martedì 1 settembre 2026

I grizzanesi che rifiutarono la Repubblica di Salò e che verranno ricordati con la Medaglia d’Onore alla memoria

 


di Patrizia Zanasi

Presidente Anei Marzabotto


Albicocchi Artemio

Artemio Albicocchi nacque a Grizzana il 27 giugno 1924. Nel 1930 la famiglia emigrò a Camugnano e successivamente si trasferì a Vergato, nella frazione di Lissano.

Durante la Seconda guerra mondiale fu internato nello Stalag IV F di Hartmannsdorf, nel Distretto militare di Dresda, con il numero di matricola 988.

Nella fotografia è riprodotta la Personenbeschreibung, una scheda di identificazione personale rilasciata dalle autorità tedesche. Il documento serviva a registrare e identificare i lavoratori coatti stranieri ed era utilizzato nei campi di lavoro (Arbeitslager).

Il figlio Daniele ricorda così l’esperienza del padre:

«Mio padre era un meccanico, però a quei tempi tutti sapevano lavorare in agricoltura. Così disse che era un agricoltore e riuscì a portare con sé al lavoro anche i suoi sei compagni. Trascorsero quindi tutto il periodo di prigionia lavorando in una fattoria.

Una mattina, al risveglio, si trovarono soli: la fattoria era deserta. Da lontano videro arrivare dei carri. Mio padre uscì con una bandiera bianca, pur avendo paura di essere ucciso, ma ben presto si accorse che si trattava di carri Sherman americani. Furono raggiunti da un sergente italoamericano che, riconoscendo la divisa che mio padre indossava ancora, gli suggerì di andarsene: le truppe americane si sarebbero dovute ritirare e sarebbero arrivate quelle russe, con il rischio che potessero essere uccisi.

Partirono a piedi. Mio padre si diresse verso Parigi, dove viveva una sua sorella. Quando arrivò in Belgio, però, fu catturato dagli inglesi e rinchiuso in un lager, del quale non ricordava il nome, insieme a prigionieri tedeschi. Poi, finalmente, riuscì a tornare a casa.»

Baccolini Gino

Gino Baccolini nacque a Grizzana il 14 agosto 1915. Da alcuni documenti risulta la sua presenza nel Distretto militare VI di Münster e nella zona di Bochum, in Renania Settentrionale-Vestfalia.

La nipote Nadia Lucchetti racconta:

«Mio nonno non ci stava un granché con la Tina, sua moglie, però aveva una grande passione: gli animali e l’agricoltura. Per questo era sempre nel podere di Castello, a Veggio, dove allevava animali da fattoria. Aveva un cane nero di nome Zorro e, soprattutto, coltivava una stupenda vigna e diversi alberi da frutto.

Ricordo ancora che, quando ero una bimbetta, con mia madre arrivavo a piedi da Grizzana e, arrivata a Ca’ Benassi, vedevo il nonno in fondo alla valle, in mezzo alla vigna. Io lo chiamavo con tutto il fiato che avevo e, dopo qualche secondo, la sua risposta non tardava ad arrivare. Sempre.

Mio padre, suo genero, lo rispettava molto e aveva una grande stima di lui: gli dava del “voi”. Quando andavamo a veglia, di solito la domenica sera, per fare un saluto ai nonni di Veggio, era lì che papà gli chiedeva di raccontargli della sua prigionia, vicino alla stufa, magari con un bicchiere del vino della sua vigna in mano. Mio padre allora gli diceva: “O Vó Gino, a m racuntèv ed cla vólta...” (“O voi Gino, raccontatemi di quella volta...” ).

Nonno Gino ne parlava tranquillamente, forse perché era riuscito a scampare a quella terribile esperienza. Io stavo seduta sulle sue gambe e osservavo il viso incuriosito di mio padre. Era stato deportato e internato in un campo di lavoro in Germania, dove lavorava in un’officina che produceva oggetti in metallo.

Per mesi aveva mangiato bucce di patate, pane secco e le lumache che riusciva a trovare: le cuoceva in un pentolino e, appena erano un po’ cotte, le mangiava così, spinto dalla fame. Diceva che una volta aveva preso una “caterva” di botte e di calci da un “Tedesc­one che sarà stato alto due metri e che aveva due stivali neri enormi quanto lui”, soltanto perché gli aveva trovato un pezzo di pane secco nelle tasche.»

Bernardi Nello


Nello Bernardi nacque a Grizzana il 1° febbraio 1922 e si trasferì presto a Marzabotto. Era carabiniere ausiliario e fece parte del gruppo di Carabinieri che, nel maggio 1944, furono fatti catturare dai tedeschi dai repubblichini.

All’epoca prestava servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Ferrara. Dopo la cattura fu internato in Germania: dapprima a Stralsund, nel Mecklenburg-Pomerania, poi a Osnabrück, in Bassa Sassonia, e successivamente nello Stalag X A di Schleswig, nel Distretto militare di Amburgo.

Un documento successivo lo indica come internato nel KZ di Neuengamme, con il numero di matricola 75772. Non sono noti i motivi per cui Bernardi sia stato trasferito da uno Stalag, campo destinato ai militari e sottoposto al controllo della Wehrmacht, a un KZ (Konzentrationslager) controllato dalle SS.

È possibile che il trasferimento fosse conseguenza di una punizione, ma non si può escludere che fosse legato alle esigenze di lavoro coatto. Lo Stalag X A, infatti, svolgeva anche una funzione di smistamento dei prigionieri verso aziende e sottocampi collegati al sistema concentrazionario di Neuengamme.

Moruzzi Vitaliano

Vitaliano Moruzzi nacque a Grizzana il 14 aprile 1915 e viveva nella frazione di Vimignano. Era sposato e padre di Leda e Roberta.

Nel corso della guerra partecipò, nell’aprile 1941, alle operazioni sul confine jugoslavo e, dal novembre dello stesso anno all’aprile 1943, alla campagna di Russia, riuscendo infine a rimpatriare. Nuovamente richiamato alle armi, fu catturato a Verona l’8 settembre 1943 e internato nello Stalag III B di Fürstenberg, nel Distretto militare di Berlino, con il numero di matricola 307944. Durante la prigionia fu costretto a svolgere duri lavori nell’edilizia.

Fu liberato dalle truppe russe il 2 settembre 1945, ma rimase trattenuto fino al 18 settembre.

La figlia Leda ricorda un episodio che il padre le raccontava legato alla fuga dalla Russia, insieme ad alcuni commilitoni:

«Ricordo molto bene un episodio che papà mi raccontava, legato al momento della fuga dalla Russia con diversi suoi commilitoni. Era inverno e il freddo era molto intenso. Ogni tanto si fermavano e, alla meno peggio, accendevano un fuoco, anche se la legna che raccoglievano da terra era bagnata.

Successe che si trovarono tutti intorno al fuoco, ma senza nulla da mangiare, quando in lontananza videro un cavallo che girovagava in riva al fiume, di cui non ricordo il nome. Si guardarono tutti negli occhi e immediatamente ebbero lo stesso pensiero, capendosi al volo.

La fame ebbe il sopravvento: riuscirono a uccidere il cavallo e, non ci crederete, lo fecero a pezzi, non so come, e se lo mangiarono crudo, perché avrebbero impiegato troppo tempo per cucinarlo. Ognuno si mise in tasca due o tre pezzi e fu così che riuscirono a sopravvivere lungo quella marcia estenuante.

“Sembra una cosa da ridere”, diceva il babbo, “ma dopo quasi venti giorni senza mangiare fu una manna”. Tutti si rimisero in forza. La prima volta che ascoltai questo racconto ero piccola, avrò avuto sei o sette anni, e mi fece stare molto male per giorni, dalla paura.»


Puccetti Marino


Marino Puccetti nacque a Grizzana il 10 giugno 1924. Nel 1932 la famiglia emigrò a Camugnano, quando Marino aveva appena otto anni. Era fratello di Ovilio, anche lui internato in Germania.

Militare arruolato nel 17° Settore della Guardia alla Frontiera, Puccetti fu catturato il 9 settembre 1943 sul confine alpino friulano, nella zona compresa tra Pontebba, Tarvisio, Timau e la Val Canale. Venne quindi internato nello Stalag IX B di Wegscheide Bad Ord, nel Distretto militare di Kassel, con il numero di matricola 12325.

Fu liberato il 13 aprile 1945 dalle truppe americane e rimpatriato il 12 settembre dello stesso anno, cinque mesi dopo la liberazione.

La figlia Graziella racconta un episodio drammatico della sua prigionia:

«Durante la prigionia, una volta, mentre i tedeschi mitragliavano, si salvò buttandosi dentro una buca, in mezzo ai corpi di altri militari deceduti, fingendosi a sua volta morto. Quando tornò a casa pesava 37 chili.»

1 commento:

Anonimo ha detto...

Grande onore e riconoscenza per questi Uomini con la U maiuscola. Fortunati anche i parenti che hanno potuto ascoltare le testimonianze dirette di quella che fu la loro storia. Vergogna eterna invece a quelli che scelsero di stare dalla parte sbagliata della storia.