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lunedì 6 dicembre 2021

Saga Coffee: sindacati, incontro con imprenditore il 16 dicembre

 'Progetto serio, restano elementi di assoluta delicatezza'


I rappresentanti sindacali della Saga Coffee di Gaggio Montano, nel Bolognese, incontreranno l'imprenditore interessato a reindustrializzare lo stabilimento il 16 dicembre in Regione.

Sarà presente anche il gruppo Evoca, proprietario del sito che ha intenzione di abbandonare entro il 2022 per delocalizzare la produzione in Romania, in Spagna e a Bergamo.

La data è stata definita questa mattina, in un incontro tra Fiom Cgil, Fim Cisl e l'assessore allo sviluppo economico Vincenzo Colla. "L'assessore ci ha confermato che saremmo di fronte ad un imprenditore vero (e non a rischi di operazioni speculative) - scrivono Fim e Fiom in una nota - con un progetto industriale serio. Restano però aspetti di assoluta delicatezza, anche perché ancora non sarebbe stato raggiunto un accordo definitivo tra il Gruppo Evoca e l'imprenditore in questione".

    Inoltre, notano i sindacati, "non sono chiari i tempi della reindustrializzazione e tutti gli aspetti riferiti all'occupazione che dovranno essere affrontati con le organizzazioni sindacali". Le sigle chiamano in causa Evoca: "Deve fare tutto quanto necessario affinché l'operazione di reindustrializzazione si concluda in tempi certi e in grado di dare una risposta seria a tutto il personale". (ANSA).

lunedì 2 maggio 2016

Non esistono crisi “minori”: i lavoratori della Stampi di Monghidoro e della società Dismeco di Marzabotto non sono di serie 'B'.


Riceviamo e pubblichiamo:

Il consiglio dell’Unione dell’Appennino bolognese ha approvato all’unanimità un ordine del giorno proposto dal sindaco di San Benedetto Val di Sambro per manifestare la vicinanza ai lavoratori della Stampi di Monghidoro coinvolti da alcune settimane in un presidio. Approvato un secondo ordine, proposto dalle opposizioni, per sollecitare un intervento normativo che tuteli il riciclo dei materiali nei territori dove vengono smaltiti.

La situazione di crisi per le aziende dell’Appennino bolognese non accenna a risolversi, anzi: dopo la vicenda Saeco, un’altra azienda minaccia di lasciare a casa decine di lavoratori, con effetti paradossalmente anche peggiori.
Se infatti nel caso dell’azienda di Gaggio Montano c’era un interlocutore con cui trattare, la situazione a Monghidoro è ancora più complicata; qui infatti la Stampi Group, azienda lodigiana che produce bobine elettromagnetiche insediatasi nel 2013, dallo scorso anno ha cominciato a tardare il pagamento degli stipendi con il triste percorso ben noto a tanti lavoratori: cassa integrazione, contratti di solidarietà. Per alcuni mesi lo stipendio è stato garantito dalla Bosch, il principale cliente, poi da marzo 2016 la mobilitazione dei lavoratori, visto il silenzio da parte della proprietà.
La situazione ha convinto gli amministratori dell’Unione di comuni dell’Appennino bolognese a firmare un ordine del giorno di sostegno nei confronti dei lavoratori, approvato all’unanimità dal consiglio: atto formale che fa seguito ad un impegno concreto già manifestato dal sindaco di San Benedetto Val di Sambro Alessandro Santoni che ha partecipato a incontri e presidi. Pur non rientrando infatti Monghidoro nei confini diretti dell’Unione dell’Appennino bolognese, gli effetti della crisi si sentono pesantemente sui territori vicini, come appunto San Benedetto.
La Stampi Group – ha spiegato Santoni durante il suo intervento in consiglio mercoledì 20 aprile – occupa circa 84 dipendenti. Un numero enorme se rapportato alla densità geografica di piccoli comuni come Monghidoro e San Benedetto. Oltre tutto ci sono molti casi di famiglie in cui marito e moglie sono occupati dall’azienda: per loro la perdita del posto del lavoro di entrambi è un autentico dramma. Anche se come amministratori locali non abbiamo grandi margini di azione, abbiamo il dovere di dimostrare la vicinanza ai lavoratori e di richiedere l’intervento di chi può cercare una soluzione, in Regione o al Ministero”.
Il rischio è che le dimensioni ridotte della fabbrica facciano sì che non ci sia la giusta attenzione da parte delle istituzioni, ma è proprio quello che i sindaci dell’Unione vogliono evitare: la questione è già stata portata in Regione, purtroppo senza esiti positivi sinora.
Durante la stessa seduta è stato approvato inoltre un altro ordine del giorno, relativo stavolta al caso della Dismeco di Marzabotto: l’azienda specializzata nello smaltimento e nel trattamento di materiale elettrico ed elettronico (RAEE) sta infatti vivendo un momento difficile sul fronte occupazionale: come più volte denunciato dall’amministratore delegato Claudio Tedeschi, infatti, nonostante l’Emilia-Romagna sia tra le più virtuose nella raccolta dei rifiuti elettrici, molti dei materiali che si raccolgono qui si smaltiscono in Veneto e in Lombardia. Questo perché si risponde ad una logica di mercato pura che si basa esclusivamente sui prezzi e non sulla capacità di riciclaggio del materiale, che per la Dismeco arriva a quasi il 98%. Una logica che tiene conto limitatamente delle inefficienze complessive del sistema, visto si trasportano i rifiuti da una regione all’altra. Su questo tema si richiede un intervento normativo e regolamentare da parte dei parlamenti regionali e nazionali, che valorizzino maggiormente la capacità di recupero dei materiali e la vicinanza in termini chilometrici di chi smaltisce rispetto a chi raccoglie.
Il presidente dell’Unione Romano Franchi ha aderito senza indugi alla proposta di ordine del giorno avanzata dai consiglieri di minoranza dell’Unione e poi votata all’unanimità: “Conosciamo bene la storia della Dismeco – ha spiegato – una azienda che abbiamo visto nascere, riportando in vita un distretto industriale che rischiava la desertificazione, e che da sempre come Comune di Marzabotto abbiamo sostenuto. Evidentemente la normativa attuale permette delle distorsioni che penalizzano le eccellenze, e su questo dobbiamo chiedere interventi efficaci e tempestivi”.

giovedì 28 gennaio 2016

La Lega Nord partecipa domani al presidio della Saeco a Gaggio Montano.




Riceviamo e pubblichiamo:

La Lega Nord delle regioni Emilia-Romagna e Toscana sarà domani, venerdì 29 gennaio,  alle 10.30, a Gaggio Montano, in supporto all'azione dei lavoratori della Saeco.
I consiglieri regionali emiliani Alan Fabbri e Daniele Marchetti, quello toscano Claudio Borghi Aquilini e la candidata sindaco di Bologna, Lucia Borgonzoni, assieme a tutti gli esponenti locali della Carroccio si uniranno al presidio di protesta presso la sede della Saeco.
"Quando sono aziende sane e produttive a chiudere per trasferirsi all'estero - ha dichiarato Daniele Marchetti - non si può dare la colpa alla crisi. Le responsabilità, oltre a quelle dirigenziali, sono da
individuare nelle istituzioni, manifestamente incapaci di trattenere le imprese sul proprio territorio".




Appennino senza pace, anche Manz licenzia: "Multinazionali sfruttano e lasciano macerie" Un'altra multinazionale pronta a licenziare sull'Appennino. Sindacati "pericolosa tendenza a emulazione fra multinazionali di un territorio già provato dalla crisi". Attacchi anche dalla politica: "Vengono in regione e fanno razzia delle nostre attività per poi sparire"



Da Bologna Today




La Manz, multinazionale tedesca che occupa circa 1800 persone in tutto il mondo, ha comunicato la decisione di sopprimere 171 posti di lavoro, 9 dei quali riguarderanno lo stabilimento di Sasso Marconi. Lo rende noto Fiom Cgil e Fim Cisl, denunciando che "i licenziamenti risultano totalmente incomprensibili anche alla luce delle performance positive che lo stabilimento di Sasso  ha potuto vantare nell’ultimo biennio, sia in termini di produttività, sia in termini di fatturato. Tanto più se se si pensa che nello stabilimento , che oggi occupa 91 addetti, sono presenti altri trenta lavoratori appartenenti a ditte esterne". I sindacati fanno sapere di aver proposto "un ampio ventaglio di soluzioni alternative ai licenziamenti: dalla Cassa Integrazione, ai Contratti di solidarietà, alla Mobilità incentivata su base volontaria. MANZ ha rifiutato qualsiasi proposta".
Pronta la reazione dei lavoratori MANZ di Sasso Marconi che nella giornata di ieri hanno scioperato e torneranno a mobilitarsi, annunciando un ulteriore pacchetto di quattro ore da effettuarsi domani, data in cui è previsto il prossimo incontro con la Direzione aziendale.
PREOCCUPAZIONE PER L'APPENNINO. La situazione Manz preoccupa ancor di più i sindacati, se inserita nel contesto: "pare collocarsi sulla scia di quanto sta purtroppo accadendo, da qualche mese a questa parte, in tutto il territorio dell’Appennino bolognese" (vedi ad esempio il caso Philps Saeco).
"Una pericolosa tendenza all’emulazione - graffiano ancora Cgil e Cisl - sembra infatti diffondersi fra le aziende, in particolar modo fra le multinazionali, di un territorio già così duramente provato dalla crisi, e il rischio che si apra una stagione complessa e difficile è più che mai concreto".

Sferzata alle multinazionali operanti sul nostro territorio anche da parte di L'Altra Emilia Romagna, che accusa: "Vengono in regione e fanno razzia delle nostre attività industriali per poi sparire dopo aver sfruttato lo sfruttabile lasciando macerie alle spalle".

 Per Piergiovanni Alleva ( nella foto), consigliere regionale AER è "inaccettabile che un'altra multinazionale, stavolta tedesca, la Manz di Sasso Marconi, abbia licenziato 9 lavoratori in assenza di qualsiasi giustificato motivo". Alleva sprona la politica " a far sentire la propria voce anche con la necessaria durezza quando è il caso. E' ora quindi che, in base all'articolo 41 della Costituzione,  nella nostra regione la clausola sociale diventi quella automatica e naturale alla base di tutti gli accordi di insediamento, penso ad esempio alla recente costruzione della fabbrica della Philip Morris dove sarebbe stato opportuno farlo". Clausole che - ribadisce Alleva - sono "fondamentali perché queste intese a favore di terzi danno diritti risarcitori a capo dei lavoratori in caso di disimpegno immotivato dell'impresa".
Per scongiurare la delocalizzazione nelle aziende già presenti - l'AER pensa "bisognerebbe ricorrere al sistema con il quale negli anni Ottanta fu sconfitta la pirateria nei contratti: quindi bisogna pensare ad un sistema di aggravio o alleggerimento dei carichi contributivi e fiscali da modulare in base all'impegno a non delocalizzare per almeno una decina d'anni". 





Manz annuncia licenziamenti a Sasso Marconi. Torna l'S.o.s per il lavoro in Appennino



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lunedì 16 novembre 2015

Crisi delle parrocchie montane. In 20 anni i sacerdoti sono passati da 34 a 17.


La parrocchia di San Martino a Carbona, nel Comune di Grizzana Morandi
La parrocchia di San Martino a Grizzana Morandi
Com’è la vita di un parroco di montagna? «In città sei circondato dalla gente che ti viene a cercare. In montagna è diverso: sei tu che devi andare a cercare le persone. Hai più tempo per te stesso ma rischi di chiuderti, di provare una grande solitudine». Don Silvano Manzoni ha 71 anni. La sua vita da prete è scandita per decenni: 11 anni da missionario in Tanzania, 9 anni come cappellano al Pilastro, 14 anni come parroco di Riola. Da 11 anni è a Vergato. Ed è anche il responsabile del vicariato dell’Alta Valle del Reno, uno dei 15 distretti che compongono la Diocesi di Bologna. I COMUNI - Ne fanno parte Granaglione, Gaggio Montano, Lizzano in Belvedere, Porretta Terme. È il vicariato della montagna: 54 parrocchie che all’inizio degli anni ‘90 hanno ingaggiato la loro lotta per la sopravvivenza. Nonostante lo spopolamento e la progressiva riduzione dei sacerdoti. Fino a 20 anni fa, da queste parti, i parroci erano 34. Ne sono rimasti 17 che si dividono come possono tra una chiesa e l’altra. Ma la realtà è che 37 parrocchie sono ormai rimaste senza prete e in alcune di esse la messa si celebra solo nelle grandi occasioni. L’altra faccia della medaglia sono i laici che prendono in mano queste chiese che rischiano di chiudere, cercano di tenerle in vita, anche in assenza di un sacerdote assegnato. Sono i laici che organizzano gli incontri settimanali, accompagnano gli anziani nelle parrocchie più vicine, accolgono il parroco che — di tanto in tanto — viene fin quassù a dire messa. «Laici che amano la loro chiesa — li definisce don Manzoni — non c’è nulla di istituzionalizzato, sono persone che si auto-organizzano».
LA STORIA - È questo che accade nella parrocchia di San Martino a Carbona, poco più di 200 anime nel Comune di Grizzana Morandi. L’ultimo parroco, don Ilario, andò via nel 1992. «Già a quei tempi era molto anziano», si racconta tra le vie del paese. Da allora, la sede è vacante: sono i parrocchiani a tenerla in piedi. Come Armando D’Ambrosio e sua moglie Rita. «Cerchiamo di garantire due classi di catechismo, le prove del coro per le feste comandate, i canti di Natale e di Pasqua, la festa patronale ad agosto».
I VOLONTARI - Perché lo fate? «Perché siamo testardi — risponde D’Ambrosio — e vogliamo tenere aperta la nostra chiesa: qui a Carbona è l’ultimo luogo di aggregazione rimasto. Praticamente non esiste più neanche il paese: siamo un mucchio di case sparse sull’Appennino. Almeno in chiesa possiamo incontrarci e fare due chiacchiere. Sa come ci chiamano? La parrocchia delle crescentine, organizziamo pranzi, cene, attività pomeridiane, anche per autofinanziarci». Le feste servono a raccogliere i soldi indispensabili per la sopravvivenza. «Alla Curia non abbiamo mai chiesto una lira — continua Armando — Siamo autosufficienti. I piccoli lavori li facciamo da soli, per quelli più grossi ci rivolgiamo alle ditte: abbiamo speso 30.000 euro per rifare il tetto e 20.000 per il nuovo impianto di riscaldamento. Tutto con le offerte ordinarie e le feste».
I GIOVANI - San Martino è un punto di riferimento anche per i giovani. Laura Zironi, 20 anni, ci passa i suoi pomeriggi e le sue serate. E non solo per ragioni religiose: «Invece di uscire e andare al bar a volte preferiamo stare in saletta. Durante la settimana organizziamo anche corsi di baby dance. Per me è un luogo di ritrovo, dove posso vedere gli amici, abbiamo anche creato una pagina su Facebook». I problemi — e la solitudine — delle chiese dell’Appennino sono noti da anni. Nel 2011 la Diocesi di Bologna organizzò un «piccolo sinodo della montagna», perché i nodi venissero al pettine. Nel documento preparatorio si prendeva atto che «comunque la presenza di sacerdoti nel territorio è destinata ancora a diminuire». Qualcuno propose di intensificare le liturgie della parola nelle parrocchie senza sacerdote: la lettura della Bibbia senza la comunione. «Ma questa soluzione non piaceva molto a Caffarra — racconta don Silvano — il cardinale ce la sconsigliò: preferiva che i fedeli andassero nei paesi vicini dove si celebrava messa. Non voleva che si favorisse la liturgia della parola rispetto al sacramento della Comunione».

giovedì 3 aprile 2014

Anche la Croce Rossa è in crisi. Si cerca una tutela dei livelli occupazionali per i lavoratori.





La crisi dell’ente storico la si apprende da una interrogazione del consigliere regionale Damiano Zoffoli che scrive:

Nata il 15 giugno del 1864, l'Associazione Italiana della Croce Rossa, ente di diritto pubblico non economico con prerogative di carattere internazionale, ha per scopo l'assistenza sanitaria e sociale sia in tempo di pace che in tempo di conflitto. Ente di alto rilievo, è posta sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica, sottoposta alla vigilanza del Ministero della Salute, del Ministero dell'Economia e delle Finanze e del Ministero della Difesa, ciascuno per quanto di competenza;la C.R.I. è un'associazione di soccorso volontaria senza scopo di lucro che, in tempo di pace, ha per scopo di recare assistenza alla popolazione, soprattutto la più vulnerabile, integrando l'azione dello Stato; garanzia e guida delle azioni del Movimento Internazionale della Croce Rossa (di cui la Croce Rossa Italiana fa parte), ma anche della stessa C.R.I. e di ogni suo singolo volontario, sono i “Sette Principi Fondamentali del Movimento Internazionale di Croce Rossa”, che ne costituiscono lo spirito e l'etica: Umanità, Imparzialità, Neutralità, Indipendenza, Volontariato, Unità e Universalità;

RICORDATO CHE

·         il D.Lgs. 28 settembre 2012 n. 178 recante “Riorganizzazione dell'Associazione italiana della Croce Rossa (C.R.I.), a norma dell'articolo 2 della legge 4 novembre 2010, n. 183” contiene la riforma che, dal 1° gennaio 2014, ha mutato la natura giuridica della Croce Rossa Italiana, trasformandola da ente di diritto pubblico non economico in associazione di diritto privato;

·         in Emilia-Romagna tale riforma riguarderà, tra l’altro, oltre 200 addetti: sono infatti 74 i lavoratori a tempo indeterminato e i 130 quelli precari (alcuni con oltre 20 anni di servizio);

·         il D.Lgs. 178 prevede che i Comitati territoriali e quelli provinciali diventino di diritto privato solo a partire dal 2015, proprio per tutelare i lavoratori e contrattare con i sindacati il passaggio tra il contratto pubblico e quello privatistico ed evitare che siano penalizzati i dipendenti;

EVIDENZIATO CHE

·         nei giorni scorsi, i sindacati Fp-Cgil, Cisl Fp, Uilpa e Fialp Cisal dell'Emilia-Romagna hanno denunciato, bollandole come “irricevibili”, le proposte presentate dai vertici della Croce Rossa Italiana: “Nessuna garanzia sui livelli occupazionali, minaccia di una riduzione dei salari, già bassi, e una assoluta precarietà dei contratti a termine. Hanno fatto carta straccia degli impegni presi e formalizzati nel protocollo d'intesa del 27 febbraio scorso e vogliono scaricare il peso di decenni di cattiva gestione sulle spalle dei lavoratori”. Il tutto “senza alcun intervento né sulla spesa improduttiva delle strutture, né sul miglioramento dei servizi. Con il rischio di una paralisi totale delle attività di un ente così importante”;

·         l'accordo prevedeva di gestire il passaggio contrattuale dei lavoratori, dal pubblico al privato, in modo che tutti vedessero salvaguardati diritti e retribuzioni;

·         il Presidente nazionale di Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, in risposta alla nota stampa delle Organizzazioni sindacali ha dichiarato: “per i lavoratori a tempo indeterminato è previsto un percorso che passa per il Dipartimento della Funzione Pubblica e su cui la Croce Rossa si è resa disponibile a sostenere tutte le istanze dei lavoratori.
Il tema vero e serio è quello dei lavoratori a tempo determinato, su cui questa amministrazione sta lavorando da tempo per garantire i livelli occupazionali e tutti i presidenti dei Comitati locali e provinciali CRI d'Italia hanno preso un solenne impegno di mantenere gli stessi operatori in servizio. (…) Non vogliamo perdere posti di lavoro, ma anzi vogliamo una maggiore competitività per crearne di nuovi”;

CONSIDERATO CHE

·         la perdita del personale, in primis a tempo determinato, potrebbe mettere concretamente a rischio alcuni servizi, come gli ambulatori o il trasporto infermi, non più sostenibili con il solo volontariato;

·         pur essendo assolutamente condivisibile una riforma strutturale della Croce Rossa Italiana, che ne migliori l’efficienza e ne riduca gli sprechi gestionali, è inconcepibile che siano i lavoratori a dover pagare, sulla loro pelle, anni di cattiva gestione dell’Ente;

TUTTO CIÒ PREMESSO
INTERROGA LA GIUNTA REGIONALE

·         per sapere se è a conoscenza di tale situazione e se non ritenga di intervenire, anche per il tramite della Conferenza Stato Regioni, affinché vengano adottate al più presto iniziative per tutelare i livelli occupazionali e garantire certezze ai lavoratori della Croce Rossa Italiana, anche per assicurare continuità alla qualità dei servizi da essa erogati nella nostra Regione;

·         per conoscere le prospettive delle convenzioni in essere tra le Aziende Usl dell’Emilia-Romagna e la Croce Rossa Italiana e sapere quali siano le eventuali ricadute sui servizi primari attualmente offerti.


giovedì 13 febbraio 2014

Comunisti Italiani di Zola Predosa: "La crisi della D&C non ricada sui lavoratori".



I Comunisti Italiani di Zola Predosa portano la solidarietà del loro partito ai lavoratori e alle lavoratrici della D&C.

Ecco il comunicato:

Il Partito dei Comunisti Italiani di Zola Predosa si schiera a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori di D&C nella difesa del posto di lavoro.
La D&C è una valida azienda commerciale del settore alimentare con sede a Zola Predosa  attualmente in sofferenza con ricadute drammatiche sul piano dell’occupazione.
 L’azienda è infatti passata in pochi anni da 96 dipendenti agli attuali 48. Il percorso di assestamento e rilancio  è faticoso e lo scorso ottobre i lavoratori hanno accettato di contribuire  attraverso una riduzione dell’orario di lavoro al fine di garantire un futuro all’azienda.
E’ del mese scorso la notizia, inaspettata, della prossima cessione delle quote dell’attuale proprietà alla ditta Eurofood S.p.a, diretto concorrente di D&C, con sede a Corsico (MI).
In quest’ultimo mese non è giunta ai lavoratori alcuna rassicurazione circa il loro futuro né da parte degli attuali proprietari, né da parte di chi subentrerà.
Il Partito dei Comunisti Italiani desidera quindi farsi interprete di  questo malessere e renderlo visibile, esprimendo nel contempo la volontà di sostenere le lavoratrici e i lavoratori di D&C attraverso le iniziative che vorranno intraprendere.

venerdì 31 gennaio 2014

Riforme e attività di governo, secondo il PD.



Di Remo Quadalti

Domani, sabato 1 febbraio, alle 11, presso il Centro Sociale di Borgonuovo a Sasso Marconi, è stato  programmato un incontro con l’onorevole Marilena Fabbri per un confronto su  Le proposte del Partito Democratico relative a RIFORME, ATTIVITA' DEL GOVERNO e CRISI DEL PAESE’.

Al termine dell'incontro è previsto un aperitivo.


venerdì 20 dicembre 2013

Marzabotto e la sua 'RAGAZZA CORAGGIOSA'.



Di Gian Paolo Frabboni

La crisi che in questo momento ha colpito tutti i settori  produttivi, la riscontriamo anche a Marzabotto, dove diverse attività, specie nel settore  commerciale,  hanno abbassato le serrande.
Ma, ... ma, a volte può anche accadere che, sorga il desiderio di non adeguarsi  al ritmo comune
e si riveli  invecela volontà di reagire impegnandosi economicamente, con le proprie forze ed energie,
per trovare una via di ripresa.
 
A Marzabotto esiste un simile personaggio , pronto al rischio ?
Si, è una giovane imprenditrice che ha avuto il coraggio di avventurarsi in quest'impresa, rischiando in proprio.
 
Si chiama Lucia Donvito:  ha lasciato il vecchio negozio di abbigliamento per aprirne un altro, più grande e impegnativo nel centro del paese.
 

E', assai nota a Marzabotto perchè  interessata e attiva nella Pro-Loco e non manca di impegnarsi anche in altre attività di volontariato in cui la sua gioiosa allegria è trainante.
Quanto ella sia apprezzata l'abbiamo visto la domenica dell'inaugurazione con un negozio stracolmo di pubblico, in attesa  dell'arrivo del Sindaco Franchi e del Parroco di Panico don Aldemo. Entrambi si sono complimentati rilevando come l'attuale  situazione  non induca certo a ‘passi del genere’. 

Alla ragazza coraggiosa l'augurio che questa sua  scelta possa avere un lusinghiero successo. Al paese la speranza che sia il segnale di una inversione di tendenza.
Intanto la bella Lucia accoglie dietro il banco i clienti con uno splendido sorriso che fa dimenticare a tutti questi tempi difficili.