Ci
è stata sollecitata la pubblicazione dell'interrogazione del
consigliere regionale Tommaso Foti. Soddisfiamo la richiesta poiché
l'interrogazione dà una lettura della situazione montanara piuttosto
precisa e riporta legittime preoccupazioni che a nostro avviso,
dovrebbero trovare un più largo respiro e molta più attenzione.
Per
sapere,
premesso
che:
dal
1951 a oggi, la montagna è stata vittima di spopolamento e
abbandono. Se la popolazione italiana negli ultimi 60 anni è
cresciuta di circa 12 milioni di persone infatti, la montagna ne ha
perse circa 900mila. Tutta la crescita della popolazione, in pratica,
si è concentrata su pianura (8,8 milioni di residenti) e collina
(circa 4 milioni);
lo
spopolamento della montagna ha però una vistosa eccezione in due
regioni: in Trentino-Alto Adige e in Valle d'Aosta; qui, infatti, non
solo lo spopolamento non c'è stato, ma addirittura, negli ultimi 60
anni, si è registrata una crescita della popolazione, anche in
valori assoluti (nel Trentino-Alto Adige del 41% e nella Valle
d'Aosta del 36%);
i
predetti dati, riguardanti la popolazione nelle zone montane, sono
alla base del rapporto "La montagna perduta. Come la pianura ha
condizionato lo sviluppo italiano" realizzato da CER (Centro
Europa Ricerche) e tsm-Trentino School of Management, che raccoglie
-appunto molte statistiche dal 1951 agli anni più recenti
sull'andamento della popolazione, dell'economia e delle
infrastrutture, nelle varie regioni italiane;
è
un fatto che alcuni comuni montani si ripopolano solamente nel
periodo estivo o per il rientro, per ferie, di coloro che una volta
vi abitavano o per ragioni turistiche;
lo
spopolamento delle aree montane è un patto di fatto oggettivo e
potrebbe portare, nel giro di pochi anni, ad avere «villaggi
fantasma», spesso, nei periodi invernali, isolati per le abbondanti
nevicate;
i
motivi dell'abbandono delle zone montane sono noti da tempo: dette
zone, infatti, non offrono lavoro e possibilità di sviluppo,
difficoltà di carattere sociale che le pongono ben al di sotto dello
standard tipico di una moderna società;
il
turismo, oggettivamente l'unica risorsa sfruttabile, richiede però
-al giorno d'oggi -un complesso di infrastrutture eccessivamente
oneroso per queste piccole realtà sconosciute. I posti di lavoro che
si creerebbero non sarebbero comunque sufficienti a coprire la
domanda: si crea, di conseguenza, una situazione di stallo in cui
nessuno (amministrazioni e privati) azzarda a creare qualcosa per il
futuro, per il timore di non ricevere riscontro economico
dall'investimento;
vivere
di pastorizia e di agricoltura oggi non è più sufficiente:
soppiantate dagli allevamenti e dalle coltivazioni intensive della
pianura, le piccole produzioni danno poco più del sostentamento
personale, impedendo di sostenere le altre spese che vanno assolte
(tasse, scolarizzazione, sanità, trasporti ed altro). Dati di fatto,
questi, che inducono a credere che presto le piccole realtà della
montagna saranno abbandonate al degrado e alla forza della natura,
con conseguenze umane, sociali, territoriali che non possono non
creare apprensione e preoccupazione;
quali
siano gli interventi che nell'ambito delle proprie competenze la
Giunta Regionale ha posto, o intende porre in essere, al fine di
frenare ed invertire la sopra evidenziata situazione, foriera di
comprensibile e diffuso allarme sociale.