Rafforzata la prevenzione e la sicurezza in caso di scenari di rischio
Elaborati
in stretto raccordo con le Prefetture competenti, i Piani costituiscono uno
degli strumenti cardine per la gestione coordinata delle emergenze di
Protezione civile per le grandi dighe. Ovvero, secondo quanto stabilito dalla
normativa vigente, tutte le opere di sbarramento che
superano i 15 metri di altezza o che presentano un volume d’invaso superiore al milione di metri cubi d’acqua.
In presenza di situazioni di criticità, i Piani consentono di gestire in
maniera coordinata e strutturata i potenziali scenari di rischio, dalla
propagazione di un’onda di piena a valle, legata alle manovre degli organi di
scarico, fino all’eventualità – estrema – di un collasso della struttura.
Con 25
grandi dighe presenti sul territorio, l’Emilia-Romagna si
colloca al settimo posto a livello
nazionale per numero di infrastrutture. Tra queste opere rientrano
anche le quattro casse di laminazione
“in linea” di Parma, Crostolo, Secchia e Panaro, che, pur non essendo
dighe in senso stretto, superano i 15 metri di altezza. L’approvazione del Ped
da parte della Giunta regionale rappresenta la fase conclusiva di un processo
complesso e articolato che coinvolge direttamente e in più fasi tecnici
dell’Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la protezione civile e i
diversi soggetti interessati.
La diga con il maggiore volume d’invaso è quella di Suviana, nel Bolognese, con un volume di
circa 44 milioni di metri cubi, seguita da Ridracoli (nel
Forlivese), con un invaso pari a 33 milioni di metri cubi strategico per
l’approvvigionamento idropotabile della Romagna e che, con i suoi 101 metri, è
lo sbarramento più alto della regione. La più piccola, invece, è la diga di Mondaino, nel Riminese, con un invaso di
‘soli’ 48mila metri cubi.
L’età media delle dighe regionali è di circa 68 anni, leggermente superiore a
quella nazionale che si attesta sui 60. In Emilia-Romagna queste strutture sono
state tutte costruite nei primi anni del ‘900 tranne le 4 casse di laminazione (Parma,
Crostolo, Secchia e Panaro) e le dighe di Ridracoli,
Conca, Mondaino, Isola Serafini, che invece risalgono agli anni ‘60-‘80 del
secolo scorso.
Di particolare rilevanza, per le sue
caratteristiche strutturali, è la diga
del Molato, nel Piacentino, e la
traversa di Isola Serafini per
la posizione sul fiume Po a monte di Piacenza.
Da segnalare, nel Bolognese, anche le 4 dighe sul bacino del Reno (Pavana, Suviana, Scalere, Santa Maria)
interconnesse tra di loro attraverso condotte e sistemi di sollevamento delle
acque, per l’ottimizzazione dell’utilizzo della risorsa idrica ai fini della
produzione di energia elettrica.
All’interno dei Ped, oltre all’inquadramento territoriale,
sono mappate le aree inondabili,
individuando così gli elementi esposti a rischio. In particolare, viene definito
il modello di intervento, stabilendo
ruoli e responsabilità dei diversi soggetti coinvolti. Tra questi figurano i
gestori delle dighe, l’Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la
protezione civile, Arpae, Prefetture, Comuni, Province, Consorzi di bonifica,
AiPo, Vigili del fuoco, gestori dei servizi essenziali e associazioni di
volontariato di protezione civile.
Il Ped viene elaborato a partire dai Documenti di Protezione civile della diga (Dpc) predisposti dagli uffici tecnici competenti e costituisce parte integrante della pianificazione provinciale e regionale. I Comuni potenzialmente interessati da onde di piena devono recepire nei propri Piani di emergenza comunali specifiche misure organizzative coerenti con quanto previsto nei Piani di emergenza.
Fonte: Protezione Civile
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