Colmare un vuoto normativo che si protrae da oltre
vent’anni e adottare con urgenza criteri uniformi in linea con le recenti
sentenze e con la normativa nazionale in materia di disabilità. È questo
l’obiettivo della risoluzione presentata alla Giunta regionale dal consigliere
Mastacchi (Rete Civica), che punta a superare le disparità di trattamento tra
cittadini e i numerosi contenziosi legati alla compartecipazione ai costi dei
servizi sociali.
Al centro dell’atto vi è la richiesta
di dare piena attuazione alla Legge Regionale
Emilia-Romagna 2/2003, “Norme per la promozione della cittadinanza
sociale e per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi
sociali”. In particolare, l’articolo 49 impone alla Giunta di adottare una
direttiva chiara e omogenea per definire le modalità di contribuzione dei
cittadini ai costi delle prestazioni. Direttiva che, dal 2003 a oggi, non è mai
stata emanata.
Secondo il consigliere, questo “vuoto
regolatorio” ha lasciato il sistema privo di criteri uniformi, trasformando
l’accesso ai servizi in una sorta di “lotteria dei codici postali”. In assenza
di una cornice regionale condivisa, i Comuni hanno infatti operato in
autonomia, stabilendo in modo differente tariffe e quote di compartecipazione
per servizi essenziali come centri diurni, vitto, trasporto e quota sociale.
Una frammentazione che, si legge nella risoluzione, rischia di violare il
principio di uguaglianza, creando disparità tra cittadini in base al luogo di
residenza.
A rafforzare la richiesta di intervento
sono intervenute anche le recenti decisioni del Tribunale
di Bologna, che con le sentenze n. 3399/2025 e 3400/2025, pubblicate il
5 dicembre 2025, ha rilevato esplicitamente l’inadempienza della Regione
rispetto all’attuazione dell’articolo 49 della legge regionale. Secondo il
giudice, la mancata emanazione della direttiva ha contribuito all’insorgere di
contenziosi e a profonde disparità di trattamento tra territori.
Uno dei punti cardine della
risoluzione riguarda l’esclusione delle indennità – come quella di
accompagnamento – dal calcolo del reddito ai fini dell’accesso e della
compartecipazione ai servizi sociali. Il riferimento è all’articolo 2-sexies
del Decreto-Legge 42/2016 (convertito
nella legge 89/2016), che stabilisce come tali somme non possano essere
considerate reddito. Si tratta di un principio già affermato anche dalla
giurisprudenza amministrativa: le indennità hanno natura compensativa e non
rappresentano un incremento della capacità contributiva della famiglia.
Considerarle nel calcolo delle quote, secondo la risoluzione, costituisce un
errore giuridico e concettuale.
Altro nodo centrale è la tutela
dell’autonomia economica delle persone con disabilità grave. In linea con
quanto previsto dal decreto legislativo 109/1998, per le prestazioni rivolte a
disabili gravi dovrebbe essere presa in considerazione esclusivamente la
situazione economica dell’assistito, senza estendere il calcolo ai redditi
dell’intero nucleo familiare.
Particolare attenzione viene poi
riservata alla sostenibilità dei progetti legati al “Dopo di Noi” e alla tutela
del risparmio delle famiglie. Le somme accantonate negli anni per garantire un
futuro dignitoso ai propri figli non dovrebbero essere penalizzate da criteri
di compartecipazione ritenuti iniqui. La proposta chiede dunque di garantire
una “quota minima” di disponibilità finanziaria che resti nella piena
disponibilità della persona con disabilità, assicurando un livello essenziale
di autodeterminazione.
L’impegno richiesto alla Giunta regionale è chiaro: passare dalla norma scritta alla sua concreta attuazione, adottando finalmente la direttiva prevista dall’articolo 49 e allineando l’Emilia-Romagna agli standard nazionali di equità e certezza del diritto. Per i proponenti, un sistema di welfare moderno non può basarsi sui ricorsi ai tribunali, ma su regole chiare e uniformi a tutela dei diritti delle persone più fragili e delle loro famiglie.
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