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domenica 7 ottobre 2018

Jobs act, incostituzionale legare l'indennità di licenziamento all'anzianità di servizio

Lo ha deciso la Consulta, che ha dichiarato illegittimo l'articolo 3 comma 1 della decreto legislativo 23 del 2015 contenente la riforma del mercato del lavoro che ha introdotto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti


Marco segnala

Giuliano Poletti, il ministro del lavoro del Jobs act

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo numero 23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti (il Jobs Act )nella parte, non modificata dal decreto dignità, che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato.   In particolare, secondo la Corte, la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è "contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro" sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione. Tutte le altre questioni sollevate relative ai licenziamenti sono state dichiarate inammissibili o infondate. La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.  A sollevare le questioni davanti alla Consulta, che ieri le ha esaminate dopo un’udienza pubblica, era stata la sezione lavoro del tribunale di Roma: con il suo atto di rimessione alla Corte, il giudice della Capitale avanzava dubbi su diversi punti del Jobs Act. In particolare, secondo il tribunale, il contrasto con la Costituzione non veniva ravvisato nell’eliminazione della tutela reintegratoria, salvi i casi in cui questa è stata prevista, e dell’integrale monetizzazione della garanzia offerta al lavoratore, quanto in ragione della disciplina concreta dell’indennità risarcitoria, destinata a sostituire il risarcimento in forma specifica, e della sua quantificazione.

venerdì 2 dicembre 2016

LE POLITICHE POCO “ATTIVE”, COSÌ L’ANPAL ELEVA A SISTEMA IL FLOP DI GARANZIA GIOVANI.

Vincenzo Tondolo richiede:


da IL FATTO del 30 novembre 2016


Parte solo ora l’Ente nazionale del Jobs Act. Con la Riforma costituzionale gestirà tutte le misure sul lavoro. Problema: favorisce i privati e ricopia un modello fallito 

        di MARTA FANA * 
È operativo da ieri l’ultimo tassello del Jobs Act, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive (Anpal), che avrà il compito di gestire la ricollocazione dei disoccupati. Ad annunciarlo il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il presidente Anpal, Maurizio Del Conte. Prende così forma, come già trapelava da mesi, il protagonista delle politiche attive, cioè “l’assegno di ricollocazione”. Una dote tra i 250 e i 5.000 euro che il ministero garantisce agli enti accreditati capaci di trovare un impiego per un disoccupato, beneficiario dell’indennità di disoccupazione (Naspi) da almeno quattro mesi. Operativamente è il disoccupato che fa richiesta dell’assegno, registrandosi sul sito dell’Anpal o presentandosi a un centro per l’impiego: dichiara la disponibilità immediata a lavorare e sceglie poi l’ente accreditato “che offre i servizi più adatti alla propria condizione”. Inserendo i propri dati e le esperienze lavorative riceverà in cambio un “indicatore di occupabilità” cioè la carta di identità lavorativa da cui dipenderanno le misure e i servizi proposti. Un “intervento storico” per il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che però merita un’analisi dettagliata per comprenderne la reale portata
Innanzitutto, l’assegno di ricollocazione non è reddito, ma un bonus erogato ai cittadini che può essere speso solo a favore degli enti accreditati, i centri pubblici per l’impiego da una parte e dall’altra le agenzie per il lavoro: “Pubblico e privato che competono per dare un buon servizio”. Una competizione, però, falsata in partenza: potranno infatti ricevere il bonus anche le agenzie per il lavoro che stipulano un “contratto di somministrazione”, cioè il lavoro interinale – l’agenzia assume il lavoratore e lo presta all’impresa – che però vale soltanto per quelle private (i centri per l’impiego non possono farlo). Così si favorisce l’occupazione in somministrazione e si spostano risorse pubbliche verso soggetti privati nonostante la condizione disastrosa in cui versano ormai da anni i centri pubblici per l’impiego sull’intero territorio nazionale.
L’assegno di ricollocazione varia poi a seconda del tipo di contratto all’assunzione e al tipo di profilo del disoccupato: aumenta sia con la durata del contratto sia con la condizione di “marginalità” dal mercato del lavoro. Da anni, però, i dati mostrano che i posti offerti dalle imprese si concentrano in settori a scarsa produttività. Il rischio così è che i lavoratori dovranno accettare qualsiasi offerta pur di non perdere il diritto all’assegno, che per la gran parte andrà ad aziende a scarsa produttività, quelle che competono soprattutto sul costo del lavoro. Un danno per il sistema economico e industriale nel suo complesso.
Il sistema è appena partito, ma per capire i rischi basterebbe osservare il suo fratello gemello in piedi da quasi due anni, il programma “Garanzia Giovani” nato su input europeo per contrastare la disoccupazione giovanile: uguale è il meccanismo di iscrizione ed estremamente simile il bonus occupazionale. Come sta andando? Il programma presenta mese dopo mese il conto del fallimento. Stando ai dati dell’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori (Isfol), a fronte di oltre un milione di iscritti, sono state erogate solo 344.318 misure, il 34% del totale. Altra nota dolente è la tipologia di contratti offerti: il 56% è fatta da semplici tirocini, solo il 16% da contratti di vario tipo (a tempo determinato, indeterminato e in somministrazione).
Stando al rapporto Isfol, da maggio 2014 a fine ottobre 2016 attraverso la garanzia giovani sono stati attivati solo 27.359 contratti a tempo indeterminato. L’istituto però non dice nulla sulla durata di questi contratti. Quello che invece ha fatto l’Inps nel rapporto sulle politiche occupazionali pubblicato il 23 novembre scorso. L’Istituto di previdenza calcola il numero di contratti che coprono l’intero anno di beneficio del bonus: se un contratto dura solo tre mesi allora sarà conteggiato come un quarto di contratto perché il bonus è corrisposto soltanto per una parte di anno. Stando a questo calcolo, il numero di contratti a tempo indeterminato legati alla garanzia giovani con sgravio contributivo sono 6.133, l’1,8% di tutte le misure erogate. Tecnicismi a parte, entrambi gli istituti testimoniano il progressivo il fallimento del programma, un sistema che ora il governo vuole erigere a modello delle politiche attive del lavoro a livello nazionale.
La riforma costituzionale, infatti, affida la materia esclusivamente allo Stato sottraendola alla competenza regionale. “Per le politiche attive, oggi abbiamo corsi di formazione o centri per l’impiego diversi in ogni regione. Ed è soprattutto il Sud ad essere penalizzato, perché il sistema non funziona. Con la riforma al Sud avrebbero gli stessi livelli del Nord”, ha spiegato domenica il premier. E il modello sarà appunto l’Anpal, che non ha fatto tesoro del fallimento della garanzia giovani. Anche al netto delle risorse stanziate per superare il divario (di cui la riforma non si occupa) così si rischia di acuire la distanza perché si trattano in maniera uguale contesti occupazionali differenti. Al Sud la domanda di lavoro delle imprese è infatti molto più bassa sia per qualità che per quantità della media nazionale, che già non brilla. Se ai disoccupati del Mezzogiorno verrà offerta la stessa politica attiva sul lavoro di quelli del Nord, senza agire sulle imprese, il rischio è che continueranno ad avere minori opportunità. Concentrare tutte le politiche del lavoro spoglia le Regioni della possibilità di introdurre correttivi alla politica nazionale, per esempio per ridurne gli effetti distorsivi.
 *Ricercatrice all’università SciencesPo di Parigi

giovedì 18 agosto 2016

Crescita, studio Bce: “Corruzione e scarso rispetto delle leggi fanno ristagnare il pil. Nonostante le riforme”.

Il Fatto Quotidiano   Da Il Fatto Quotidiano.

Crescita, studio Bce: “Corruzione e scarso rispetto delle leggi fanno ristagnare il pil. Nonostante le riforme”


La bassa "qualità istituzionale", spiega l'Eurotower nel suo bollettino economico, ha un effetto diretto - negativo - sull'economia. E l'Italia è penultima nella classifica che la misura, subito prima della Grecia e lontana non solo dai Paesi più virtuosi ma anche dalla media dell'Eurozona. In un contesto del genere diventa inutile metter mano ai contratti di lavoro, cercare di aumentare la concorrenza e cambiare la Costituzione.

La qualità delle istituzioni conta più delle tanto invocate riforme. Parola degli analisti della Banca centrale europea. Che in uno studio pubblicato nel Bollettino economico che sarà diffuso giovedì mettono in fila i dati disponibili e arrivano a una conclusione chiara: le economie dei Paesi in cui sono più scarsi l’efficacia dell’azione di governo, la capacità di varare e mettere in pratica leggi per promuovere lo sviluppo economico, il rispetto del principio di legalità e il controllo sulla corruzione – tutti indicatori del livello di qualità istituzionale, in base alla metodologia messa a punto dalla Banca mondiale - tendono a ristagnare. E metter mano alle riforme non basta per rilanciare la crescita. Un’ulteriore prova, dunque, di quello che molte ricerche hanno già messo in evidenza: la corruzione è tra le cause della bassa crescita. Ma l’Eurotower aggiunge un tassello in più, chiarendo che in un contesto del genere Jobs Act, riforma costituzionale e interventi di liberalizzazione sono poco più che pannicelli caldi. E l’Italia si trova proprio in questa situazione: nella classifica che tiene conto di tutte le quattro dimensioni è penultima nell’Eurozona, subito prima della Grecia. Un risultato che, stando alle conclusioni del bollettino Bce, spiega perché nella Penisola la produttività del lavoro resti bassissima e il pil continui a progredire a ritmi da “zero virgola“.
qualità istituzioni




Cinghie di trasmissione bloccate - Lo studio esordisce sottolineando che “istituzioni e strutture economiche solide sono essenziali per la resilienza (la capacità di affrontare e superare le crisi, ndr) e la prosperità di lungo termine dell’area euro”. Appunto. Peccato che la qualità istituzionale italiana, come emerge dal grafico riportato nel bollettino, sia lontana anni luce non solo da quella dei virtuosi Paesi del Nord Europa e dai “migliori della classe” tra i 35 membri dell‘Ocse, ma anche dalla media dell’area euro. Un gap che, come è facile capire, blocca le cinghie di trasmissione che collegano le regole su mercato del lavoro e dei prodotti all’effettivo funzionamento dell’economia reale.
Senza istituzioni forti vincono le lobby – Dove la qualità delle istituzioni è bassa, infatti, le riforme normalmente prescritte da Commissione Ue e Fmi – da quelle che incrementano l’efficienza del mercato del lavoro a quelle mirate ad aumentare la concorrenza – sono poco più che pannicelli caldi. “I Paesi con qualità istituzionale sotto la media tendono anche ad avere mercati del lavoro e dei prodotti meno efficienti della media”, si legge in uno dei paragrafi dello studio. “Questa elevata correlazione può riflettere il fatto che in presenza di istituzioni solide le società e i regolatori hanno maggiori probabilità di imporsi sugli interessi particolari e di portare avanti riforme che portano benefici alla maggior parte dei cittadini“.
crescita e efficienza istituzioniRelazione positiva tra crescita del pil e qualità istituzionale - Il cuore dello studio è un grafico che mostra la correlazione tra qualità delle istituzioni e crescita del pil pro capite tra 1999 e 2014. L’Italia e la Grecia registrano le performance peggiori su entrambi i fronti, in un periodo ben più ampio rispetto a quello segnato dalla crisi finanziaria, il che rafforza la validità della conclusione. “Per i Paesi dell’Eurozona emerge una chiara relazione positiva”, commentano gli analisti, spiegando che “i risultati sembrano particolarmente rilevanti per i Paesi dove il debito pubblico iniziale è sopra una certa soglia”. Vedi, ancora una volta, l’Italia. Inoltre, i risultati “sono coerenti con la visione che la qualità delle istituzioni può essere più importante per la crescita di lungo termine nei Paesi in cui lo strumento del tasso di cambio non è più disponibile”. In tutta l’area euro, insomma: tutti ricordano gli anni delle svalutazioni competitive della lira per spingere l’export italiano. Un’arma su cui i governi non possono più contare dopo l’avvento dell’euro.
Perché la riforma costituzionale non basta per trainare la crescita - La lezione che emerge dal paper è chiara: prima di metter mano alle regole sui contratti di lavoro, pensare di liberalizzare i mercati e le professioni o modificare la Costituzione occorre rafforzare l’ossatura del sistema. Partendo dalla base: rispetto delle leggi e repressione dei reati, a partire dalla corruzione. In caso contrario è del tutto velleitario sostenere, come ha fatto la ministra Maria Elena Boschi, che la riforma costituzionale farà “aumentare il pil dello 0,6% nei prossimi dieci anni”.
Certo, punire i colletti bianchi, i politici e gli imprenditori che danno e prendono mazzette è complicato e richiede ben più di un decreto o un ddl. Non a caso in passato c’è stato chi ha preferito contestare la validità degli indicatori, sostenendo che il problema non è la corruzione italiana ma gli strumenti che la misurano. Che non “valorizzano” i progressi della Penisola.

venerdì 12 agosto 2016

Crescita, studio Bce: “Corruzione e scarso rispetto delle leggi fanno ristagnare il pil. Nonostante le riforme”.

Segnalato:

Crescita, studio Bce: “Corruzione e scarso rispetto delle leggi fanno ristagnare il pil. Nonostante le riforme”
Politica
La bassa "qualità istituzionale", spiega l'Eurotower nel suo bollettino economico, ha un effetto diretto - negativo - sull'economia. E l'Italia è penultima nella classifica che la misura, subito prima della Grecia e lontana non solo dai Paesi più virtuosi ma anche dalla media dell'Eurozona. In un contesto del genere diventa inutile metter mano ai contratti di lavoro, cercare di aumentare la concorrenza e cambiare la Costituzione

di F. Q.

La qualità delle istituzioni conta più delle tanto invocate riforme. Parola degli analisti della Banca centrale europea. Che in uno studio pubblicato nel Bollettino economico che sarà diffuso giovedì mettono in fila i dati disponibili e arrivano a una conclusione chiara: le economie dei Paesi in cui sono più scarsi l’efficacia dell’azione di governo, la capacità di varare e mettere in pratica leggi per promuovere lo sviluppo economico, il rispetto del principio di legalità e il controllo sulla corruzione – tutti indicatori del livello di qualità istituzionale, in base alla metodologia messa a punto dalla Banca mondiale - tendono a ristagnare. E metter mano alle riforme non basta per rilanciare la crescita. Un’ulteriore prova, dunque, di quello che molte ricerche hanno già messo in evidenza: la corruzione è tra le cause della bassa crescita. Ma l’Eurotower aggiunge un tassello in più, chiarendo che in un contesto del genere Jobs Act, riforma costituzionale e interventi di liberalizzazione sono poco più che pannicelli caldi. E l’Italia si trova proprio in questa situazione: nella classifica che tiene conto di tutte le quattro dimensioni è penultima nell’Eurozona, subito prima della Grecia. Un risultato che, stando alle conclusioni del bollettino Bce, spiega perché nella Penisola la produttività del lavoro resti bassissima e il pil continui a progredire a ritmi da “zero virgola“.
qualità istituzioni




Cinghie di trasmissione bloccate - Lo studio esordisce sottolineando che “istituzioni e strutture economiche solide sono essenziali per la resilienza (la capacità di affrontare e superare le crisi, ndr) e la prosperità di lungo termine dell’area euro”. Appunto. Peccato che la qualità istituzionale italiana, come emerge dal grafico riportato nel bollettino, sia lontana anni luce non solo da quella dei virtuosi Paesi del Nord Europa e dai “migliori della classe” tra i 35 membri dell‘Ocse, ma anche dalla media dell’area euro. Un gap che, come è facile capire, blocca le cinghie di trasmissione che collegano le regole su mercato del lavoro e dei prodotti all’effettivo funzionamento dell’economia reale.
Senza istituzioni forti vincono le lobby – Dove la qualità delle istituzioni è bassa, infatti, le riforme normalmente prescritte da Commissione Ue e Fmi – da quelle che incrementano l’efficienza del mercato del lavoro a quelle mirate ad aumentare la concorrenza – sono poco più che pannicelli caldi. “I Paesi con qualità istituzionale sotto la media tendono anche ad avere mercati del lavoro e dei prodotti meno efficienti della media”, si legge in uno dei paragrafi dello studio. “Questa elevata correlazione può riflettere il fatto che in presenza di istituzioni solide le società e i regolatori hanno maggiori probabilità di imporsi sugli interessi particolari e di portare avanti riforme che portano benefici alla maggior parte dei cittadini“.
crescita e efficienza istituzioniRelazione positiva tra crescita del pil e qualità istituzionale - Il cuore dello studio è un grafico che mostra la correlazione tra qualità delle istituzioni e crescita del pil pro capite tra 1999 e 2014. L’Italia e la Grecia registrano le performance peggiori su entrambi i fronti, in un periodo ben più ampio rispetto a quello segnato dalla crisi finanziaria, il che rafforza la validità della conclusione. “Per i Paesi dell’Eurozona emerge una chiara relazione positiva”, commentano gli analisti, spiegando che “i risultati sembrano particolarmente rilevanti per i Paesi dove il debito pubblico iniziale è sopra una certa soglia”. Vedi, ancora una volta, l’Italia. Inoltre, i risultati “sono coerenti con la visione che la qualità delle istituzioni può essere più importante per la crescita di lungo termine nei Paesi in cui lo strumento del tasso di cambio non è più disponibile”. In tutta l’area euro, insomma: tutti ricordano gli anni delle svalutazioni competitive della lira per spingere l’export italiano. Un’arma su cui i governi non possono più contare dopo l’avvento dell’euro.
Perché la riforma costituzionale non basta per trainare la crescita - La lezione che emerge dal paper è chiara: prima di metter mano alle regole sui contratti di lavoro, pensare di liberalizzare i mercati e le professioni o modificare la Costituzione occorre rafforzare l’ossatura del sistema. Partendo dalla base: rispetto delle leggi e repressione dei reati, a partire dalla corruzione. In caso contrario è del tutto velleitario sostenere, come ha fatto la ministra Maria Elena Boschi, che la riforma costituzionale farà “aumentare il pil dello 0,6% nei prossimi dieci anni”.
Certo, punire i colletti bianchi, i politici e gli imprenditori che danno e prendono mazzette è complicato e richiede ben più di un decreto o un ddl. Non a caso in passato c’è stato chi ha preferito contestare la validità degli indicatori, sostenendo che il problema non è la corruzione italiana ma gli strumenti che la misurano. Che non “valorizzano” i progressi della Penisola.

mercoledì 20 aprile 2016

Lavoro, Inps: “A febbraio contratti stabili a -33%”. Con sgravi dimezzati continua il calo delle assunzioni. A chi dobbiamo credere.

Dal Il Fatto Quotidiano.it

Il totale dei nuovi contratti attivati, secondo l'Inps, scende del 12% rispetto a un anno fa, ma "questo rallentamento ha coinvolto essenzialmente i contratti a tempo indeterminato". L'istituto rivede le assunzioni di gennaio, che passano da 106mila a 118mila. Non accenna a diminuire l'exploit dei buoni per le prestazioni occasionali, che nel primo bimestre 2016 segnano un balzo del 45% rispetto al 2015


Dimezzati gli sgravi contributivi, calano ancora le assunzioni in Italia. Lo rende noto l’Osservatorio sul precariato dell’Inps, che a febbraio 2016 registra una flessione dei nuovi contratti attivati pari al 12% rispetto a un anno fa. In particolare, l’istituto di previdenza segnala come “questo rallentamento ha coinvolto essenzialmente i contratti a tempo indeterminato“: in questo caso, il crollo arriva a quota -33%. La tendenza ha il sapore di una conferma: già a gennaio, il numero delle attivazioni era drasticamente calato nel confronto con il 2015, anche in quel caso trascinato verso il basso dal calo dei contratti a tempo indeterminato, giù del 34%. Questo nel comunicato diffuso martedì, ma la nota di marzo, riferita al primo mese dell’anno, parlava di un calo superiore: il 39,5%. L’istituto di previdenza ha rivisto il dato delle assunzioni a gennaio, che passa da 106mila a 118mila perché, spiega l’Inps a ilfattoquotidiano.it, nel frattempo sono pervenute ulteriori denunce. E se si contano anche i contratti cessati, i nuovi rapporti indeterminati risultano inferiori non solo al 2015, ma anche al 2014. Intanto, non accenna a diminuire l’exploit dei voucher, i buoni per pagare le prestazioni occasionali di lavoro, che nel primo bimestre 2016 segnano un balzo del 45% rispetto al 2015. Insomma, le imprese sembrano essere state maggiormente attratte dall’incentivo, anziché dal cambio di regole previsto dal Jobs act, come sostenuto a più riprese dal premier Matteo Renzi.
Secondo i dati Inps, a febbraio si sono contate 341mila assunzioni, con un calo di 48mila unità (–12%) sul febbraio 2015. Ma a trascinare verso il basso questo dato sono stati i 46mila rapporti di lavoro in meno registrati nei contratti a tempo indeterminato, che corrispondono al -33% sul febbraio 2015. Al netto dei contratti cessati, a febbraio si è registrata una flessione di circa 29mila unità. La tendenza al segno meno si era già registrata a gennaio, quando il numero complessivo di assunzioni era sceso del 17%, mentre i nuovi rapporti stabili erano calati del 34%. Anche il flusso di trasformazioni a tempo indeterminato è in forte contrazione, in picchiata del 50%. C’è poco da stupirsi, se si considera che il generoso esonero contributivo per le assunzioni del 2015 è stato più che dimezzato con il nuovo anno. Lo stesso istituto riconosce che “i flussi di rapporti di lavoro nei primi due mesi del 2016 risentono dell’effetto anticipo legato al fatto che dicembre 2015 era l’ultimo mese per usufruire dell’esonero contributivo triennale”.
Il paragone è impietoso non solo nei confronti del 2015, anno della decontribuzione, ma anche rispetto al 2014. Nel primo bimestre di quest’anno, infatti, la variazione netta dei contratti stabili, cioè la differenza tra attivazioni e cessazioni, si attesta a quota 37mila. Si tratta di un valore inferiore rispetto al boom del 2015, quando ha toccato quota 143mila: rispetto all’anno scorso si è registrata una contrazione pari al 74%, come fa notare Mario Seminerio sul blog Phastidio.net. Ma il dato si attesta anche sotto il livello del 2014, periodo che ha visto l’avvicendamento tra i governi Letta e Renzi, quando la cifra arrivava a 87mila unità. Non a caso, è calata anche l’incidenza dei contratti stabili sul totale dei rapporto di lavoro: a gennaio-febbraio 2014 il 37,5% dei contratti erano a tempo indeterminato, mentre nel 2016 questo rapporto è caduto al 33,8%.
E mentre calano le assunzioni stabili, non si ferma l’avanzata dei voucher. Per quanto riguarda i buoni lavoro, nel primo bimestre 2016 sono stati venduti 19,6 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto al primo bimestre 2015, pari al +45%. Nel solo 2015, sono stati venduti 115 milioni di tagliandi, non a caso definiti “la nuova frontiera del precariato” dal presidente Inps Tito Boeri.he il dato sui contratti cessati, per il bimestre gennaio-febbraio 2016 si registra un saldo mensile pari a +167mila, inferiore a quello del bimestre corrispondente 2015 (+244mila). Tale differenza, ricorda ancora l’Inps, è totalmente attribuibile alle posizioni di lavoro a tempo indeterminato. Su base annua, invece, la differenza tra assunzioni e cessazioni a febbraio risulta positiva (+529mila) ma inferiore rispetto al valore massimo registrato a dicembre (+605.000). Ancora una volta, il discroso vale in particolare per i contratti a tempo indeterminato, il cui saldo annuo a dicembre 2015 risultava pari a +911mila e a febbraio 2016 risulta pari a +805mila.
Quanto alla composizione dei nuovi rapporti di lavoro in base alla retribuzione mensile, tra i contratti stabili l’Inps registra nel primo bimestre 2016 una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.750 euro rispetto a quanto osservato per il corrispondente periodo 2015. Anche per i contratti a termine si evidenzia un leggero slittamento verso retribuzioni maggiori, con una riduzione della quota di quelle inferiori a 1.500 euro.
Intanto, il ministero del Lavoro cerca di minimizzare la portata del calo delle assunzioni. “Era prevedibile – scrive in una nota il dicastero di Giuliano Poletti – che il boom dei contratti a tempo indeterminato a dicembre 2015, l’ultimo in cui si poteva usufruire dell’esonero contributivo triennale pieno, 400mila rapporti di lavoro (tra attivazioni e trasformazioni), quasi il quadruplo dei 107mila medi degli 11 mesi precedenti, assorbisse assunzioni normalmente previste per i mesi successivi. Questo è stato un vantaggio anche per i lavoratori che hanno visto così anticipata la loro assunzione con un contratto a tempo indeterminato”.