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domenica 5 aprile 2020

Infezione da SARS-CoV-2 tra gli animali domestici

di Umberto Agrimi
direttore del Dipartimento sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria

Non esiste alcuna evidenza che gli animali domestici giochino un ruolo nella diffusione di SARS-CoV-2 che riconosce, invece, nel contagio interumano la via principale di trasmissione. Tuttavia, poiché la sorveglianza veterinaria e gli studi sperimentali suggeriscono che gli animali domestici siano, occasionalmente, suscettibili a SARS-CoV-2, è importante proteggere gli animali di pazienti affetti da COVID-19, limitando la loro esposizione.

Il virus SARS-CoV-2, lasciato il suo probabile serbatoio animale selvatico, si è diffuso rapidamente in tutti i continenti, trovando nella specie umana una popolazione recettiva e in grado di permettergli una efficiente trasmissione intraspecifica. L'elevata circolazione del virus tra gli esseri umani sembra però non risparmiare, in alcune occasioni, gli animali che condividono con l'uomo ambiente domestico, quotidianità e affetto. Al 2 aprile 2020, a fronte di 800 mila casi confermati nel mondo di COVID-19 nell’uomo, sono solamente 4 i casi documentati di positività da SARS-CoV-2 negli animali da compagnia: due cani e un gatto ad Hong Kong e un gatto in Belgio. In tutti i casi, all'origine dell'infezione negli animali vi sarebbe la malattia dei loro proprietari, tutti affetti da COVID-19.

Il dato, per quanto limitato a poche osservazioni, merita attenzione. A questi casi di infezione avvenuta naturalmente, si stanno infatti aggiungendo i risultati degli studi sperimentali effettuati in laboratorio su alcune specie domestiche. Questi confermerebbero la suscettibilità del gatto, del furetto e, in misura minore, del cane all’infezione da SARS-CoV-2.

Le evidenze disponibili suggeriscono che l’esposizione degli animali a SARS-CoV-2 possa dare luogo a infezioni asintomatiche/paucisintomatiche, ovvero manifestarsi con malattia vera e propria. Nei due cani e nel gatto osservati ad Hong Kong, l'infezione si è evoluta in forma asintomatica. Il gatto descritto in Belgio ha, invece, sviluppato una sintomatologia respiratoria e gastroenterica a distanza di una settimana dal rientro della proprietaria dall'Italia. L'animale ha mostrato anoressia, vomito, diarrea, difficoltà respiratorie e tosse ma è andato incontro a un miglioramento spontaneo a partire dal nono giorno dall'esordio della malattia. Il rapporto realizzato dal Comitato scientifico istituito presso l'Agenzia federale Belga per la Sicurezza alimentare segnala che nel vomito e nelle feci dell'animale era presente un'elevata carica virale. Questo rilievo unitamente ai sintomi clinici, fa ipotizzare che l'animale, dopo essere stato esposto al contagio da parte della sua proprietaria, sia andato incontro a una infezione virale produttiva, ovvero accompagnata da una attiva replicazione del virus. È opportuno sottolineare che, in tutti e 4 i casi descritti, gli accertamenti diagnostici sono stati condotti mediante tecniche molecolari e, al momento, non sono disponibili dati di isolamento virale, utili a definire con maggiore certezza lo stato di infezione. Tuttavia, in uno dei due cani di Hong Kong la positività degli accertamenti sierologici supporta l'ipotesi che il cane fosse infetto da SARS-CoV-2.

Essendo SARS-CoV-2 un virus nuovo, occorre intensificare gli sforzi per raccogliere ulteriori segnali dell’eventuale comparsa di malattia nei nostri animali da compagnia, evitando tuttavia di generare allarmi ingiustificati. Vivendo in ambienti a forte circolazione virale a causa della malattia dei loro proprietari, non è inatteso che anche gli animali possano, occasionalmente, contrarre l'infezione. Ma, nei casi osservati, gli animali sono stati incolpevoli “vittime”.

Non esiste infatti alcuna evidenza che cani o gatti giochino un ruolo nella diffusione epidemica di SARS-CoV-2 che riconosce, invece, nel contagio interumano la via di trasmissione. Tuttavia, la possibilità che gli animali domestici possano contrarre l'infezione pone domande in merito alla gestione sanitaria degli animali di proprietà di pazienti affetti da COVID-19. La raccomandazione generale è quella di adottare comportamenti utili a ridurre quanto più possibile l'esposizione degli animali al contagio, evitando, ad esempio, i contatti ravvicinati con il paziente, così come si richiede agli altri membri del nucleo familiare. 

Gli organismi internazionali che si sono occupati dell'argomento raccomandano di evitare effusioni e di mantenere le misure igieniche di base che andrebbero sempre tenute come il lavaggio delle mani prima e dopo essere stati a contatto con gli animali, con la lettiera o la scodella del cibo.

A margine di tutto ciò occorre sottolineare che gli animali domestici contribuiscono alla nostra gioia e al nostro benessere, soprattutto in periodi di stress come quelli che stiamo vivendo. In assenza di sintomi riferibili a COVID-19 e se non si è in isolamento domiciliare, passare del tempo con il proprio animale domestico e accompagnare il proprio cane nell'uscita quotidiana (nel rispetto della normativa) contribuisce a mantenere in salute noi stessi e i nostri amici animali.

Bisogna considerare che le conoscenze sul virus SARS-CoV-2 sono in rapida evoluzione e dunque quanto detto è da considerarsi ad interim. Tuttavia, l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) ritiene utile promuovere lo scambio di conoscenze, man mano che queste sono rese disponibili, per il benessere e salute degli animali da compagnia e dei loro proprietari e dunque fornirà gli aggiornamenti necessari per rimanere in linea con l’evolversi della letteratura scientifica e delle posizioni ufficiali delle principali autorità nazionali e internazionali e per fornire informazioni dettagliate e indicazioni di comportamento.


Inviato da Dubbio

giovedì 22 agosto 2019

Animali domestici. “Schedare” padroni che d’estate se ne liberano lasciandoli nei canili

Sollecitato

Il gruppo Fdi: da sx Tagliaferri, Callori e Facci

Creare un registro telematico regionale dei proprietari di cani che rinunciano a tenere il proprio animale. Questa è la proposta di Fratelli d’Italia contenuta in un’interrogazione depositata oggi nella quale i consiglieri regionali Giancarlo Tagliaferri, Fabio Callori e Michele Facci focalizzano il problema del ritorno di molti animali nei canili per rinunce, in particolare durante il periodo estivo. Il registro telematico, per gli esponenti di Fdi, servirebbe nel caso in cui le stesse persone che hanno rinunciato al proprio cane riportandolo nel canile “si ripresentino in futuro per altre adozioni”. Con il registro verrebbero “considerate persone inadatte all’affido di altri animali”.
L’atto ispettivo parte dalla situazione legata al canile di Montebolzone, in provincia di Piacenza: “Anche nell’estate in corso- scrivono i consiglieri- si è registrato un consistente numero di ingressi nei canili per rinunce dei cani da parte dei loro padroni, oltre ai casi di abbandono e di sequestri dell’autorità giudiziaria. Le rinunce, che dovrebbero essere giustificate da gravi motivi, spesso avvengono anche per motivi futili, come la difficoltà di portare l’animale in vacanza. A volte- continuano- si tratta di cani di persone anziane che vengono ricoverate e i cui parenti non vogliono prendersene cura o di stranieri che si spostano per motivi diversi e non tengono più l’animale. I cani che vengono abbandonati o consegnati ai canili per rinunce subiscono traumi enormi, con la perdita di affetto e il passaggio dalla situazione di vita domestica alla struttura pubblica, oltre a rappresentare pesanti costi di gestione per le amministrazioni locali”.
Per questo motivi i consiglieri chiedono anche alla Regione “quali provvedimenti intenda assumere per contrastare le rinunce dei cani quando non vi siano realmente gravi motivi che le giustifichino”.
(Andrea Perini)

giovedì 2 aprile 2015

Infestazioni da ‘Processionaria’, Ausl mette in guardia chi frequenta aree verdi. Per gli animali domestici l'ingestione dell'insetto può persino essere letale.




Un lettore ha inviato.

Nelle ultime settimane sono arrivate varie segnalazioni della presenza di 'Processionaria' su aree private e pubbliche della città. Lo rende noto un comunicato di Ausl Imola, che spiega che la Traumatocampa pytocampa ( meglio conosciuta appunto con il nome di 'Processionaria' del pino), è una farfalla: i suoi bruchi, di colore bruno-arancione, danneggiano in maniera evidente le conifere, nutrendosi dei loro aghi, e possono scatenare a persone ed animali reazioni allergiche a causa dei micropeli urticanti che presentano sul dorso. L'insetto, in questo periodo dell'anno, si presenta come una larva lunga da 1 cm fino a 3 cm e mezzo, è dotato di numerosi peli irritanti utilizzati come tecnica di difesa.
Proprio in questi giorni le larve mature abbandonano la pianta ospite e in fila indiana si dirigono in processione verso un luogo adatto in cui interrarsi.

Questo fenomeno durerà ancora per alcune settimane e quindi è necessario - avvisa l'azienda sanitaria - "che chi frequenta aree verdi controlli che siano libere dal fastidiosissimo insetto e, soprattutto, è bene evitare di fermarsi nei pressi di piante sempreverdi che presentano sulla chioma i nidi della processionaria, una matassa di fili di colore bianco visibile ad occhio nudo."
E’ infatti necessario "evitare in qualsiasi modo il contatto, soprattutto per i bambini e per gli animali domestici, per questi ultimi l’inalazione o l’ingestione dell’insetto può persino essere letale."
Nell’uomo, la dermatite è la forma più frequente di reazione, fa sapere ancora Ausl. In questi casi è utile intervenire con ghiaccio, con un antistaminico o con l'applicazione di creme a base di sostanze antistaminiche e/o cortisoniche.
In queste settimane l'UOC di Igiene e Sanità Pubblica del Dipartimento di Sanità Pubblica dell'Ausl di Imola ha effettuato controlli su alcune aree verdi pubbliche e private. Quando si rileva la presenza della Processionaria la zona viene recintata e interdetta dagli enti comunali preposti.
Nelle aree private è invece il proprietario che attua la verifica e se necessario, tramite ditte specializzate, opera la bonifica delle piante infestate.
Per la lotta alla processionaria occorre intervenire in diversi momenti dell'anno: in pieno inverno, laddove tecnicamente possibile, tagliando e bruciando i nidi larvali, adottando cautela e adeguate misure protettive personali. Poiché il taglio non abbatte completamente l'infestazione, a fine estate, verso la metà di settembre, bisogna effettuare ripetuti trattamenti alla chioma degli alberi con preparati microbiologici. Mezzi complementari di contrasto sono costituiti, inoltre, dalle trappole a feromoni sessuali per la cattura dei maschi adulti. Ausl avvisa "che queste attività devono essere effettuate da personale competente: non può essere affidata al fai da te."