di Patrizia Zanasi
Presidente Anei Marzabotto
Albicocchi Artemio
Artemio
Albicocchi nacque a Grizzana il 27 giugno 1924. Nel 1930 la famiglia emigrò a
Camugnano e successivamente si trasferì a Vergato, nella frazione di Lissano.
Durante la
Seconda guerra mondiale fu internato nello Stalag IV F di Hartmannsdorf, nel Distretto militare di Dresda,
con il numero di matricola 988.
Nella fotografia
è riprodotta la Personenbeschreibung, una scheda di identificazione
personale rilasciata dalle autorità tedesche. Il documento serviva a registrare
e identificare i lavoratori coatti stranieri ed era utilizzato nei campi di
lavoro (Arbeitslager).
Il figlio
Daniele ricorda così l’esperienza del padre:
«Mio padre era un meccanico, però a quei tempi tutti sapevano lavorare in
agricoltura. Così disse che era un agricoltore e riuscì a portare con sé al
lavoro anche i suoi sei compagni. Trascorsero quindi tutto il periodo di
prigionia lavorando in una fattoria.
Una mattina, al risveglio, si trovarono soli: la fattoria era deserta. Da
lontano videro arrivare dei carri. Mio padre uscì con una bandiera bianca, pur
avendo paura di essere ucciso, ma ben presto si accorse che si trattava di
carri Sherman americani. Furono raggiunti da un sergente italoamericano che,
riconoscendo la divisa che mio padre indossava ancora, gli suggerì di
andarsene: le truppe americane si sarebbero dovute ritirare e sarebbero arrivate
quelle russe, con il rischio che potessero essere uccisi.
Partirono a piedi. Mio padre si diresse verso Parigi, dove viveva una sua
sorella. Quando arrivò in Belgio, però, fu catturato dagli inglesi e rinchiuso
in un lager, del quale non ricordava il nome, insieme a prigionieri tedeschi.
Poi, finalmente, riuscì a tornare a casa.»
Baccolini Gino
Gino Baccolini
nacque a Grizzana il 14 agosto 1915. Da alcuni documenti risulta la sua
presenza nel Distretto militare VI di Münster e nella zona di Bochum, in
Renania Settentrionale-Vestfalia.
La nipote
Nadia Lucchetti racconta:
«Mio nonno non ci stava un granché con la Tina, sua moglie, però aveva
una grande passione: gli animali e l’agricoltura. Per questo era sempre nel
podere di Castello, a Veggio, dove allevava animali da fattoria. Aveva un cane
nero di nome Zorro e, soprattutto, coltivava una stupenda vigna e diversi
alberi da frutto.
Ricordo ancora che, quando ero una bimbetta, con mia madre arrivavo a
piedi da Grizzana e, arrivata a Ca’ Benassi, vedevo il nonno in fondo alla
valle, in mezzo alla vigna. Io lo chiamavo con tutto il fiato che avevo e, dopo
qualche secondo, la sua risposta non tardava ad arrivare. Sempre.
Mio padre, suo genero, lo rispettava molto e aveva una grande stima di
lui: gli dava del “voi”. Quando andavamo a veglia, di solito la domenica sera,
per fare un saluto ai nonni di Veggio, era lì che papà gli chiedeva di raccontargli
della sua prigionia, vicino alla stufa, magari con un bicchiere del vino della
sua vigna in mano. Mio padre allora gli diceva: “O Vó Gino, a m racuntèv ed cla
vólta...” (“O voi Gino, raccontatemi di quella volta...” ).
Nonno Gino ne parlava tranquillamente, forse perché era riuscito a
scampare a quella terribile esperienza. Io stavo seduta sulle sue gambe e
osservavo il viso incuriosito di mio padre. Era stato deportato e internato in
un campo di lavoro in Germania, dove lavorava in un’officina che produceva
oggetti in metallo.
Per mesi aveva mangiato bucce di patate, pane secco e le lumache che riusciva a trovare: le cuoceva in un pentolino e, appena erano un po’ cotte, le mangiava così, spinto dalla fame. Diceva che una volta aveva preso una “caterva” di botte e di calci da un “Tedescone che sarà stato alto due metri e che aveva due stivali neri enormi quanto lui”, soltanto perché gli aveva trovato un pezzo di pane secco nelle tasche.»
Bernardi Nello
Nello
Bernardi nacque a Grizzana il 1° febbraio 1922 e si trasferì presto a
Marzabotto. Era carabiniere ausiliario e fece parte del gruppo di Carabinieri
che, nel maggio 1944, furono fatti catturare dai tedeschi dai repubblichini.
All’epoca
prestava servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Ferrara. Dopo la
cattura fu internato in Germania: dapprima a Stralsund, nel
Mecklenburg-Pomerania, poi a Osnabrück, in Bassa Sassonia, e successivamente
nello Stalag X A di Schleswig,
nel Distretto militare di Amburgo.
Un documento
successivo lo indica come internato nel KZ
di Neuengamme, con il numero di matricola 75772. Non sono noti i motivi
per cui Bernardi sia stato trasferito da uno Stalag, campo destinato ai
militari e sottoposto al controllo della Wehrmacht, a un KZ (Konzentrationslager)
controllato dalle SS.
È possibile
che il trasferimento fosse conseguenza di una punizione, ma non si può
escludere che fosse legato alle esigenze di lavoro coatto. Lo Stalag X A,
infatti, svolgeva anche una funzione di smistamento dei prigionieri verso
aziende e sottocampi collegati al sistema concentrazionario di Neuengamme.
Moruzzi Vitaliano
Vitaliano
Moruzzi nacque a Grizzana il 14 aprile 1915 e viveva nella frazione di
Vimignano. Era sposato e padre di Leda e Roberta.
Nel corso
della guerra partecipò, nell’aprile 1941, alle operazioni sul confine jugoslavo
e, dal novembre dello stesso anno all’aprile 1943, alla campagna di Russia,
riuscendo infine a rimpatriare. Nuovamente richiamato alle armi, fu catturato a
Verona l’8 settembre 1943 e internato nello Stalag III B di Fürstenberg, nel Distretto militare di Berlino,
con il numero di matricola 307944. Durante la prigionia fu costretto a svolgere
duri lavori nell’edilizia.
Fu liberato
dalle truppe russe il 2 settembre 1945, ma rimase trattenuto fino al 18
settembre.
La figlia
Leda ricorda un episodio che il padre le raccontava legato alla fuga dalla
Russia, insieme ad alcuni commilitoni:
«Ricordo molto bene un episodio che papà mi raccontava, legato al momento
della fuga dalla Russia con diversi suoi commilitoni. Era inverno e il freddo
era molto intenso. Ogni tanto si fermavano e, alla meno peggio, accendevano un
fuoco, anche se la legna che raccoglievano da terra era bagnata.
Successe che si trovarono tutti intorno al fuoco, ma senza nulla da
mangiare, quando in lontananza videro un cavallo che girovagava in riva al
fiume, di cui non ricordo il nome. Si guardarono tutti negli occhi e
immediatamente ebbero lo stesso pensiero, capendosi al volo.
La fame ebbe il sopravvento: riuscirono a uccidere il cavallo e, non ci
crederete, lo fecero a pezzi, non so come, e se lo mangiarono crudo, perché
avrebbero impiegato troppo tempo per cucinarlo. Ognuno si mise in tasca due o
tre pezzi e fu così che riuscirono a sopravvivere lungo quella marcia
estenuante.
“Sembra una cosa da ridere”, diceva il babbo, “ma dopo quasi venti giorni senza mangiare fu una manna”. Tutti si rimisero in forza. La prima volta che ascoltai questo racconto ero piccola, avrò avuto sei o sette anni, e mi fece stare molto male per giorni, dalla paura.»
Puccetti Marino
Marino
Puccetti nacque a Grizzana il 10 giugno 1924. Nel 1932 la famiglia emigrò a
Camugnano, quando Marino aveva appena otto anni. Era fratello di Ovilio, anche
lui internato in Germania.
Militare
arruolato nel 17° Settore della Guardia
alla Frontiera, Puccetti fu catturato il 9 settembre 1943 sul confine
alpino friulano, nella zona compresa tra Pontebba, Tarvisio, Timau e la Val Canale.
Venne quindi internato nello Stalag IX
B di Wegscheide Bad Ord, nel Distretto militare di Kassel, con il numero
di matricola 12325.
Fu liberato
il 13 aprile 1945 dalle truppe americane e rimpatriato il 12 settembre dello
stesso anno, cinque mesi dopo la liberazione.
La figlia
Graziella racconta un episodio drammatico della sua prigionia:
«Durante la prigionia, una volta, mentre i tedeschi mitragliavano, si salvò buttandosi dentro una buca, in mezzo ai corpi di altri militari deceduti, fingendosi a sua volta morto. Quando tornò a casa pesava 37 chili.»
1 commento:
Grande onore e riconoscenza per questi Uomini con la U maiuscola. Fortunati anche i parenti che hanno potuto ascoltare le testimonianze dirette di quella che fu la loro storia. Vergogna eterna invece a quelli che scelsero di stare dalla parte sbagliata della storia.
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