle in regione. Il segnale d’allarme arriva dagli allevamenti di bovine da latte ad uso alimentare: crescono infatti i volumi di latte per fare il Parmigiano Reggiano (+ 3,9% nei primi 10 mesi dell’anno), ma rallentano gli altri. «La tenuta della filiera del latte alimentare è a rischio – spiega il presidente di Confagricoltura Emilia Romagna – i produttori scontano la mancanza di aggregazione e programmazione dell’offerta in condizioni di mercato volatile». Il latte spot è quotato oggi 50 centesimi al litro sulla piazza di Verona, tuttavia gli allevatori percepiscono dai 37 ai 42 cent/litro in base a contratti “ingessati” che non tengono conto del boom dei costi». 

Anche il settore suinicolo sta vivendo una fase di profonda trasformazione in Emilia-Romagna e si concentrerà sempre più nelle mani di pochi grandi attori, anche per sostenere gli oneri richiesti dagli adempimenti nell’ambito degli eco-schemi (PAC post 2023). Gli allevatori mostrano cautela di fronte all’imprevedibilità dei mercati. Le quotazioni dei suini da ingrasso sono precipitate nel 2020 raggiungendo il minimo storico di 1 euro al chilo; fino a ottobre di quest’anno il prezzo si è attestato ai livelli bassi per poi risalire e raggiungere il valore attuale di 1,62 euro/chilo. Restano comunque da adeguare i listini di vendita alla Gdo. Qualche spiraglio potrebbe invece aprirsi sui mercati internazionali perché la Cina, che è il player principale, ha ricominciato ad acquistare carni in Europa. 

Il boom dei costi spinge gli agricoltori a cambiare i piani colturali 2022. Converrà produrre soia piuttosto che mais. Secondo le stime di Confagricoltura Emilia Romagna, caleranno almeno del 20% le superfici coltivate a mais in regione (da 100 a 80 mila ettari complessivi), stravolgendo l’orizzonte delle principali province produttrici: Ferrara (30 mila ettari nel 2021), Piacenza (20 mila) e Bologna (15 mila). La perdita di interesse per la coltura è dovuta principalmente alla fiammata dell’urea, che è infatti passata da 30 a oltre 90 euro al quintale. 

Prevale l’incertezza sulle superfici da investire a pomodoro da industria. La parte agricola tiene il punto: bisogna ridurre del 10% gli ettari coltivati in regione rispetto all’anno passato (27 mila totali), quando non è stato raccolto tutto il pomodoro in campo perché eccessivo rispetto al potenziale di trasformazione del bacino - nonostante gli stabilimenti di trasformazione abbiano lavorato per 75 giorni senza interruzioni -; secondo, la trattativa tra produttori e industriali sul prezzo per la campagna 2022 deve chiudersi entro il mese di gennaio, per consentire agli agricoltori di scegliere se continuare a coltivare anche a fronte di un aumento dei costi che va oltre i 900 euro a ettaro su un ammontare complessivo di 5.000 euro/ha circa (la voce di spesa include gli agrofarmaci per la difesa della pianta, i fertilizzanti, i mezzi per l’irrigazione a partire dai tubi in polietilene e pvc, come pure le piantine e non da ultimo l’energia e il gasolio). 

Il rallentamento degli scambi commerciali ha preso alla sprovvista il mondo del vino creando una voragine nella fornitura di tappi, bottiglie, etichette e scatole, tale da mandare in tilt le cantine alle prese con omaggi e confezioni natalizie. Risultato: ordini inevasi o comunque ritardati in prossimità delle feste. Inoltre, i produttori che esportano in paesi extra UE si trovano a fronteggiare incrementi del 50%, e anche più, sulle spese di spedizione dei container; non va bene nemmeno chi invia la merce in Italia o in Europa utilizzando il trasporto su gomma: + 15-20%. 

Fine d’anno poco soddisfacente per la ristorazione in agriturismo: sono fioccate fino al 80% di disdette per pranzi/cene degli auguri e per il cenone di Capodanno. Come sottolinea Agriturist Emilia Romagna, che rappresenta le strutture associate a Confagricoltura, «incide la paura del contagio e l’obbligo di certificazione verde per i ragazzi dai 12 ai 18 anni. Per molti genitori pro vax è “mission: impossible”, una lotta contro il tempo, infatti il green pass scatta solo dopo 15 giorni dalla prima dose». Neanche le camere sono sold out tra Natale e l’Epifania, ma c’è ottimismo perché si sta confermando il trend estivo: gli italiani apprezzano la vacanza all’insegna della natura e il soggiorno negli agriturismi, colmando così il vuoto lasciato dalla scarsa presenza di turisti stranieri.

domenica 7 novembre 2021

L’Emilia-Romagna si propone di diventare ‘un granaio’

Ulteriore incremento  delle superfici a frumento in Emilia-Romagna, da 240 a 245 mila ettari nella campagna 2021/2022. 


di Barbara Bertuzzi 

Confindustria Emilia Romagna

Crescono le superfici a grano tenero e duro in Emilia-Romagna, quelle a orzo si confermano stabili. Sono i dati raccolti da Confagricoltura Emilia Romagna per la campagna cerealicola 2021/2022, mentre si avviano alla conclusione le operazioni di semina.  Aumenta soprattutto il duro salendo a 85 mila ettari, fino a rappresentare il 35% circa delle superfici investite a grano. Ferrara è la prima provincia con 65.000 ha, equamente divisi tra tenero e duro, seguono Bologna con 54.000 ha (qui il tenero supera il duro nonostante quest’ultimo abbia guadagnato terreno negli ultimi tre anni) e Ravenna con 31.000 ha (dove prevalgono leggermente le superfici a duro), poi Modena con 26.000 ha di cui il 75% a tenero.

Il boom del grano in regione è spinto certamente dall’incremento dei prezzi all’origine. Dall’inizio della campagna di commercializzazione, in luglio, le quotazioni del frumento duro nazionale sono aumentate più dell’80% fino a toccare oggi i 540 euro a tonnellata, nel listino della Borsa merci di Bologna. Ossia: «Uno scatto del + 100% rispetto al 2020 e del +140% se rapportato alla media degli ultimi cinque anni».

Sull’escalation dei prezzi,  spiega Lorenzo Furini, responsabile della sezione cereali «il rialzo non è trainato solo dallo squilibrio tra l’offerta e la domanda su scala mondiale (il meteo ha infatti ridotto all’osso i livelli di produzione negli areali più importanti), ma anche dagli effetti della pandemia sulla logistica – ad esempio la carenza di navi e container e le barriere al commercio internazionale -, oltre ai fenomeni speculativi. In sintesi: gli stock non sono mai stati così bassi».

In merito alle produzioni di grano dell’Emilia-Romagna, traccia lo scenario futuro il presidente di Confagricoltura Emilia Romagna, Marcello Bonvicini: «Gli alti standard quantitativi e qualitativi, sia per l’elevato tenore proteico che per il buon peso specifico, danno valore a filiere d’eccellenza come quelle della pasta e dei prodotti da forno “made in Italy”. Bisogna andare verso nuovi modelli di valorizzazione delle materie prime locali costruendo filiere capaci di coinvolgere nel progetto agroindustriale le varie componenti interne, a monte e a valle. Oggi più che mai è essenziale mantenere l’obbligo di indicare in etichetta l’origine delle materie prime», come peraltro richiesto dal presidente nazionale di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, che ha scritto al ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli sollecitando una proroga dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine delle materie prime di alcuni prodotti agroalimentari di estrema rilevanza (lattiero-caseari, pasta, derivati di pomodoro e carni suine trasformate) che, in base alle disposizioni attuali, cesserà il 31 dicembre 2021.


venerdì 2 luglio 2021

Buona annata per grano e orzo nonostante la siccità

Qualità sorprendente, darà valore alle nostre eccellenze. Un risultato che premia le scelte agronomiche e tecniche degli agricoltori.

  

di Barbara Bertuzzi 

Confagricoltura Emilia Romagna 

 

Il grano resiste alle criticità del meteo e alla siccità, almeno in Emilia-Romagna. «È una buona annata visto i timori dei cerealicoltori alla vigilia della trebbiatura», dice Lorenzo Furini, presidente dei cerealicoltori di Confagricoltura Emilia Romagna.

La raccolta del grano procede spedita in regione dove finora è stato trebbiato quasi il 70% del frumento tenero e duro, sui 240.000 ettari coltivati da Rimini a Piacenza. «Le stime attestano rese in aumento nel tenero, rispetto all’anno scorso, e una produzione regionale che potrebbe sfiorare i 9.600.000 quintaliPiù importante la performance produttiva nel duro – con rese superiori alla media dell’ultimo quinquennio - e un raccolto atteso vicino ai 4.600.000 quintali; soprattutto la qualità si profila ottima: un contenuto proteico elevato, dal 14,5% in su, con punte oltre il 16%, e un peso specifico compreso fra 81-85 kg/hl», osserva il responsabile dei produttori di cereali. Si è già conclusa, invece, la trebbiatura dell’orzo su una superficie complessiva di 25.000 ettari. «Bilancio soddisfacente: + 4-6% di produzione rispetto all’anno scorso e un elevato peso specifico».

Da sottolineare in particolare il rilancio della coltivazione del frumento duro (la superficie regionale coltivata è passata nell’anno da 45.000 a 74.000 ettari). «Un interesse crescente – aggiunge Furini – spinto da interessanti quotazioni di listino nel 2019-2020 e dal successo dei contratti di filiera grano duro-pasta per un quantitativo pari a 120.000 tonnellate annue». La coltura si è dimostrata resiliente, confermando la sua vocazione territoriale e dando ragione a chi, in Emilia Romagna, l’ha sempre considerata elemento fondamentale nell’ambito della rotazione colturale. «Il risultato raggiunto premia le scelte agronomiche e tecniche degli agricoltori, inclusi i contratti di coltivazione, per i quali c’è ancora un ampio margine di crescita nel nostro areale».

In sintesi, il grano pare abbia superato bene le criticità riscontrate nel periodo gennaio-maggio, caratterizzato da modeste precipitazioni nella parte orientale della regione, abbondantemente al di sotto delle medie stagionali (sono caduti solo 50 millimetri di pioggia) e dallo spettro dell’emergenza idrica ad ostacolare la solubilizzazione dei concimi azotati, col serio rischio di compromettere la produzione quanti-qualitativa.  Va altresì detto che le due ondate di gelo, in aprile, con temperature minime di -7°/-8°, hanno causato l’arresto dello sviluppo della pianta nella delicata fase fenologica di levata del cereale. Le piogge tardive di fine maggio e inizio giugno hanno beneficiato poi solo le varietà non precoci o quelle più indietro nella maturazione. Ci sono stati anche casi di allettamento delle spighe dovuti all’intensità dei fenomeni temporaleschi.

 

Relativamente all’andamento commerciale dei cereali, il commento è positivo e «considerato l’attuale scenario del mercato mondiale - sostiene il presidente dei cerealicoltori - ci attendiamo prezzi tonici in linea con il trend del 2019-2020».

Marcello Bonvicini, presidente di Confagricoltura Emilia Romagna sottolinea la qualità della trebbiatura 2021: «Sorprendono le caratteristiche qualitative – in primis tenore proteico e peso specifico – segno distintivo di queste materie prime che sono alla base di tante eccellenze italiane. L’ottimizzazione della catena del valore non può che rendere la nostra offerta di pasta e prodotti da forno 100% made in Italy sempre più apprezzata dal consumatore, sia sul mercato interno che estero».

mercoledì 1 aprile 2020

Il prezzo del grano supera quello del petrolio

Vola il prezzo internazionale del grano che nell’ultima settimana ha fatto registrare un ulteriore aumento del 6% alla borsa merci di Chicago con la Russia che ha deciso di limitare le esportazioni dopo che la scorsa settimana le quotazioni del grano nel paese di Putin avevano raggiunto i 13.270 rubli per tonnellata, superando addirittura quello del petrolio degli Urali, che è sceso a 12.850 rubli per tonnellata. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti alla fine della settimana al Chicago Bord of Trade (CBOT), il punto di riferimento mondiale delle materie prime agricole che secondo gli esperti continueranno a crescere.

In controtendenza al crollo fatto registrare dai mercati finanziari, la corsa a beni essenziali sta facendo aumentare le quotazioni delle materie prime agricole, con i contratti future per consegna a maggio del grano che sono aumentate di circa il 6%, mentre la soia è salita di circa il 2% e il mais ha incrementato il valore dello 0,7% durante l’ultima settimana.
Gli effetti della pandemia si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi come l’oro fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere ma anche per la corsa dei cittadini in tutto il mondo ad accaparrare beni alimentari di base dagli scaffali di discount e supermercati.
Una preoccupazione che ha spinto la Russia a trattenere per uso interno parte della produzione di grano dopo essere diventata il maggior esportatore di grano del mondo mentre il Kazakistan, uno dei maggiori venditori di grano, ha addirittura vietato le esportazioni del prodotto. Si tratta di scelte che dimostrano come i governi si stiano concentrando sull'alimentazione delle proprie popolazioni mentre il virus interrompe le catene di approvvigionamento in tutto il mondo con timori di una crisi alimentare globale.
L’aumento del grano che è il prodotto più rappresentativo dell’alimentazione nei Paesi occidentali e infatti solo la punta dell’iceberg con le tensioni che si registrano anche per il riso con il Vietnam che ha temporaneamente sospeso i nuovi contratti di esportazione mentre le quotazioni in Thailandia sono salite ai massimi dall’agosto 2013. In aumento anche la soia, il prodotto agricolo trai più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti e la Cina che è la più grande consumatrice mondiale perché costretta ad importarla per utilizzarla nell’alimentazione del bestiame in forte espansione con i consumi di carne.
Una tendenza all’accaparramento che è confermata anche in Italia dove nell’ultimo mese di emergenza sanitaria sono praticamente raddoppiati gli acquisti di farina (+99,5%) ma sono saliti del 47,3% quelli di riso bianco e del 41,9% quelle di pasta di semola, secondo una analisi della Coldiretti su dati IRI nelle ultime 5 settimane al 22 marzo 2020.
L’aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che in uno scenario di questo tipo “l’Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, ne potrà trarre certamente beneficio ma occorre invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale”. Ci sono le condizioni per rispondere alle domanda dei consumatori ed investire sull’agricoltura nazionale che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che – precisa Prandini – valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti.
Oggi in Italia gli agricoltori devono vendere ben 5 chili di grano tenero per potersi pagare un caffè e per questo nell’ultimo decennio è scomparso un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente.
Il grano resta tuttavia la coltivazione più diffusa in Italia con circa trecentomila agricoltori impegnati secondo una stima ella Coldiretti che sottolinea come la produzione potrebbe notevolmente aumentare per puntare anche all’autosufficienza con una adeguata remunerazione della produzione nelle aree interne dove sarebbe importante per combattere lo spopolamento ed il degrado ambientale.
L’Italia è prima in Europa e seconda nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta con una stima di 1,2 milioni di ettari seminati nel 2020 in aumento dello 0,5%  con una produzione attorno ai 4,1 miliardi di chili ma forte è l’importazione dall’estero (pari a circa 30% del fabbisogno) con ben 793 milioni di chili in aumento del 260% arrivati dopo l’accordo Ceta dal Canada dove non si rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese a partire dall’utilizzo dell’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale dove la maturazione avviene grazie al sole. Il raccolto di grano duro è più che sufficiente per garantire la pasta agli italiani, ma viene integrato con le importazioni, visto che la metà della pasta prodotta è destinata all’export, ora in difficoltà per l’emergenza Coronavirus. Le previsioni di semina del grano tenero per 2020 sono invece di 536.000 ettari circa rispetto ai 530.000 del 2019 con una produzione 2,73 miliardi di chili con le importazioni che arrivano in questo caso al 70% del fabbisogno totale.
La tendenza all’aumento delle quotazioni si è registrata questa settimana anche in Italia per soia, grano tenero e duro per il quale nella prossima conferenza stato regioni del 31 marzo verrà portato il decreto del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, recante criteri e modalità di ripartizione del Fondo per il grano duro per incentivare i contratti di filiera. Il decreto prevede che i contratti dovranno essere pluriannuali e con utilizzo di semente certificata con un importo massimo del contribuito fissato a 100 euro l’ettaro per una superficie coltivata a grano duro nel limite di 50 ettari a beneficiario.

domenica 3 febbraio 2019

A Castelmaggiore il maltempo si è preso il raccolto del grano di un anno.

Oltre 200 ettari terreno agricolo alluvionato, decine di aziende colpite  

Coldiretti scrive: 

È il grano la coltura più colpita dall’alluvione del Fiume Reno in provincia di Bologna. Lo afferma Coldiretti provinciale i cui tecnici già da ieri e per tutta la notte sono stati impegnati a monitorare la situazione delle aziende colpite in Comune di Castelmaggiore e Argelato. Sui luoghi dell’alluvione questa mattina ha fatto una sopralluogo anche la presidente di Coldiretti Bologna, Valentina Borghi per verificare danni e necessità delle aziende agricole.
Anche se è ancora presto per un valutazione esatta dei danni – afferma Coldiretti Bologna – da un primo esame sono stati colpiti oltre 200 ettari di terreno agricolo coltivato soprattutto a seminativo ed è stata allagata anche la cantina sociale di Argelato. Sott’acqua in campagna è finito il grano già seminato e c’è il rischio che l’intero raccolto di un anno vada perduto per decine di aziende. Se l’acqua non defluisce in fretta – informa Coldiretti provinciale – le radici delle piantine di grano soffocheranno. A rischio anche le semine primaverili di mais e barbabietole – aggiunge l’organizzazione dei coltivatori – in quanto i terreni erano già stati preparati e l’alluvione ha distribuito sui campi fango frammisto a rami, sassi e rifiuti che renderanno il terreno inutilizzabile nell’immediato futuro.

Stiamo rilevando i danni insieme con i nostri tecnici e nostri associai per verificare se ci sono le condizioni per chiedere lo stato di calamità – ha detto la presidente Valentina Borghi – tuttavia ciò che si è verificato sul Reno ci deve far riflettere sulla necessità di una rigorosa prevenzione.. Bisogna avere gli strumenti per intervenire con celerità proprio per evitare questi disastri. Purtroppo i cambiamenti climatici provocano eventi estremi con sempre maggiore frequenza e il territorio, a partire dagli argini dei fiumi, deve essere in perfetta efficienza per evitare il più possibili danni che si ripercuotono sull’agricoltura, sull’ambiente e su tutta la collettività mettendo anche a rischio la vita delle persone”.






giovedì 21 luglio 2016

Coldiretti denuncia il grave malessere dell'economia egricola italiana. La speranza è che non diventi una profezia di Cassandra.

Le speculazioni che si spostano dalle banche ai metalli preziosi come l’oro fino ai prodotti agricoli hanno fatto crollare il prezzo del grano su valori che sono inferiori a quelli di 30 anni fa provocando una crisi senza precedenti. A denunciarlo è la Coldiretti con lo scoppio della “guerra del grano” e il blitz di migliaia agricoltori nella Capitale davanti al Ministero delle Politiche Agricole in via Venti Settembre XX. Le quotazioni dei prodotti agricoli dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie speculative. Il risultato è che oggi il grano duro per la pasta viene pagato anche 18 centesimi al chilo mentre quello tenero per il pane è sceso addirittura ai 16 centesimi al chilo, su valori al di sotto dei costi di produzione. Dopo la mobilitazione sono arrivati i primi risultati con l’accoglimento di alcune importanti richieste da parte del Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che ha tra l’altro preso l’impegno per la moratoria dei mutui, lo studio di una assicurazione sul reddito, una contrattualistica più trasparente tra agricoltori e industria, una commissione unica nazionale (CUN) per la fissazione dei prezzi e l’immediata l’applicazione di un piano cerealicolo le cui risorse siano dedicate esclusivamente alle imprese che usano esclusivamente grano italiano.



Accordo Coldiretti-Coni, alle Olimpiadi cibo 100% italiano per gli azzurri.

Le Olimpiadi rischiano di essere un palcoscenico mondiale per i prodotti Made in Italy taroccati dei quali il Brasile è un grande produttore, dal Parmesao alla pomarola fino al salame Milano tutto carioca. E’ l’allarme lanciato all’Assemblea della Coldiretti dal presidente Roberto Moncalvo che ha mostrato dal vivo questi esempi insieme al presidente del Coni Giovanni Malagò presentando l’accordo con Casa Italia per Rio 2016 #Riomangioitaliano. Con questo accordo l’obiettivo della Coldiretti - ha sottolineato Moncalvo - è garantire durante i giochi un menu autenticamente tricolore agli atleti italiani, ma anche contrastare il dilagante fenomeno dell’italian sounding a tavola che toglie spazi di mercato al vero Made in Italy.
Un inganno in cui rischiano di cadere anche le centinaia di migliaia di tifosi che da tutto il mondo arriveranno in Brasile per seguire le Olimpiadi e che potrebbe provocare un grave danno economico e di immagine alla produzione Made in Italy. Sui banchi dei supermercati e nei ristoranti del Brasile è possibile acquistare prodotti e piatti che - denuncia la Coldiretti - richiamano in modo spudorato ai cibi più tipici dell’Italia senza avere nessuna delle caratteristiche qualitative, di sicurezza e di legame con il territorio nazionale.
L’azione di una task force della Coldiretti ha permesso di scoprire la commercializzazione di prodotti come il Gran formaggio tipo grana, la pomarola, il Parmesao e il salame tipo Milano rigorosamente Made in Brasile. Tutti prodotti che possono trarre in inganno sulla reale origine anche perché spesso le confezioni richiamano nei colori al tricolore e nelle immagini all’Italia.
Anche per questo è nato #Riomangioitaliano, l’accordo tra Coldiretti e Coni che porterà alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 i primati dell’agroalimentare italiano con menu Doc” per gli atleti azzurri e gli ospiti di Casa Italia. L’obiettivo è far conoscere le caratteristiche distintive della produzione agroalimentare nazionale che hanno permesso all’Italia di conquistare la leadership internazionale per sicurezza, salubrità, qualità e sostenibilità ambientale.
L’iniziativa punta sulla valorizzazione in cucina dei prodotti simbolo della dieta mediterranea Made in Italy, che per i suoi comprovati benefici per la salute e l’attività sportiva ha conquistato le tavole globali. Accompagneranno Coldiretti gli olivicoltori dell’Unaprol con l’olio extravergine a marchio Fdai, Firmato dagli Agricoltori Italiani, gli allevatori del Grana Padano, i coltivatori di pomodoro Pomì e Bonifiche Ferraresi, la più grande azienda agricola d’Italia.

Gli atleti azzurri sono gli ambasciatori dell’italianità nel mondo, che trova proprio nell’alimentazione il suo carattere più distintivo. Il falso made in Italy a tavola vale nel mondo 60 miliardi di euro, pari a quasi il doppio del valore delle esportazioni dei prodotti alimentari nazionali originali. L’agropirateria internazionale utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all'Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale e frena le potenzialità dell’export che nel 2015 – conclude la Coldiretti - ha raggiunto la cifra record di 36,9 miliardi di euro.