Infrastrutture
bloccate, cantieri abbandonati da oltre quindici anni e opere promesse mai
completate: è questo il quadro che emerge dall’Appennino bolognese, al centro
di una risoluzione presentata dal consigliere regionale Marco Mastacchi (Rete
Civica). Nel mirino, la gestione di Autostrade per l’Italia e la richiesta di
nuovi finanziamenti per interventi che, secondo gli accordi del 1990, avrebbero
dovuto essere già conclusi.
La risoluzione impegna la Giunta regionale a
esercitare una pressione incisiva sul Ministero delle Infrastrutture e sulla
società concessionaria per ottenere trasparenza sui flussi finanziari e tempi
certi di realizzazione. L’obiettivo dichiarato è restituire sicurezza e
prospettive di sviluppo a un territorio segnato da anni di ritardi e
immobilismo.
Da oltre un decennio e mezzo,
infatti, le comunità locali convivono con un paesaggio segnato da opere
incompiute e cantieri fermi, legati in particolare alla Variante di Valico.
Quello che doveva rappresentare un volano per l’economia locale si è
trasformato in un simbolo di paralisi amministrativa, tra promesse disattese e
rimpalli di responsabilità.
Emblematico il caso del nuovo casello
di Rioveggio, fermo dal 2010. L’area versa oggi in condizioni di abbandono:
vegetazione fuori controllo, materiali deteriorati e criticità strutturali che
preoccupano anche per la sicurezza degli edifici circostanti. Ma il danno non è
solo ambientale. Il blocco dei lavori ha impedito la nascita dell’area
commerciale prevista nelle vicinanze, cancellando opportunità occupazionali e
prospettive di rilancio per una zona già colpita dallo spopolamento.
Al centro delle polemiche anche la
questione economica. Gli interventi per il casello e le opere compensative
erano già previsti e finanziati nella Convenzione del 1990 tra Ministeri, ANAS
e Autostrade. Oggi, però, Autostrade per l’Italia chiede di inserirli nel nuovo
Piano Economico Finanziario per ottenere ulteriori risorse. Un passaggio che
solleva interrogativi: che fine hanno fatto i fondi originari? E soprattutto, è
accettabile che i cittadini paghino due volte per le stesse opere?
A complicare ulteriormente la
situazione è intervenuta, nel 2022, la riattivazione di un movimento franoso
nell’area di Rioveggio, legato a una falda sotterranea. La soluzione tecnica –
la realizzazione di pozzi idrodrenanti – è nota, ma il cantiere resta fermo.
Secondo quanto ricostruito, la proposta di Autostrade di procedere per fasi
sarebbe stata respinta dal Ministero, che ha imposto una diversa sequenza
operativa. Il risultato è uno stallo totale: né la messa in sicurezza del
versante né il completamento dell’opera hanno oggi una data certa.
Ferme anche le opere di compensazione
ambientale. L’Area Deposito 5, destinata alle terre e rocce di scavo della
Variante, è oggi un sito abbandonato con criticità idrogeologiche emergenti. Il
Parco fluviale di Vado, previsto nei progetti PREVAM, resta sulla carta, mentre
il vecchio tracciato autostradale non è mai stato restituito alla comunità,
lasciando una ferita aperta nel territorio.
In questo contesto si inserisce il
progetto del tunnel Reno-Setta, che punta a ridisegnare l’assetto
infrastrutturale della zona. Ma il timore è che la nuova opera possa
trasformarsi nell’ennesimo motivo di rinvio, anziché nell’occasione per una
pianificazione finalmente efficace e per il recupero delle aree compromesse.
La richiesta che arriva dal territorio è chiara: superare lo stallo, fare luce sulla gestione delle risorse e definire tempi certi. Dopo trent’anni di attese, l’Appennino bolognese chiede risposte concrete, non nuovi rinvii. Restituire dignità e prospettive a queste comunità non è più rinviabile.
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