di Emanuela Cioni
In questi giorni ho incontrato alcune delle
ragazze e delle donne che hanno lavorato alla Gaggio Tech. Tra loro c’erano
compagne di classe, amiche, persone che non conoscevo. In tutte ho visto paura,
amarezza e una profonda incertezza per il futuro.
Ho visto madri preoccupate non soltanto per
la perdita del posto di lavoro, ma soprattutto per il timore di non riuscire
più a garantire ai propri figli quella serenità e quella sicurezza costruite
attraverso anni di sacrifici.
Ma questa vicenda impone anche una
riflessione che, come comunità, non possiamo più rimandare: abbiamo
fatto abbastanza per far sentire la nostra vicinanza a queste lavoratrici e a
questi lavoratori?
La sensazione è che sia mancata quella
partecipazione, quella presenza e quella mobilitazione che una situazione così
grave avrebbe meritato.
Non si tratta di giudicare le scelte
personali di nessuno, né di puntare il dito contro chi ha preso strade diverse.
Si tratta, piuttosto, di ricordare il valore della solidarietà. Chi ha
condiviso per anni lo stesso luogo di lavoro, gli stessi turni, le stesse
difficoltà e le stesse speranze non dovrebbe dimenticare chi oggi si trova ad
affrontare la parte più dolorosa di questa storia.
Quando decine di persone perdono il lavoro,
infatti, non è mai un problema che riguarda soltanto loro. È una ferita
che riguarda l’intero territorio.
Si impoveriscono i nostri paesi, diminuiscono
le opportunità per i giovani e vengono meno la sicurezza, l’autonomia e la
dignità di tante famiglie. Dietro ogni posto di lavoro perso c’è una persona,
c’è una famiglia, ci sono progetti e speranze che rischiano di essere messi in
discussione.
Forse ci siamo abituati troppo a osservare da
lontano i problemi degli altri, pensando che non ci riguardino. Ma oggi è
successo a loro. Domani potrebbe accadere a chiunque.
Una comunità vera si riconosce soprattutto
nei momenti difficili: quando sa unirsi, farsi sentire e stringersi intorno a
chi sta perdendo le proprie certezze.
Avrei voluto vedere più persone presenti, più
voci alzarsi, più cittadini chiedere risposte. Avrei voluto vedere anche gli ex
colleghi accanto a queste lavoratrici e a questi lavoratori, perché il silenzio
e l’indifferenza possono fare ancora più male a chi già si sente abbandonato.
Non lasciamo sole queste donne, queste madri,
questi uomini e le loro famiglie.
Il lavoro non è soltanto uno
stipendio. È dignità, indipendenza, sicurezza e futuro.
Per questo la loro battaglia non può essere
considerata soltanto una vicenda aziendale. Deve diventare una questione di
tutta la comunità.
Perché quando si perde il lavoro,
perde qualcosa anche il territorio. E quando si difende il lavoro, si difende
il futuro di tutti.
(Inviato da Dubbio)
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