di Patrizia Zanasi
Presidente Anei Marzabotto
Prosegue
il percorso dedicato agli ex internati militari italiani (IMI) e alle loro storie, ricostruite
attraverso documenti, testimonianze e ricordi delle famiglie. In questa nuova
puntata vengono ricordati Luigi Borelli, Guerrino Idalghi, Mario Laffi e Arciso Lanzarini, uomini originari dell'Appennino
bolognese che, dopo l'8 settembre 1943, furono catturati e internati nei campi
tedeschi.
Le
medaglie loro conferite saranno ritirate dai familiari, che oggi ne
custodiscono la memoria.
Luigi
Borelli
Borelli
nacque a Pian
del Voglio,
frazione di San Benedetto Val di Sambro, il 10 novembre 1924, figlio di Malachia Borelli e Maria
Rinaldi. Colono e celibe, era stato arruolato nell'11° Reggimento Alpini.
Fu
catturato il 9
settembre 1943 a Brunico, in provincia di Bolzano, e internato in uno Stalag del Distretto militare X di Amburgo. Dalla documentazione risulta
inoltre che fu impiegato come lavoratore prigioniero presso la ditta Karl Haß di Schmalfeld, nel distretto di Bad Segeberg,
nello Schleswig-Holstein.
Dopo
la guerra fece ritorno in Italia. Morì a San Benedetto Val di Sambro il 6 aprile 1984.
Nella
foto: il foglio matricolare di Luigi Borelli.
Guerrino
Idalghi
Idalghi
nacque il 12
dicembre 1915,
figlio di Enrico, detto Arrigo, e Zaira Tigli. Celibe, era artigliere e fu
internato nello Stalag
VI D di Dortmund,
nel Distretto militare di Münster, con numero di internamento 112030.
Fu
rimpatriato il 13
agosto 1945. Al
momento del ritorno in Italia la famiglia risiedeva a Vado, nel territorio di Monzuno. Guerrino Idalghi è morto a Crespellano il 18 aprile 2005.
A
restituire il volto più umano e doloroso della sua esperienza è la
testimonianza della figlia Silvia, che ha raccolto negli anni i racconti del
padre.
Il
ricordo della figlia
«Mio
padre era nato a San Benedetto Val di Sambro durante la Prima guerra mondiale.
Suo padre Enrico aveva combattuto in Abissinia e venne poi insignito del titolo
di Cavaliere di Vittorio Veneto.
La
sua era una famiglia di contadini sulle colline di Rioveggio. Nonostante la
povertà, erano in dieci tra fratelli e sorelle. I ragazzi cominciavano a
lavorare fin da piccoli e mio padre, a soli nove anni, fu mandato a fare il
garzone presso una famiglia alla quale era stato ucciso il ragazzo che si
occupava del bestiame. Aveva tanta paura, ma doveva andare avanti. Raccontava
che doveva passare vicino al cimitero e che tremava di paura, ma non poteva
ribellarsi.
Quando
fu catturato era militare a Bologna. Venne caricato su un carro bestiame senza
sapere dove sarebbe stato portato. Dopo diversi giorni di viaggio, senza
mangiare né bere e ammassati gli uni sugli altri come bestie, arrivarono a
Dortmund, in Germania.
Furono
sistemati in baracche fredde, dove pioveva anche dentro, e durante
quell'inverno mio padre ebbe il congelamento dei piedi. Non avevano
praticamente nulla. Al mattino, legati con le catene e sorvegliati da guardie
armate, si incamminavano tutti incolonnati verso le officine, dove fabbricavano
le bombe.
Chi
cadeva lungo la strada veniva ucciso. Mio padre raccontava di aver visto
sparare a un suo compagno e di essere stato costretto a spostarlo sul bordo
della strada. Doveva resistere a tutti i costi.
Un
giorno trovò delle bucce di patate e, utilizzando l'acqua piovana, le cucinò
dentro una scatoletta di tonno. Una guardia se ne accorse e lo riempì di botte.
Diceva che avrebbe avuto la forza di reagire, ma che per sopravvivere non lo
fece e lasciò che lo picchiassero.
Nei
suoi racconti c'era anche una famiglia tedesca che lo aveva aiutato a
sopravvivere. Diceva di essere stato trattato quasi come un cane, sotto al
tavolo, ma non dimenticò mai che gli avanzi del loro pranzo gli avevano salvato
la vita».
Poi
arrivò la liberazione.
«Quando
fu liberato partì a piedi e, dalla Germania, riuscì dopo molto tempo a tornare
a casa. La famiglia non lo riconobbe perché era pelle e ossa.
Lui
era una persona sempre allegra, cantava sempre e diceva a noi figli: “Ho visto
tante cose brutte che non posso neppure raccontare. Ho patito tanta fame, ho
avuto tanta paura, che ora, anche se ho poco, quel poco che ho mi rende
felice”.
Nel
1957 si trasferì a Sasso Marconi con la
famiglia, con un carro, due mucche e pochi mobili. Lì iniziò una nuova vita,
fatta di sacrifici e ancora sacrifici. Ma il suo spirito e la sua forza gli
permisero di diventare l'uomo meraviglioso che tutti ricordano».
È
una testimonianza che racconta non soltanto la durezza della prigionia, ma
anche la straordinaria capacità di Guerrino Idalghi di ricominciare,
trasformando una vicenda segnata dalla fame, dalla paura e dalla violenza in
una vita dedicata alla famiglia.
Nella
foto: Guerrino Idalghi in uniforme militare.
Mario
Laffi
Laffi
nacque a Marzabotto
il 2 febbraio 1923, figlio di Carlo e Celsa Sandrolini. Operaio pilarino, fu arruolato
nella Guardia alla Frontiera,
25° Settore.
Alcune
fotografie inviate alla famiglia consentono di ricostruire la sua presenza nei
reparti di confine a presidio della Slovenia occupata, in particolare nella
zona di Zagorje, allora compresa nel Governatorato
della Provincia di Lubiana, amministrata dal Regno d'Italia.
Il
suo reparto era alloggiato in una casa fortificata e in un posto di blocco
denominato “Casa
Christian”. È
probabile che proprio in questa zona Laffi sia stato catturato dalle truppe
tedesche e successivamente inviato in Germania.
Secondo
alcuni documenti conservati nell'Archivio federale di Aquisgrana, il suo
identificativo era 047134. Risulta entrato l'11 settembre 1944 nell'Organizzazione Todt-Speer, struttura impegnata principalmente
nella realizzazione di strade, ponti e altre infrastrutture fondamentali per le
comunicazioni e le linee di approvvigionamento dell'esercito tedesco.
Fu
rimpatriato il 18
settembre 1945 da Müllrose. Probabilmente era stato internato nel Distretto militare III di Berlino, con matricola n. 36048.
Dopo
la guerra Laffi fu presidente dell'Associazione Combattenti e Reduci. Morì a Vergato il 20 ottobre 1970, all'età di 47 anni.
Nella
foto: Mario Laffi davanti alla “Casa Christian”.
Arciso
Lanzarini
Lanzarini
nacque a Castel
d'Aiano il 15 gennaio 1920 e risiedeva a Marzabotto. Era figlio di Federico e Amedea
Bernardoni e fratello di Aldo, anch'egli internato militare. Di professione
colono, fu arruolato nel 2° Battaglione C.A., di stanza in Grecia, e successivamente nel 226° Reggimento Fanteria.
Fu
catturato l'11
settembre 1943 in Albania e internato nello Stalag XI A di Altengrabow, nel Distretto militare di Hannover,
con matricola n. 14298.
A
Marzabotto venne inizialmente dichiarato disperso: i genitori avevano infatti
smarrito ogni riferimento e non disponevano più di un indirizzo attraverso il
quale poter avere sue notizie.
Dopo
due anni di guerra e prigionia, Lanzarini fu rimpatriato il 17 settembre 1945.
Morì
a Marzabotto il 24 luglio
2002.
Nella
foto: una pagina dell'archivio comunale di Marzabotto con gli elenchi delle
famiglie che percepivano sussidi e assegni di guerra.
Quattro
storie, una memoria comune
Le
vicende di Luigi
Borelli, Guerrino Idalghi, Mario Laffi e Arciso Lanzarini aggiungono nuovi tasselli alla
memoria degli uomini che, dopo l'8 settembre 1943, vennero catturati e deportati
nei territori controllati dalla Germania nazista.
Documenti,
fotografie e soprattutto le testimonianze dei familiari permettono oggi di
ricostruire percorsi personali che altrimenti rischierebbero di rimanere
confinati negli archivi.
Le medaglie consegnate alle famiglie assumono così un significato che va oltre il riconoscimento individuale: sono un simbolo di memoria e un ponte tra le generazioni, perché quelle storie di prigionia, sofferenza e ritorno possano continuare a essere conosciute e ricordate.