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martedì 15 settembre 2026

Dalla prigionia alla rinascita: le storie degli ex internati militari. Quinta puntata

 



di Patrizia Zanasi

Presidente Anei Marzabotto


Prosegue il percorso dedicato agli ex internati militari italiani (IMI) e alle loro storie, ricostruite attraverso documenti, testimonianze e ricordi delle famiglie. In questa nuova puntata vengono ricordati Luigi Borelli, Guerrino Idalghi, Mario Laffi e Arciso Lanzarini, uomini originari dell'Appennino bolognese che, dopo l'8 settembre 1943, furono catturati e internati nei campi tedeschi.

Le medaglie loro conferite saranno ritirate dai familiari, che oggi ne custodiscono la memoria.


Luigi Borelli

Borelli nacque a Pian del Voglio, frazione di San Benedetto Val di Sambro, il 10 novembre 1924, figlio di Malachia Borelli e Maria Rinaldi. Colono e celibe, era stato arruolato nell'11° Reggimento Alpini.

Fu catturato il 9 settembre 1943 a Brunico, in provincia di Bolzano, e internato in uno Stalag del Distretto militare X di Amburgo. Dalla documentazione risulta inoltre che fu impiegato come lavoratore prigioniero presso la ditta Karl Haß di Schmalfeld, nel distretto di Bad Segeberg, nello Schleswig-Holstein.

Dopo la guerra fece ritorno in Italia. Morì a San Benedetto Val di Sambro il 6 aprile 1984.

Nella foto: il foglio matricolare di Luigi Borelli.


Guerrino Idalghi

Idalghi nacque il 12 dicembre 1915, figlio di Enrico, detto Arrigo, e Zaira Tigli. Celibe, era artigliere e fu internato nello Stalag VI D di Dortmund, nel Distretto militare di Münster, con numero di internamento 112030.

Fu rimpatriato il 13 agosto 1945. Al momento del ritorno in Italia la famiglia risiedeva a Vado, nel territorio di Monzuno. Guerrino Idalghi è morto a Crespellano il 18 aprile 2005.

A restituire il volto più umano e doloroso della sua esperienza è la testimonianza della figlia Silvia, che ha raccolto negli anni i racconti del padre.

Il ricordo della figlia

«Mio padre era nato a San Benedetto Val di Sambro durante la Prima guerra mondiale. Suo padre Enrico aveva combattuto in Abissinia e venne poi insignito del titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto.

La sua era una famiglia di contadini sulle colline di Rioveggio. Nonostante la povertà, erano in dieci tra fratelli e sorelle. I ragazzi cominciavano a lavorare fin da piccoli e mio padre, a soli nove anni, fu mandato a fare il garzone presso una famiglia alla quale era stato ucciso il ragazzo che si occupava del bestiame. Aveva tanta paura, ma doveva andare avanti. Raccontava che doveva passare vicino al cimitero e che tremava di paura, ma non poteva ribellarsi.

Quando fu catturato era militare a Bologna. Venne caricato su un carro bestiame senza sapere dove sarebbe stato portato. Dopo diversi giorni di viaggio, senza mangiare né bere e ammassati gli uni sugli altri come bestie, arrivarono a Dortmund, in Germania.

Furono sistemati in baracche fredde, dove pioveva anche dentro, e durante quell'inverno mio padre ebbe il congelamento dei piedi. Non avevano praticamente nulla. Al mattino, legati con le catene e sorvegliati da guardie armate, si incamminavano tutti incolonnati verso le officine, dove fabbricavano le bombe.

Chi cadeva lungo la strada veniva ucciso. Mio padre raccontava di aver visto sparare a un suo compagno e di essere stato costretto a spostarlo sul bordo della strada. Doveva resistere a tutti i costi.

Un giorno trovò delle bucce di patate e, utilizzando l'acqua piovana, le cucinò dentro una scatoletta di tonno. Una guardia se ne accorse e lo riempì di botte. Diceva che avrebbe avuto la forza di reagire, ma che per sopravvivere non lo fece e lasciò che lo picchiassero.

Nei suoi racconti c'era anche una famiglia tedesca che lo aveva aiutato a sopravvivere. Diceva di essere stato trattato quasi come un cane, sotto al tavolo, ma non dimenticò mai che gli avanzi del loro pranzo gli avevano salvato la vita».

Poi arrivò la liberazione.

«Quando fu liberato partì a piedi e, dalla Germania, riuscì dopo molto tempo a tornare a casa. La famiglia non lo riconobbe perché era pelle e ossa.

Lui era una persona sempre allegra, cantava sempre e diceva a noi figli: “Ho visto tante cose brutte che non posso neppure raccontare. Ho patito tanta fame, ho avuto tanta paura, che ora, anche se ho poco, quel poco che ho mi rende felice”.

Nel 1957 si trasferì a Sasso Marconi con la famiglia, con un carro, due mucche e pochi mobili. Lì iniziò una nuova vita, fatta di sacrifici e ancora sacrifici. Ma il suo spirito e la sua forza gli permisero di diventare l'uomo meraviglioso che tutti ricordano».

È una testimonianza che racconta non soltanto la durezza della prigionia, ma anche la straordinaria capacità di Guerrino Idalghi di ricominciare, trasformando una vicenda segnata dalla fame, dalla paura e dalla violenza in una vita dedicata alla famiglia.

Nella foto: Guerrino Idalghi in uniforme militare.

Mario Laffi

Laffi nacque a Marzabotto il 2 febbraio 1923, figlio di Carlo e Celsa Sandrolini. Operaio pilarino, fu arruolato nella Guardia alla Frontiera, 25° Settore.

Alcune fotografie inviate alla famiglia consentono di ricostruire la sua presenza nei reparti di confine a presidio della Slovenia occupata, in particolare nella zona di Zagorje, allora compresa nel Governatorato della Provincia di Lubiana, amministrata dal Regno d'Italia.

Il suo reparto era alloggiato in una casa fortificata e in un posto di blocco denominato “Casa Christian”. È probabile che proprio in questa zona Laffi sia stato catturato dalle truppe tedesche e successivamente inviato in Germania.

Secondo alcuni documenti conservati nell'Archivio federale di Aquisgrana, il suo identificativo era 047134. Risulta entrato l'11 settembre 1944 nell'Organizzazione Todt-Speer, struttura impegnata principalmente nella realizzazione di strade, ponti e altre infrastrutture fondamentali per le comunicazioni e le linee di approvvigionamento dell'esercito tedesco.

Fu rimpatriato il 18 settembre 1945 da Müllrose. Probabilmente era stato internato nel Distretto militare III di Berlino, con matricola n. 36048.

Dopo la guerra Laffi fu presidente dell'Associazione Combattenti e Reduci. Morì a Vergato il 20 ottobre 1970, all'età di 47 anni.

Nella foto: Mario Laffi davanti alla “Casa Christian”.

Arciso Lanzarini

Lanzarini nacque a Castel d'Aiano il 15 gennaio 1920 e risiedeva a Marzabotto. Era figlio di Federico e Amedea Bernardoni e fratello di Aldo, anch'egli internato militare. Di professione colono, fu arruolato nel 2° Battaglione C.A., di stanza in Grecia, e successivamente nel 226° Reggimento Fanteria.

Fu catturato l'11 settembre 1943 in Albania e internato nello Stalag XI A di Altengrabow, nel Distretto militare di Hannover, con matricola n. 14298.

A Marzabotto venne inizialmente dichiarato disperso: i genitori avevano infatti smarrito ogni riferimento e non disponevano più di un indirizzo attraverso il quale poter avere sue notizie.

Dopo due anni di guerra e prigionia, Lanzarini fu rimpatriato il 17 settembre 1945.

Morì a Marzabotto il 24 luglio 2002.

Nella foto: una pagina dell'archivio comunale di Marzabotto con gli elenchi delle famiglie che percepivano sussidi e assegni di guerra.

Quattro storie, una memoria comune

Le vicende di Luigi Borelli, Guerrino Idalghi, Mario Laffi e Arciso Lanzarini aggiungono nuovi tasselli alla memoria degli uomini che, dopo l'8 settembre 1943, vennero catturati e deportati nei territori controllati dalla Germania nazista.

Documenti, fotografie e soprattutto le testimonianze dei familiari permettono oggi di ricostruire percorsi personali che altrimenti rischierebbero di rimanere confinati negli archivi.

Le medaglie consegnate alle famiglie assumono così un significato che va oltre il riconoscimento individuale: sono un simbolo di memoria e un ponte tra le generazioni, perché quelle storie di prigionia, sofferenza e ritorno possano continuare a essere conosciute e ricordate.