venerdì 20 marzo 2026

CO₂ sotto il Delta: il progetto Ravenna CCS tra transizione energetica e tutela del territorio



Il 30 gennaio 2026 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha approvato, con il decreto DM_2026-0000039, la conclusione positiva della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per le condotte dedicate alla cattura e allo stoccaggio della CO₂ (CCS). Il progetto, destinato a svilupparsi tra Ferrara e Ravenna, rappresenta uno dei più ambiziosi interventi infrastrutturali in Italia per la decarbonizzazione industriale. Ma al tempo stesso apre interrogativi rilevanti sulla sicurezza geologica e sulla tutela di un ecosistema agricolo d’eccellenza.

A sollevare il caso è stato Marco Mastacchi, consigliere regionale di Rete Civica, che ha presentato un’interrogazione alla Giunta chiedendo maggiore trasparenza sui dati tecnici e l’istituzione di un tavolo permanente con enti locali, consorzi agricoli e cittadini. Al centro della richiesta, la necessità di chiarire vincoli, rischi e misure di salvaguardia in un territorio già sottoposto a delicate dinamiche ambientali.

Il progetto, noto come Ravenna CCS, è coordinato da Eni e Snam Rete Gas. Dopo una fase pilota limitata — circa 25.000 tonnellate annue di CO₂ stoccate al largo di Porto Corsini — il piano prevede un salto dimensionale significativo: entro il 2030 si punta a raggiungere i 16 milioni di tonnellate annue. Per sostenere questi volumi, è prevista la realizzazione di circa 75 chilometri di nuove pipeline, con stazioni di lancio e ricezione, allacciamenti e impianti di linea.

Nonostante il parere favorevole di ARPAE, l’espansione del progetto trasformerebbe l’Emilia-Romagna in uno dei principali hub europei per il sequestro geologico della CO₂. Un cambiamento che implica un impatto infrastrutturale significativo e che richiede, secondo i critici, una riflessione approfondita sulle trasformazioni del territorio.

Il tracciato delle condotte attraversa infatti il cuore della pianura ferrarese, coinvolgendo i comuni di Voghiera, Portomaggiore e Argenta. Si tratta di aree ad alta vocazione agricola, dove si concentrano produzioni simbolo del Made in Italy come l’Aglio di Voghiera DOP e i vini del Bosco Eliceo DOC. Qui le preoccupazioni riguardano in particolare le servitù imposte dalle infrastrutture e le possibili limitazioni alle attività agricole e turistiche.

Le criticità non si fermano alla superficie. Lo stoccaggio offshore nei giacimenti esauriti dell’Adriatico avviene in un contesto geologico complesso, caratterizzato da fondali bassi e dinamiche tettoniche ancora oggetto di studio. Tra i nodi evidenziati vi è la cosiddetta “area trappola” nei pressi di Ferrara, che richiede — secondo gli esperti — garanzie assolute sulla tenuta dei siti di confinamento della CO₂.

A ciò si aggiunge un quadro informativo ancora incompleto. Non è stato reso pubblico un bilancio complessivo delle emissioni dei soggetti coinvolti: se il termovalorizzatore Hera di via Diana dovrebbe contribuire con circa 64.000 tonnellate annue, restano poco chiari i piani di realtà industriali come Yara e il polo chimico ferrarese. Incognite persistono anche sui costi complessivi del sistema CCS e sul collegamento con il gasdotto Venezia-Ferrara, così come sull’integrazione del progetto nel Piano Urbanistico Generale (PUG) della città.

È su questi punti che si concentra l’atto ispettivo, con l’obiettivo di fare luce su un’infrastruttura destinata a incidere profondamente sull’equilibrio tra industria, ambiente e identità produttiva del Delta del Po.

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