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domenica 16 agosto 2026

La storia di chi ha perduto. C'è anche quella

Dalla Polizia alla guerra, dall’esilio alla rinascita attraverso l’arte



di Valter Venturi


Guelfo, originario di Sasso Marconi, si arruolò nella Polizia a soli 18 anni. Era il 1940, la guerra era appena iniziata, e venne mandato a Napoli. Prestava servizio di sentinella al porto, con l’ordine scritto di fermare tutti i veicoli per i controlli.

Un giorno si avvicinò un’automobile. Rallentò, poi improvvisamente accelerò. Guelfo imbracciò il fucile e sparò. L’auto inchiodò. A bordo c’erano il questore e il prefetto di Napoli.

In Questura scoppiò un putiferio. Il giorno seguente Guelfo venne convocato e sottoposto a un duro rimprovero. Lui, però, mostrò l’ordine scritto che gli imponeva di effettuare i controlli. Poco dopo fu trasferito a Milano e, qualche mese più tardi, a Spalato.

«A Spalato c’era un’aria pesante», avrebbe raccontato molti anni dopo. «Fuori turno bisognava essere almeno in quattro e avere la pistola».

L’8 settembre 1943 e la scelta di Guelfo

Dopo l’8 settembre 1943, Guelfo fece una scelta destinata a segnare profondamente la sua vita: si arruolò nelle formazioni fasciste delle Camicie Nere di Pavolini e venne inquadrato nella X Legio di Bologna.

Terminata la guerra, nel 1945, rientrò in Polizia e fu nuovamente destinato a Napoli. Erano anni di forti tensioni e di tumulti. In un paese del Beneventano, la cui località Guelfo non ha mai precisato con esattezza, una caserma dei Carabinieri era stata accerchiata.

Un capitano di Polizia convocò Guelfo e gli ordinò:

«Prendi venti uomini e vai a sedare la rivolta».

Guelfo obiettò:

«Io? Ma non sono neppure graduato!».

La risposta del capitano fu tagliente:

«Tu eri graduato nelle Camicie Nere fasciste».

Guelfo replicò a sua volta:

«E tu dove hai fatto carriera, compagno?».

Ne seguì una discussione dai toni accesi. Di quella vicenda si dissero molte cose e, alla fine, Guelfo venne sospeso dal servizio.

L’agguato e la fuga

Tornato a Sasso Marconi, mentre scendeva da Iano, Guelfo subì un agguato. Gli spararono.

«Mi gettai a terra con la pistola in pugno. Rimasi immobile e cominciai a muovermi soltanto dopo due ore».

Quando finalmente riuscì a rientrare a casa, fece una riflessione che avrebbe cambiato ancora una volta il corso della sua vita:

«Qui va a finire che mi ammazzano o che io ammazzo qualcuno».

Decise così di dimettersi dalla Polizia. Contattò alcuni ex commilitoni che si trovavano nella sua stessa situazione. Insieme presero una decisione: espatriare.

Raggiunsero la Sardegna e pagarono un barcaiolo che li trasportò clandestinamente in Corsica. Appena arrivati, entrarono in un bar per bere qualcosa e mangiare uno spuntino. Ma alcuni giovani corsi li provocarono pesantemente e scoppiò una violenta scazzottata.

Intervennero i gendarmi e li arrestarono. Poi venne prospettata loro una scelta:

«Affronterete il processo e verrete condannati. Oppure dite che volete arruolarvi nella Legione Straniera e non succederà nulla».

Scelsero la seconda possibilità.

Furono accompagnati a Marsiglia, a spese delle autorità, e condotti al centro di arruolamento, dove trovarono una fila interminabile di aspiranti legionari.

Ma Guelfo era stanco.

«Ero stanco di guerra e di ammazzamenti».

La sorveglianza, raccontava, era quasi inesistente. Riuscì ad allontanarsi e si recò al Consolato italiano per ottenere nuovi documenti, dopo che i suoi erano stati sequestrati.

L’incontro che cambiò la sua vita

Durante l’attesa conobbe Gualtieri, pittore, scultore e restauratore, già capitano della Repubblica Sociale Italiana.

I due si raccontarono le proprie storie. Poi Gualtieri gli disse:

«Se vuoi venire con me, posso offrirti poco, ma da mangiare e un letto sono garantiti».

Per Guelfo, in quel momento, era tantissimo.

I due rimasero a Marsiglia per circa un anno, lavorando al restauro di alcune chiese. Fu l’inizio di una nuova vita, lontana dalle armi.

Il vescovo di Marsiglia, conoscendo le capacità dei due restauratori, parlò di loro al vescovo di Barcellona. Arrivò così la proposta di trasferirsi nella città catalana.

Accettarono.

Giunti al confine spagnolo, vennero prelevati da quattro gendarmi della Guardia Civil, che li scortarono fino al vescovato di Barcellona.

La città portava ancora le ferite della Guerra civile. Durante il conflitto, miliziani anarchici e comunisti avevano accatastato le panche all’interno delle chiese e dato loro fuoco. Il lavoro di restauro fu enorme e durò circa quindici anni.

Guelfo, nel frattempo, imparò sempre più a fondo l’arte del mestiere. In Spagna formò diversi allievi, insegnando loro le tecniche del restauro, della pittura, degli affreschi e della scultura. Tra i luoghi ricordati nella sua storia figurano Savignao e Escarion, in Galizia.

Dopo la morte della moglie, Guelfo tornò in Italia.

«Qui sono nato e qui voglio essere seppellito».

Una vita segnata dalla guerra

La storia di Guelfo è quella di un uomo attraversato dalla guerra e dalle sue conseguenze: prima la Polizia, poi il fascismo, il conflitto, la sospensione dal servizio, l’agguato, la fuga, l’esperienza mancata nella Legione Straniera e, infine, una nuova esistenza costruita attraverso l’arte e il restauro.

Anni dopo, durante la Guerra civile nella ex Jugoslavia, davanti alle drammatiche immagini trasmesse dai telegiornali, Guelfo rimase in silenzio. Chinò il capo, con gli occhi arrossati, e con voce flebile disse soltanto:

«La guerra civile è una brutta cosa. Speriamo non accada mai più».