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domenica 16 febbraio 2020

FINESTRE SULLA FILOSOFIA

di Marco Leoni


      PLATONE : il Menone e la conoscenza come reminiscenza


Riporto sempre una lezione di Matteo Saudino, fantastico prof. di filosofia.

Oggi affrontiamo il dialogo della maturità di Platone, il dialogo in cui le teorie presentate dal filosofo di Atene sono completamente il prodotto della sua ricerca, della sua filosofia, nel senso che con la maturità Platone prende le distanze da Socrate e non si limita a presentarne la vita, le teorie ma elabora una nuova progettualità, una nuova architettura filosofica. Ovviamente, l’ho già detto, il protagonista dei dialoghi sarà sempre Socrate e questo è un atto d’amore, questo è l'omaggio che Platone fa al suo maestro.
La teoria platonica nei dialoghi prende forma per bocca di Socrate e all’interno del dialogo, le idee di Platone, le teorie di Platone vengono esposte sempre da Socrate.
Considerate però che il dialogo è sempre una dinamica di arricchimento di fertilità: tutti i protagonisti dialogando contribuiranno al raggiungimento di una verità che poi sarà parziale, perché la verità, per Socrate e Platone, è comunque una ricerca parziale. Non vuol dire che è relativa: è una verità da cui si partirà per andare ancora alla ricerca di un approfondimento e di una verità più stabile o solida perché Platone è un dichiarato antirelativista.
Vediamo insieme questo dialogo.
Il dialogo si svolge a casa di Menone che è il protagonista con Socrate ed Anito. Menone è un aristocratico ateniese che ha invitato Socrate a casa per la piacevolezza di avere un ospite famoso, prestigioso come Socrate con cui poter dialogare e fare filosofia: è il piacere del dialogo.
In questa serata a Menone e Socrate si aggiungerà Anito quell’Anito già incontrato nell’Apologia di Socrate, uno degli accusatori di Socrate, del maestro di Platone a cui dunque Platone offre comunque uno spazio all’interno di un dialogo perché servirà, nell’architettura dialogica di Platone, per poter giungere ad una teoria, ad una verità antitetica a quella sostenuta da Anito.
La serata ruota intorno ad una discussione proposta dallo stesso padrone di casa, cioè se la virtù sia insegnabile, o se sia una pratica.
Platone è un pedagogo. Platone aveva già pensato alla centralità del discente 2400 anni fa: insegnare non vuol dire calare dall’alto, tema già affrontato con Socrate, ma l'apprendimento avviene attraverso il dialogo e la pratica in maniera personale. Molti pedagoghi attuali che pensano di aver scoperto l’acqua calda, in realtà sono debitori di uno dei grandi pedagoghi dell’antichità, Platone appunto.
Ebbene a casa di Menone si svolge questo dialogo: punto di partenza è la domanda sulla virtù e Socrate per rispondere comincia a dire che tutti gli uomini in realtà quando vogliono conoscere, vogliono conoscere il bene, sono attratti dal bene, si muovono verso il bene. Anche quelli che compiono il male o che conoscono in maniera sbagliata in realtà lo fanno convinti di agire bene o comunque di conoscere in maniera corretta.
Ma allora, questo presuppone che ci sia questo bene verso cui le persone tendono, anche se nessuno lo ha insegnato. Oppure il bene viene insegnato, allora c’è qualcuno che lo insegna.
Se c’è un tendere verso il bene e c'è una sorta di attrazione che il bene esercita su di noi, esso parte dalla nostra interiorità. E Socrate qua inizia a recuperare quella che è anche una vecchia tradizione di conoscenza quella intesa come ricordo. Platone quindi, per bocca di Socrate, sosterrà che la conoscenza sia in realtà un ricordare sia Reminiscenza.
A questo punto Socrate chiede a Menone di invitare al tavolo il suo schiavo, per poter dimostrare che conoscere è ricordare.
Quando lo schiavo giunge, Socrate comincia a fargli domande di geometria e gli chiede di disegnare forme geometriche (un quadrato, poi come suddividere il quadrato in tanti piccoli quadrati e ricostruire su questi quadrati dei piccoli triangoli). Lo schiavo, che non aveva mai avuto un insegnante di geometria e a scuola non era mai andato, guidato da Socrate, giunge a dimostrare il teorema di Pitagora con lo stupore di Menone e del sopraggiunto Anito.
Ma come le conoscenze sono da insegnare, sono insegnabili anche le virtù?
Platone per bocca di Socrate dirà perché conoscere significa ricordare.
Significa portare alla luce quanto la nostra anima ha già dentro di sé, quanto la nostra anima ha conosciuto nell’aldilà, cioè nel mondo delle Idee. La nostra anima, prima di incarnarsi nel nostro corpo, ha conosciuto, ha visto come dice l’intellettuale il mondo delle idee e ha conosciuto i valori del bene, del giusto, del bello. Ha conosciuto le idee matematiche come la sfera, il quadrato,il rettangolo il triangolo; ha conosciuto le idee delle cose comuni, dei generi uomo, cavallo, albero e quest’anima deve semplicemente, quando è nel corpo, ricordare quanto ha visto in precedenza.
Comunque per ricordare quanto ha visto in precedenza va stimolata. Ecco il platonismo socratismo: dentro di noi c’è il bene, bisogna portarlo alla luce, dentro di noi c’è la conoscenza matematica e geometrica, bisogna portarle alla luce.
L’insegnamento non è come abbiamo già detto più volte riempire un vaso o un sacco, lo studente non è il sacco in cui io verserò della farina non è un vaso in cui verserò dell’acqua ma lo studente è l’allievo è il discente è un soggetto da stimolare da risvegliare da portare ad una ricerca autonoma.
Dunque alla tesi di Anito, “ le virtù si insegnano”, tipiche dei sofisti che le insegnavano anche a pagamento, Socrate e Platone rispondono che le virtù non si insegnano, si apprendono praticandole, stimolati e guidati da un maestro. Dunque Platone ci vuole dire che alla base della conoscenza c’è la costruzione di una mente, l’anima in grado di apprendere.
Uno degli psicologi dell’apprendimento del 900, Morer, il cui testo “ LA TESTA BEN FATTA” è diventato una sorta di testo di riferimento per chi vuole fare l’insegnante, sostiene che fare l’insegnante è contribuire a costruire una testa funzionante e non tanto dare i contenuti e metterli dentro la testa. I contenuti sono funzionali anche al costruire: ora, al di là di conoscere le teorie di Platone, stiamo ragionando e la vostra testa si sta formando perché oggi si sta confrontando sul tema della virtù e della conoscenza, e confrontando tesi diverse, la testa comincia a mettersi in moto, a ragionare a confrontare e magari a elaborare una teoria.
A Platone non interessa il discorso delle regole: lui è un filosofo, lui è interessato al bene e il bene non lo trasmetti con le regole ma lo devi ritrovare dentro di te. Se hai interiorizzato un’idea di rispetto, questa è diventata una pratica di vita, è diventato un atteggiamento, una modalità perché è stata interiorizzata.
E Platone ci dice questo: la virtù non è insegnabile. Certi padri virtuosi non hanno i figli virtuosi ma un padre virtuoso avrà pure insegnato ai suoi figli a comportarsi bene, molti padri che conoscono delle virtù etiche politiche o delle virtù matematiche e ingegneristiche hanno figli che non possiedono le stesse virtù conoscitive tecniche ingegneristiche virtù comportamentali etico politiche, perché le virtù non si trasmettono nel sangue non si trasmettono tramite una lezione se non ci sarà una appropriazione profonda.
Allora le virtù per Socrate sono una ricerca, sono figlie di una ricerca personale che è sempre in divenire, che è anche precaria perché può procedere in maniera lineare a volte e non lineare in altre ed è frutto di una ricerca costante, una ricerca in divenire, costante e personale.
Secondo Socrate e Platone la virtù è figlia di una ricerca personale ma non in un’ottica relativista: non rispettare la Legge è sbagliato per Platone ma al rispetto della legge bisogna arrivarci attraverso la ricerca personale interiore. Quando ho interiorizzato il comportamento corretto, mi comporterò bene, se invece mi comporto bene soltanto perché c’è una telecamera accesa, quando la telecamera sarà spenta non lo farò più.
Dunque la conoscenza è reminiscenza, è ricordare.
E come avviene il ricordo? Se la conoscenza è ricordare, allora è innata. Per Platone conosciamo il bene se abbiamo già conosciuto il bene, noi conosciamo il bello se abbiamo già conosciuto il bello? Sì, ma in parte. La conoscenza è già dentro di noi, nasciamo che conosciamo già, abbiamo già dentro quello che possiamo conoscere ma per arrivare a conoscere quello che è già innato in noi dobbiamo fare esperienza.
Per Platone conoscenza è uguale a reminiscenza cioè la conoscenza è innata, il natismo, ma che cos’è che ci porta a ricordare quello che in noi è innato? L’esperienza.
Dunque c’è anche una dimensione di empirismo: conoscere è empiricità,o esperienza, facendo esperienza risalgo a quello che in me è innato. Come Socrate chiama lo schiavo e lo schiavo disegna un quadrato, disegnando il quadrato, si ricorda del quadrato che la sua anima ha già conosciuto e così col triangolo col parallelismo degli angoli retti, disegnando con un maestro che gli indica quello che deve fare, lui empiricamente accede a quello che la sua anima già possiede: il natismo.
L’anima già possiede la conoscenza, empirismo. E la conoscenza va stimolata.
L’esempio con cui chiudo è quello della bellezza. La bellezza è già dentro di noi ma se io vivo in un mondo in cui guardo solo le cose brutte faccio esperienza solo del brutto (che per Platone non esiste, sarebbe il non bello), non arrivo a risvegliare la bellezza.
Se io ogni giorno apro le finestre e vedo guerra, violenza, corpi martoriati, fiori appassiti, come faccio a risvegliare il bello che è in me? Non posso, perché ogni giorno gli occhi vedranno degrado e violenza.
Platone è antirelativista , lui vi sta dicendo che se un ragazzo nasce e vive in un ambiente corrotto e brutto (non bello), difficilmente avrà l’educazione a recuperare il bello che è dentro di sé e sarà tendenzialmente portato a comportarsi in maniera brutta, violenta, cattiva, malvagia perché non non è stimolato ad andare a recuperare il bello che ha in sé.
Il bello è contagioso, se attorno vede un fiore, una forma colorata, armoniosa, questo porta verso una sensazione di ricerca di bellezza: se ho visto un fiore bello, ho visto un corpo bello, ho visto una bella persona che si comporta bene, domani vorrò non solo un fiore bello ma due fiori belli perché il bello risveglia il bello, il buono risveglia il buono, il bene risveglia il bene. Questi valori sono in noi innati ma se non c’è il mondo esterno che empiricamente ci stimola, se non facciamo l’esperienza del bello, del giusto, del buono, non potremo mai vivere una vita alla ricerca di questi valori perché questi valori non li sappiamo distinguere, non sappiamo dove andarli a cercare e di conseguenza non ce ne possiamo impossessare.
Dunque l'inno di Platone è a fare della nostra vita una cosa bella.
La nostra vita ha delle alternative fra essere bella, giusta e di verità o essere ingannevole di falsità di mediocrità. La scelta sta comunque in noi e il maestro, in questo caso il filosofo, il genitore sono decisivi per poterci avvicinare alla bellezza, al giusto, al vero; però non basta l’incontro servirà anche la nostra volontà.



Desidero farvi conoscere Matteo Saudino il fantastico, come più volte l'ho definito, prof. Di filosofia.
E’ certamente lui il responsabile del mio amore per la filosofia.
La lettura dei grandi pensatori dell’antichità credetemi non è una perdita di tempo, ma un importante arricchimento della nostra persona.
La filosofia ci stimola al ragionamento, alla riflessione e fa scattare in noi il desiderio di conoscenza. Ci apre la mente.
Inoltre una lettura attenta ci fa comprendere come il loro pensiero sia di una attualità incredibile ed è ancora in grado di aiutarci a decodificare la complessità del mondo in cui viviamo.

Matteo Saudino

domenica 22 dicembre 2019

FINESTRE SULLA FILOSOFIA



di Marco Leoni

 

PLATONE : Il Fedone 
                e la vita come
preparazione alla morte.
               Immortalità dell'anima.


Riporto una lezione di Matteo Saudino fantastico prof. di filosofia

2° PARTE
Riprendo il dialogo sull’immortalità dell’anima contenuto nei dialoghi di
Platone.
Socrate, attraverso il racconto di Fedone, argomenta il perché l’anima è
immortale. Le argomentazioni erano passate attraverso il dialogo sulla
vita come preparazione alla morte e sul corpo inteso come prigione
dell’anima, ma soprattutto un dialogo che esalta la morte.
Come il nostro senso del vivere passi attraverso anche il morire:
soltanto se io parlo della morte, la interiorizzo, vivo dentro anche un
orizzonte in cui c’è la morte, posso dare un senso, un significato, al
vivere. In questo caso Platone è uno dei maestri, dirà anche Montaigne.
Non bisogna temere la morte per vivere da uomini liberi.
Ecco perché credo che anche il dibattito che c’è ancora oggi in Italia
sull’eutanasia ci parla di questo: poter scegliere di morire per dare una
dignità, un senso alla vita.
Abbiamo visto tutti l’appello al Presidente della Repubblica Mattarella
di quel dj che un incidente automobilistico ha reso paraplegico.
Appello affinchè in Italia si possa giungere a discutere sull’interruzione
volontaria della vita quando, in determinati casi di gravissima malattia,
di incidenti che portano all'immobilità, una persona possa voler
interrompere una vita che non è più vita, quindi morire per vivere,
morire per dare dignità alla vita, morire per dare un senso un significato
al vivere. Non morire come paura, come dramma, come abbandono ma
il morire come momento che dà compimento alla vita, momento in cui
si liberi la vita da una prigione invivibile.
Allora vediamo insieme alcuni passi del Fedone e qui troviamo le prime
argomentazioni:
Prima questione, l’anima è invisibile. L’anima è non percepita dai sensi,
dagli occhi, non la toccate. L’anima dunque è spiritualità.
Il Fedone è il dialogo più amato dalla filosofia cristiana. Il Platone del
Fedone è il Platone che verrà più cristianizzato. Ne ho già parlato
nell’introduzione: il cristianesimo, i filosofi cristiani, i primi filosofi come
ad esempio Agostino di Ippona presero Socrate e Platone, li
cristianizzarono, cioè usarono quelle filosofie, quelle speculazioni, per
dare un sostegno teorico alla loro nuova filosofia.
L’anima è immortale perché l’anima è invisibile, se è invisibile vuol
dire che non è materiale per cui sarà sicuramente spirituale.
L’anima, per qualche sua ricerca, si vale del corpo, che è visibile,
adoperando la vista, l’udito o altro senso qualunque. L’anima è allora
trascinata a cose che non sono mai costanti e va errando qua e là
e si conturba, barcolla come ebbra perché tali sono le cose a cui si
appiglia. L’anima e il corpo sono uniti perché l’anima è nel corpo e
quando l’anima interagisce con il corpo io vedo e ragiono: ragionare
è nell’anima, dice Platone. L’anima è poi la psiche che per i greci è
ubicata nel cervello ma anche nel cuore. E' la parte che ci porta a
ragionare e ci porta anche ad emozionarci.
Ecco i sensi, ecco le emozioni: l’anima si fa trascinare dal corpo quando
prova emozioni. Dunque se l’anima fosse pura sarebbe sempre in
equilibrio. Quando non c’è un equilibrio? quando ad esempio siamo
attratti dal cibo, lo desideriamo come il goloso o quando c'è
innamoramento come nel carnale passionale, l’anima è portata dal
corpo verso le forme di attrazione.
In Platone c’è già questa scissione tra anima e corpo, l’anima in una
dimensione spirituale pura sarebbe in equilibrio perfetto ma il corpo
la trascina con passioni, la trascina ovviamente verso anche la perdita
del controllo. Il Cristianesimo ha preso questi elementi del Platonismo
e li ha fatti propri. Questa condizione è ciò che diciamo intelligenza,
quando l'uomo riesce a governare il corpo, quando riesce ad essere in
equilibrio.
L’anima è simile, dice Platone per bocca di Socrate, a ciò che non può
mai variare, e cos’è che non può mai variare nella filosofia di Platone: le
idee.
Ma le idee sono mortali o immortali? Immortali. Prima dimostrazione
dell’immortalità dell’anima è la dimostrazione per somiglianza: siccome
l’anima è spirituale ed è simile a ciò che non varia mai, mentre i corpi
variano, sarà simile alle cose o alle idee?
Alle idee, perché l’anima è simile a ciò che non varia, all’invariabile e
all’immutabile. Ma cosa c’è di invariabile nel mondo iperuranico? Sono
le idee. E poiché l’anima è simile alle idee e poiché le Idee sono
immortali, conclusione anche l’anima è immortale. Prima
dimostrazione. È detta dimostrazione per somiglianza: l’anima poiché
assomiglia alle Idee è immortale come esse.
Non è un’argomentazione empirica perché io non faccio esperienza
dell’immortalità dell’anima, è un’argomentazione per associazione
metafisica.
(fine)

Con questa pagina termina il ciclo dedicato alla filosofia  per il 2019. 
Appuntamento quindi al 2020 per un'altra serie di temi filosofici. 

Auguri di Buon Natale da Marco Leoni   

domenica 15 dicembre 2019

FINESTRE SULLA FILOSOFIA



di Marco Leoni


PLATONE : Il Fedone 
e la vita come
preparazione alla morte

Riporto una lezione di Matteo Saudino fantastico prof. Di filosofia


Oggi affronteremo il dialogo del Fedone, dialogo della maturità che segue il Menone e affronta il tema della Morte e dell’immortalità dell’ Anima.
L’immortalità dell’anima è un tema cardine del platonismo. Platone è
un teorico e un sostenitore dell’anima immortale, recupera dunque la
lezione pitagorica della metempsicosi dell’anima immortale, lezione che
a sua volta Pitagora aveva tratto dal mondo dei culti orfici.
Platone ritiene che l’anima, alla morte del corpo, compie un viaggio dal
mondo delle cose al mondo delle idee. Ricordo che Platone è anche
uno dei massimi teorici della metafisica antica ma è soprattutto anche
un duplicatore dei mondi. Infatti per Platone ci sono due realtà: la realtà
che è il mondo delle idee e la realtà che appare, il mondo delle cose.
L’anima viaggia, alla morte del corpo, dal mondo delle cose al mondo
delle idee.
In questo dialogo del Fedone, Platone ci spiega e ci argomenta perché
l’anima è immortale, adduce delle argomentazioni che non sono di
tipo scientifico galileiano, sono argomentazioni chiaramente razionali
ma razionali filosofiche. La filosofia empirica è una cosa, la filosofia
metafisica è un altro ramo della filosofia. Ma soprattutto, in questo
dialogo Platone affronta un tema fondamentale di tutta la sua filosofia,
il tema della morte. Platone è un filosofo che mette al centro della vita
dell’uomo la morte.
La morte è quel momento, quel passaggio decisivo, che dà un senso
alla vita. L’uomo vive una vita per arrivare all’appuntamento con la
Morte. La morte non è elusa da Platone, la morte non è respinta, la
morte è esaltata come quel momento di liberazione dell’anima dal
corpo. Dunque si vive per preparare la vita dopo la morte, si vive per
preparare il viaggio dell’anima alla morte del corpo.
Vivere per la morte significa vivere una vita di verticalità di ascesa
verso il bene, il bello, il giusto. Si vive una vita di aspirazione al
miglioramento per non farsi cogliere impreparati dalla morte.
Quando la morte arriva, il nostro vivere deve essersi elevato il più
possibile; abbiamo dovuto educare la nostra anima al bene, al bello,
al giusto, alla matematica, alla geometria, alla musica.
Se noi non viviamo per queste bellezze, quando l’anima si troverà di
fronte al passaggio della morte del corpo, al viaggio nell’aldilà, non sarà
preparata. Rischiamo allora di farci trovare impreparati e quando
arriverà non potremo più dire 'vorrei adesso studiare la matematica,
la geometria, la musica, adesso vorrei scoprire le bellezze della giustizia,
dell’amore'. Se non hai vissuto quando eri in vita per quei valori, per
quelle bellezze per quelle altitudini, quando la morte arriverà non
potrai farlo e la tua anima nel viaggio che dovrà compiere dopo la
morte del corpo sarà debole e impreparata. Dunque vivere è prepararsi
alla morte per Platone e solo chi non teme la morte vive una vita
degna, soltanto chi vive preparandosi alla morte e chi vi arriva
avendone avuto consapevolezza potrà vivere una vita di dignità, di
filosofia, di ricerca. Dunque, vivere per morire significa vivere in
maniera bella, alta, non significa vivere timorati di essa, vivere in
preparazione della morte significa abbellire la vita.
Dunque l’anima è prigioniera del corpo, il corpo è visto come una
prigione da Platone nel Fedone e vivere significa costruirsi le chiavi per
liberarsi da quella prigione: io in vita devo costruirmi le ali per poter
affrontare questo viaggio verso il mondo delle idee. Devo vivere
come nel mito della biga alata allenando il cavallo bianco che deve
essere forte, ma non concentratevi sull’esistenza del mondo delle idee,
concentratevi sul fatto che vivendo in preparazione alla morte voi
migliorate la vita al di là che il mondo delle idee ci sia o non ci sia, al di
là del fatto che l’anima sia immortale o meno. Se io vivo pensando che
l’anima sia immortale io vivrò per il bene.
Kant recupererà questo tema dicendo: 'io vivo come se l’anima fosse
immortale, così almeno vivrò nella giustizia perché penso che dopo la
mia anima dovrà o potrà raggiungere la virtù. Dunque io non so se
realmente l’anima sia immortale, non lo posso dimostrare', dirà Kant,
'ma vivendo come se l’anima fosse immortale faccio di tutto in vita
per essere virtuoso e per lasciare che la mia anima dopo possa
continuare questo cammino di virtù'.
Quindi il Fedone è anche il dialogo sull’immortalità dell’anima.
E' il dialogo della vita come preparazione alla morte.
I protagonisti sono Fedone e un suo amico, Echecrate. E' un dialogo
diverso dagli altri perché in esso Platone immagina che Fedone, allievo
di Socrate, racconti ad Echecrate le ultime ore di vita del grande
maestro.
Questo dialogo ha una costruzione narrativa diversa da altri dialoghi di
Platone, ad esempio l’Apologia è un racconto diretto invece questo
è un racconto narrato.
In modo particolare, racconta il momento in cui Socrate assume con
dignità e fierezza la cicuta senza temere la morte, con a fianco gli allievi,
i figli, la moglie piangente e li rassicura dicendo che sta facendo la
scelta giusta. In particolare Fedone si inoltra a raccontare come Socrate
argomenta sull’immortalità dell’anima.
Socrate dice agli allievi amici: 'io non vado a morire in modo definitivo
perché la mia anima immortale compierà un viaggio'.
                                                                                     FINE 1° PARTE
 

domenica 1 dicembre 2019

FINESTRE SULLA FILOSOFIA



di Marco Leoni

             

            P L A T O N E

      La Repubblica

                 e lo stato giusto

Lezione di Matteo Saudino fantastico prof. di filosofia


         Lezione dedicata alla Repubblica di Platone (2° parte)


SECONDA PARTE
Il modello politico di Platone
Prima cosa da sapere: un modello politico elaborato perfetto è perfetto per 
chi lo scrive. La filosofia, anche se Platone si presenta come filosofo della
verità, rimane pur sempre un’opinione e questa è la visione politica di
Platone trattando la quale però emergeranno dei problemi politici,
come quello della corruzione, che sono problemi politici ancora
presenti nella nostra società.
Ecco che Socrate prende la parola e descrive uno stato ideale. Socrate parla,
come sempre in questi dialoghi della maturità, per bocca ovviamente di
Platone, ovviamente utilizzando le idee di Platone.
Lo stato ideale di Platone è uno stato diviso in tre classi sociali e uso il 
termine classe e non casta perché sono classi teoricamente aperte: si può
passare da una classe all’altra. Ma, come voi vi accorgerete e mi farete 
notare, è molto molto difficile passare da una classe all’altra. Le tre classi
che vi presento non sono caste sul modello indiano induista: nasci in una 
casta e appartieni a quella casta. Nelle classi sociali, un cittadino o una 
cittadina può passare da una classe ad un’altra.
Sarà però difficilissimo perché ci sono dimensioni valoriali e conoscitive
che uno deve avere per appartenere a una classe o a un’altra.
Innanzitutto vi è la classe più elevata, quella degli uomini con l’anima 
aurea, la classe dei governanti, in cui gli uomini nascono con un’anima
aurea o hanno un’anima che deve essere allenata.
Platone ci dice che alcuni uomini nascono con un’anima aurea, propensa al 
bene e vanno educati al bene. Non è che l’anima aurea è un’anima già bella 
fatta e confezionata, completa. I governanti sono quelle persone che hanno 
un’anima aurea che è stata allevata e educata.
Sempre magnifico Platone.
I governanti che compito hanno? Quello di governare, cioè di amministrare
la città, guidarla. Al governo non devono andare gli uomini che hanno 
l’anima di bronzo o di ferro, non devono andare gli uomini che non sono
adatti a governare. Le persone adatte a governare sono quelle con l’anima
aurea perché sono i sapienti, cioè coloro che conoscono il bene.
Qual è la qualità che deve possedere il governante? è la conoscenza del
 Bene e i governanti filosofi sono quelli che avranno come sapere la 
Scienza. E che tipo di virtù devono possedere? La sapienza, la saggezza.
Ci tengo a precisare che per Platone saggezza e sapienza coincidono perché
chi è sapiente conosce il bene, è saggio e si comporta bene. La sapienza
riguarda la sfera della conoscenza, la saggezza la sfera del comportamento.
Quando voi dite mio nonno è saggio perché mio nonno sa comportarsi bene,
ha vissuto una vita tale per cui quando deve fare una scelta la fa ponderata,
la fa giusta. Non si è saggi senza essere sapienti, non si è sapienti senza 
essere saggi. Ecco il Platone immenso.
Seconda classe sociale è quella dei guerrieri, detti anche guardiani, quelli
che hanno un’anima propensa al coraggio. Non sono gli scienziati del bene,
sono gli uomini che hanno la capacità di essere coraggiosi e hanno il 
compito di difendere la città.
Ci tengo a precisare che parliamo di un’opera in cui i guardiani non sono
dei militari d’attacco ma sono dei guardiani, cioè predisposti a difendere i 
governanti e proteggere la città.
Qua Platone si rifà al mito delle stirpi, cioè ci sono gli uomini che nascono
con l’anima dorata e hanno la propensione a governare, ci sono invece degli
uomini che hanno un’anima d’argento e hanno la caratteristica di essere
coraggiosi.
Nel mito delle stirpi gli uomini nascono già con la stirpe aurea e la stirpe
d’argento. Gli uomini che appartengono alla stirpe aurea governeranno,
gli uomini che hanno la stirpe d’argento saranno i guardiani.
Platone oggi ci parlerebbe di talento o predisposizioni: non tutti hanno
la predisposizione al coraggio o alla conoscenza perché c’è chi è più
portato per la fisicità e chi è più portato allo studio.
Vi ho già parlato di questo con l’anima, non tutti hanno l’anima per fare i
soldati, i pompieri, non tutti hanno l’anima per governare non tutti hanno
l’anima per fare i panettieri. Ci sono delle predisposizioni naturali, poi uno
può forzarle.
La terza classe sociale è quella più vasta, più ampia, quella dell’anima di
ferro e di bronzo e vi appartengono i cittadini normali.
Ma la normalità è ciò che permette allo stato di funzionare perché i cittadini
normali sono quelli che hanno la qualità di essere Temperanti.
Certamente questi uomini hanno un livello di conoscenza molto bassa,
ignorano le virtù militari, ignorano il bene e la giustizia, dunque non
potranno governare. Però magari conoscono la tecnica del seminare, del
raccogliere, del remare, del fare il pane, di battere il ferro, del fare le scarpe,
del fare il vasellame. I cittadini temperanti hanno delle qualità che
esercitano la loro funzione lavorativa e sociale. Ognuno ha una virtù (virtù 
vuol dire essere capaci, di parlare, scrivere, fare sport, di cantare). Le virtù
sono delle capacità per Platone, si possono moderatamente allenare, cioè si
può divenire più temperante, più coraggioso, più sapiente, ma in parte si
nasce già così. Questo è il determinismo sociale di virtù che Platone 
esprime e che è criticabile: allora nasci già con la camicia del governante,
nasci già con la camicia dell’insegnante, del vasaio, del contadino.
Chiaramente il fisico ti aiuta: non è che tutti possono fare rugby come Aisha
ma ci possono essere delle persone minute che con forza di volontà riescono
a giocare a rugby; lo stesso, non tutti possono avere la voce di un buon 
soprano ma non vuol dire che allenandosi non si possa diventare un buon
cantante.
Però Platone ci parla di classi sociali: ognuno appartiene a una classe 
sociale, alle classi sociali corrispondono le tre parti dell’anima, 
metaforicamente la parte dell’anima dei governanti è quella razionale, 
quella dei soldati guerrieri è irascibile, cioè coraggiosa e volitiva e il 
guardiano lo fa chi ha volontà e coraggio , poi quella dei cittadini, che sono
quelli concupiscibili che vivono con passione e irrazionalità e solo di
emozioni.Per Platone deve guidare lo stato chi è razionale, non potrà essere
un Razzista elitario a guidare uno stato, a diventare sindaco. Non potrà
essere una persona irrazionale ed emotiva, deve essere solo una persona
razionale, che sa guidare, condurre l’anima, lo stato, la città.
Dopodichè la persona più emotiva e passionale potrà avere una funzione
fondamentale, quella coraggiosa, quella più portata all’organizzazione.
Ognuno deve svolgere il proprio compito .
Sto arrivando a rispondere alla domanda iniziale: quando uno stato è
giusto? Quando ognuno svolge al meglio il proprio compito; lo stato è
giusto quando chi ha l’anima aurea governa, chi ha quella d’argento difende
lo stato, chi ha quella di ferro e di bronzo obbedirà e svolgerà il proprio
compito. Uno stato è giusto quando il governante governa bene, il soldato
difende bene, il panettiere fa bene il pane, il ciabattino fa bene le scarpe, il
vasaio fa bene il vaso, il contadino lavora bene la terra.
Se io vado dal panettiere che è un ottimo cantante ma quel pane che mi ha
dato lo posso tirare contro il muro e abbatto il muro, non gli dirò che ha
fatto bene il pane, ha fatto un pane terribile, ma canta bene. Ma se canta
bene non venga a fare il pane. Se io vengo qua e sono bravo ad allenare a
pallavolo ma non so insegnare filosofia, non sarò un buon insegnante di
filosofia poiché sono un buon insegnante di pallavolo. E' chiaro che bisogna
fare bene ciò per cui si è predisposti ed essere nel posto giusto a fare il 
proprio mestiere. Così lo stato funziona.
Sulla carta ha un suo senso.
E qui c’è il famoso paragone tra lo stato e il corpo umano.
Platone è un organicista, siamo agli antipodi della democrazia e
dell’essere liberali, lo stato è come un corpo umano.
Un corpo umano funziona bene quando funziona bene la testa, i governanti.
La parte del cuore è il coraggio, i guardiani.
Ma poi quando funzioneranno bene tutti gli altri organi secondari che sono
la milza, i reni ecc. ecc. funzionerà bene tutto il corpo.
Quando il vasaio non fa il vasaio, s’inceppa. Quando i difensori non fanno
il loro dovere, s’inceppa il meccanismo. Quando chi governa governa male, 
lo stato è portato al fallimento, alla deriva perché a ogni ruolo sociale
corrispondono responsabilità diverse.
Dunque questo stato è uno stato aristocratico dove c’è di fatto una 
minoranza di uomini sapienti che devono guidare lo stato. Ma come lo
guidano questi sapienti? Bene, perché conoscono il bene.
E non ci sono nella Repubblica neanche le leggi, perché se io sono 
governante e conosco il bene, governo bene, a cosa servono le leggi? Se
 tutti sanno quello che devono fare lo fanno senza che vi sia la legge e le
 cose vanno avanti: fatto utopico, ideale, perfetto.
E' superiore nel corpo umano il tutto o le parti che lo compongono? Nello
 stato di Platone vengono prima i cittadini, i singoli uomini o il tutto?
Per Platone prima viene lo stato e poi i cittadini: è lo stato che fa i cittadini, 
non i cittadini che fanno lo stato.
Ecco perché non è democratico: in democrazia, in socialdemocrazia, in 
liberal democrazia, prima vengono i cittadini, gli uomini, le donne, i 
bambini, i ragazzi e le ragazze con i loro diritti e i loro valori e poi viene lo
stato. Invece per Platone è lo stato che forma i cittadini, è lo stato che fa la
comunità politica.
Vado in conclusione. Perchè la Repubblica è immensa?
Vi dico solo una cosa, quella dei governanti. Per i governanti è
abolita la proprietà privata ma come, perché? Perché i 
governanti sono i servitori dello stato e chi governa non lo deve
agire per accumulare denaro ma lo deve fare per il bene dello
stato e della comunità e dunque i governanti vivano in case dello
stato, che vuol dire che gliele ha costruite lo stato, la comunità.
I politici governanti vanno mantenuti, ma non nel lusso. No, vanno
mantenuti nella moderazione.



domenica 24 novembre 2019

FINESTRE SULLA FILOSOFIA



di Marco Leoni 

 
P L A T O N E

La Repubblica e lo stato giusto
 

Lezione di Matteo Saudino fantastico prof. Di filosofia


Lezione dedicata alla Repubblica di Platone (1° parte)
 
La Repubblica di Platone è probabilmente l’opera più importante del
grande filosofo ateniese ed è anche una delle opere più importanti della
storia della filosofia.
E' un vero capolavoro all’interno del quale Platone sviscera, i temi
a lui più cari.
Innanzitutto è un’opera politica, un’opera di filosofia politica.
C’è un’idea di bene, di comportamento, di educazione dell’uomo, del sapiente.
E’ dunque un’opera pedagogica, educativa perché presenta anche i
comportamenti del buon cittadino. Ed è anche un’opera gnoseologica
di conoscenza. Vi è infatti la teoria della conoscenza che Platone elabora
nella maturità come evoluzione della teoria della Reminiscenza trattata
nel Menone.
E' vero che la Repubblica è un’opera politica, l’opera dello stato giusto,
in cui l’uomo può essere felice, l’opera dell’educazione del governante,
il fondamento di tutto è la conoscenza.
La conoscenza, l’educazione sono alla base dell’etica della
politica. La politica ha lo scopo di costruire lo stato in cui gli uomini
possono vivere felici, ma non c’è felicità se non c’è giustizia e non c'è
giustizia se non c’è conoscenza del giusto, che poi per Platone è un valore
assoluto.
La Repubblica è un’opera totale, dunque non la si può liquidare come
un’opera solo di filosofia politica: è un'opera totale di pedagogia, di
conoscenza, di scienza, di politica, di etica e dunque è un'opera che
traccia un solco importante, un solco lungo il quale la filosofia camminerà
nei secoli e millenni successivi.
La Repubblica è uno dei testi filosofici più studiati, ma anche
uno dei testi più amati e odiati e avversati.
Platone, si sa, è un antidemocratico convinto, da buon allievo di
Socrate non poteva che essere un antidemocratico e come tale elabora
una teoria dello stato non democratico che piacerà a molti, sia ad amanti
della democrazia, sia soprattutto da coloro che democratici non sono.
Dunque anche da tutta una serie di pensatori politici che vedono la
democrazia come un luogo di mediocrità, corruzione, incapacità di
governare e debolezza per tutta una serie di pensatori politici che
attaccano la democrazia.
Quest’opera sarà sempre esaltata, riabilitata e assunta come punto di
riferimento. Sarà difficile liquidare la Repubblica come un'opera di
centro, di destra o di sinistra.
E’ chiaramente una riflessione su uno stato non democratico, ci sono
degli aspetti che verranno amati dalla Sinistra e aspetti amati dalla Destra,
e quando parlo di destra e sinistra mi rifaccio al pensiero politico post
rivoluzione francese, periodo in cui i termini destra e sinistra verranno
poi elaborati, coniugati.
Destra vorrà dire conservatorismo, elitarismo e Sinistra vorrà dire più
progressismo, anche più Democrazia. Però ci sono anche destra e sinistra
in senso assolutistico, antidemocratico, c'è una Sinistra che vede lo stato
forte, come accadrà nell'esperienza del totalitarismo sovietico e c’è una
Destra non liberale, prima nazista e poi fascista che amerà
particolarmente l’idea di stato di Platone.
Vi sono state varie interpretazioni da destra e da sinistra della
Repubblica di Platone: l’esaltazione da parte dei fascisti e dei nazisti e
l’esaltazione di una certa parte della Sinistra dell'ottocento,
la dura critica da parte di Marx, padre del comunismo moderno, e la
critica di un liberale americano, Popper, il quale individuò in Platone il
padre di tutti i totalitarismi.
Nel dialogo della Repubblica vi è presente ovviamente Platone e sono
presenti molti interlocutori e la domanda cui sottostà tutto il dialogo è:
Che cos’è la giustizia?
Ovviamente rispondere a questa domanda è molto complesso e la
prima risposta è che la giustizia è il governo dell’uomo forte.
Platone contrappone una critica: ma se fosse così allora lo stato tirannico,
cioè lo stato retto dall’uomo più forte che possa esserci perchè ha tutti i
poteri nelle sue mani, cioè la Tirannide, dovrebbe essere il governo più
giusto. Ma perché allora la Tirannide, il governo per eccellenza dell’uomo
forte, è percepito come governo ingiusto? Perché il tiranno
tendenzialmente fa favori ai suoi accoliti, ai suoi sostenitori e governa per
sé stesso, per il suo potere, per il suo successo, per la sua forza. Dunque 
abbinare al termine giustizia quello di forza non è sufficiente: non sarà la 
forza la caratteristica dello stato giusto. Certo, servirà anche la forza nello 
stato giusto ma non si può liquidare la risposta con quella che deve essere il 
governo dell’uomo forte.
Allora che cos’è la giustizia? Ovviamente per rispondere a ciò Socrate,
protagonista del dialogo della Repubblica, sposta di poco la domanda e
dice: proviamo a rispondere non alla domanda 'che cos'è la giustizia' ma
ma alla domanda 'che cos’è lo stato giusto'.
Quando uno stato è giusto? Per Stato intendiamo ovviamente
l’insieme dei cittadini e la forma di governo di questo insieme di cittadini.
Platone è il primo teorico di uno stato ideale o utopico.
La parola utopia non è mai usata da Platone nonostante sia una parola di
origine greca, Outopos, nessun luogo, o potrebbe essere la parola greca
eutopos luogo del bene. Ou è un prefisso che vuol dire non e se lo lego a
topos (luogo) diventa 'non luogo'. Eu è bene e se lo lego a topos diventa
luogo del bene.
L’utopia è la descrizione di uno stato che non esiste, perfetto, cioè l’utopia è
una sintesi fra outopos e eutopos: non luogo e luogo del bene.
Platone descrive un non luogo perfetto cioè uno stato ideale perfetto non
esistente. Ma questa parola, utopia, che ben si appresta all’opera della
Repubblica e ben si addice alla filosofia di Platone, non è stata utilizzata
da Platone stesso ma è stata utilizzata nel Rinascimento, nel 500 da un
filosofo inglese, Thomas Moore, che scrive un libercolo dal titolo “UTOPIA
dove parla di un’isola immaginaria dell'oceano Atlantico fra Europa e
America Latina in cui un filosofo di nome Raffaele si è fatto lasciare dalla
nave di Amerigo Vespucci quando si spinse fino a Capo Nord e si è
fatto ricaricare al ritorno. Questo filosofo ha poi deciso di raccontare di
quest’isola e di come funzionava.
Tomas Moore, con una invenzione letteraria, ci descrive uno stato ideale,
utopico, che diventa un modello politico di riferimento per il dibattito 
politico del Rinascimento per indicare ai governanti del 500 come
 dovrebbero comportarsi, come dovrebbe funzionare lo stato ideale.
Ebbene l’obiettivo di Platone è lo stesso. Platone descrive ed è lui che l’ha
inventato, lo stato ideale non esistente perché vuole indicare agli uomini
quale sia la modalità politica, l’organizzazione politica, la forma di
governo politica più giusta e descrive uno stato che non c’è per invitare
alla sua realizzazione.
D’altronde non è tutto il platonismo questa teoria. Il platonismo è la 
filosofia della verticalità, cioè della filosofia che ambisce alla realizzazione 
del BENE, del BELLO, del GIUSTO.
In politica Platone non fa altro che spostare questo verticalismo dal
mondo conoscitivo al mondo della politica.
Cosa deve fare l’uomo? Deve ambire alla realizzazione di un modello
politico ideale e perfetto che lui descrive affinchè gli uomini, soprattutto i 
governanti, si ispirino a tale modello.
E’ un’utopia, uno stato ideale perfetto, ma questo stato ideale ha degli
elementi di attualità nel dibattito politico veramente incredibili. Questo
modello politico presenterà moltissimi aspetti che a voi non piaceranno,
degli aspetti politici, filosofici anzi che voi avverserete.


FINE PRIMA PARTE