lunedì 10 agosto 2026

Spesso non apprezziamo ciò che ci passa accanto ogni giorno

 Il Reno dimenticato: perché i pescatori bolognesi voltano le spalle al loro fiume?

 


Pubblichiamo le riflessioni in merito al futuro che attende il nostro amato fiume Reno del noto garista in fiume Andrea Bordini, membro della squadra ASP Valsanterno:

 

Poco meno di un secolo fa, lungo le acque correnti, profonde e veloci del Reno, alcuni pescatori che insidiavano barbi, cavedani e “stariole” ebbero un’intuizione destinata a cambiare per sempre la storia della pesca italiana. Applicarono degli anelli a una semplice canna fissa e montarono sul manico una rudimentale bobina per raccogliere il filo.

Nacque così, sulle sponde del Reno, quella che sarebbe poi diventata la prima vera canna bolognese. 

Questa premessa, forse un po’ nostalgica, serve però a introdurre una riflessione che oggi appare più attuale che mai: quella sulla gestione delle acque, sui campi gara e sul ruolo che la pesca agonistica potrebbe avere nella valorizzazione del territorio attorno al fiume che ha dato i natali alla pesca a “bolognese”. 

La domanda è semplice, ma trovare una risposta convincente è molto più difficile: com’è possibile che oggi, a Bologna, chi pratica la pesca con un minimo di ambizione agonistica preferisca le paludi e i canali della Bassa Padana alla bellezza unica del fiume Reno? Com’è possibile che un campionato provinciale dedicato al fiume venga sostanzialmente lasciato a sé stesso, senza un vero progetto di rilancio capace di riportare interesse verso l’agonismo e, di riflesso, verso il fiume stesso?

E ancora: davvero il pescatore agonista bolognese non si rende conto del patrimonio che ha a pochi chilometri da casa? Possibile che continui a cercare altrove ciò che il Reno, nonostante tutte le sue difficoltà, sarebbe ancora in grado di offrire? 

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che oggi la pescosità del Reno sia concentrata soltanto in alcuni tratti e che questo rappresenti un limite evidente. Un’osservazione legittima. Ma basta guardare i pesi che emergono dalle competizioni nei canali della Bassa per capire che nemmeno lì si respira esattamente un periodo d’oro. Se il criterio di scelta fosse esclusivamente la quantità di pesce presente, forse il divario tra i due scenari, al netto di qualche eccezione, non sarebbe poi così evidente.


 Ho iniziato a frequentare il Reno alla fine degli anni Ottanta, probabilmente nel periodo del suo massimo splendore. Erano gli anni in cui prendevano piede le prime esperienze di no-kill, il pesce era abbondante praticamente ovunque e la portata del fiume rimaneva importante per gran parte dell’anno. Il Reno era, senza esagerare, il re dei fiumi appenninici del versante adriatico.

Le sue sponde erano sempre affollate. Chi ha vissuto quegli anni ricorda bene che, per conquistare un posto nei tratti più famosi — dal “Metano” alla Rupe di Sasso Marconi — bisognava quasi partire la sera prima. Il fiume era una meta, un punto di riferimento, un luogo di aggregazione prima ancora che un campo di gara. E anche allora si organizzavano competizioni con numeri importanti: da 100 a 150 agonisti schierati lungo le rive, con i piedi in acqua da Porretta fino a Casalecchio. 

Ho girato buona parte dell’Italia con una canna in mano e, proprio per questo, mi sento di affermare una cosa senza timore di essere smentito: fiumi belli come il Reno, considerando l’insieme di ambiente, portata e conformazione dell’alveo, se ne trovano davvero pochi.

C’è poi un aspetto che viene spesso trascurato. Negli ultimi quarant’anni il Reno è stato sostanzialmente l’unico grande fiume della dorsale adriatica emiliano-romagnola a non subire una drastica riduzione della propria portata. Molti altri corsi d’acqua della regione hanno invece pagato un prezzo altissimo alle trasformazioni del territorio.

Il Savio è stato pesantemente condizionato dai lavori e dalle interferenze legate alla realizzazione dell’E45. Il Ronco ha visto la propria portata ridursi sensibilmente a seguito dell’entrata in funzione della diga di Ridracoli. Il Santerno ha dovuto fare i conti con una diminuzione significativa delle acque disponibili dopo gli interventi collegati all’Alta Velocità ferroviaria. Il Secchia e il Panaro convivono da anni con continui interventi in alveo che ne hanno modificato profondamente le caratteristiche.

Senza nemmeno scomodare i corsi d’acqua minori come Montone, Lamone, Senio, Samoggia, Sillaro e Idice, fiumi caratterizzati da bacini relativamente piccoli e da sorgenti limitate, sempre più dipendenti dall’andamento climatico. Fiumi che oggi alternano piene devastanti nel periodo autunnale e invernale a lunghi periodi di magra estrema, quando non di vera e propria secca, durante l’estate.

In questo contesto il Reno rappresenta quasi un’eccezione. Pur con tutti i problemi che conosciamo, continua a garantire una portata relativamente stabile e caratteristiche ambientali che pochi altri corsi d’acqua della regione possono ancora vantare. 

Ed è forse proprio per questo che appare ancora più difficile comprendere il disinteresse che una parte del mondo della pesca continua a mostrare nei suoi confronti. 

Da un paio di anni siamo tornati a fare qualche gara sul Reno, con l’idea di contribuirne, nel nostro piccolo, ad un rilancio.

Il risultato, però, è stato piuttosto amaro. Un campionato provinciale fiume articolato su due prove nel Reno e tre nel Santerno finisce per coinvolgere quasi esclusivamente pescatori e società provenienti da fuori Bologna. Un dato che dovrebbe far riflettere tutti gli appassionati e chi è chiamato a programmare il futuro dell’attività agonistica. Ancora una volta i pescatori agonisti dimostrano che sono più bravi a lamentarsi che a pescare. 

Tempo fa, sulle rive del Santerno, parlando con un pescatore parmense, mi sentii dire una frase che allora mi colpì e che oggi suona ancora più vera:

“Avete un patrimonio che vi invidia mezza Italia e voi andate a pescare altrove. È proprio vero che impariamo ad apprezzare tutto tranne ciò che abbiamo sotto casa.” 

È evidente che manca la voglia — e forse anche la volontà — di provare davvero a rilanciare il fiume del capoluogo emiliano.

Una responsabilità che sembra coinvolgere tanto le società di pesca della zona, peraltro numerose, quanto le istituzioni che dovrebbero promuovere e valorizzare una risorsa naturale così importante.

Un patrimonio che meriterebbe molto più rispetto, molta più promozione e, soprattutto, molta più voglia di crederci e investirci.

1 commento:

Anonimo ha detto...

In poche parole tutto ritorna ai rappresentanti del re suoi sono i cervi, suoi sono gli alberi, le terre i fiumi i pesci, nostro non è previsto niente