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domenica 8 febbraio 2026

Casalecchio di Reno, Pier Ferdinando Casini presenta il libro “Al centro dell’Aula”

 



Sarà Pier Ferdinando Casini il protagonista dell’incontro in programma lunedì 9 febbraio alle ore 18 alla Casa dei Popoli di Casalecchio di Reno, in via Cimarosa 107, per la presentazione del suo libro “Al centro dell’Aula. Dalla Prima alla Seconda Repubblica”.

L’iniziativa, promossa dal Partito Democratico di Casalecchio di Reno, offrirà l’occasione per ripercorrere alcune delle principali fasi della storia politica e parlamentare italiana attraverso il racconto di uno dei suoi protagonisti più longevi. Nel volume, Casini intreccia memoria personale e analisi politica, riflettendo sulle trasformazioni istituzionali e sul ruolo del Parlamento nel passaggio tra Prima e Seconda Repubblica.

A dialogare con l’autore sarà Andrea De Maria, in un confronto aperto sui temi della rappresentanza, del centro politico e dell’evoluzione del sistema democratico italiano. L’incontro è aperto al pubblico e si inserisce nel calendario delle iniziative politiche e culturali promosse sul territorio.

lunedì 19 febbraio 2024

Navalny: Casini a Lepore, conferirgli cittadinanza onoraria di Bologna


Pier Ferdinando Casini propone:

"Come senatore  di Bologna, Medaglia d'oro della Resistenza e città tradizionalmente solidale con chi lotta per la libertà e contro ogni dittatura, propongo al Sindaco Lepore di avviare ogni procedura per conferire a Alexei Navalny la cittadinanza onoraria alla memoria, o qualsiasi riconoscimento equivalente, della nostra città".

Alexei Navalny 


martedì 16 agosto 2022

Elezioni: Pier Ferdinando Casini candidato dal Pd a Bologna

Come già nel 2018, corre al collegio uninominale del Senato

Il Pd candida Pier Ferdinando Casini al seggio uninominale di Bologna per il Senato.

Il senatore era già stato eletto nel 2018 dal Partito Democratico allora guidato da Matteo Renzi ed è stato confermato in corsa alle elezioni del 25 settembre nel collegio blindato sotto le Due Torri. 

Mancava solo l'ufficialità, dopo la lettera inviata ieri dal segretario dem Enrico Letta al dorso locale di Repubblica, nella quale difendeva la scelta della candidatura di Casini nelle fila del partito democratico: "La voce di Casini - ha scritto Letta - potrebbe dare un contributo importante e utile ad allargare il sostegno intorno a noi e a rendere più efficace il nostro compito a tutela della Costituzione, contro ogni torsione presidenzialista".

Casini era già stato eletto in Parlamento con i voti dei democratici bolognesi quattro anni fa, poi era passato ad altro gruppo parlamentare. La sua possibile ricandidatura nei giorni scorsi aveva scatenato polemiche e critiche nel partito. La scelta non era ben vista dalla base del Pd bolognese, con il circolo Gramsci che aveva scritto a Letta chiedendogli di "non ripetere l'errore fatto da Renzi".

Delrio e 'indipendente' Schlein guidano liste in E-R - L'ex ministro Graziano Delrio e la prodiana Sandra Zampa, attuale responsabile Salute nella segreteria nazionale del Pd, al Senato. L'ex ministra Paola De Micheli, l'attuale vicepresidente della Regione Elly Schlein e l'ex sindaco di Rimini Andrea Gnassi alla Camera. Sono i capilista del Partito Democratico nei collegi dell'Emilia-Romagna. In uno dei due listini al Senato, dopo la capolista Zampa segue l'ex sindaco di Imola Daniele Manca. Nell'altro, Delrio è seguito dall'attuale assessora regionale alla Montagna Barbara Lori. Alla Camera nella circoscrizione che ingloba i collegi di Piacenza (con la zona del Fidentino), Parma e Reggio Emilia, correranno l'ex responsabile del ministero delle Infrastrutture Paola De Micheli, seguita da Andrea Rossi, Beatrice Ghetti e Lanfranco De Franco di ArticoloUno. I primi tre nomi in lista al proporzionale per la circoscrizione di Modena e Bologna, sono Elly Schlein, Stefano Vaccari, attuale capo dell'organizzazione dem e Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto e presidente del Pd. Al quarto posto c'è l'assessore bolognese Luca Rizzo Nervo. Nei collegi romagnoli il capolista Gnassi è seguito da Ouidad Bakkali e da Massimo Bulbi.

giovedì 16 novembre 2017

Casini e Marino 'portano' in maltempo dell' Emilia Romagna in Parlamento.

Questo pomeriggio i senatori Pier Ferdinando Casini, primo firmatario e Luigi Marino hanno presentato in Senato una interrogazione urgente ai ministri delle infrastrutture e dei trasporti; dello sviluppo economico e dell'interno, sui gravi disagi scaturiti dal maltempo in Emilia-Romagna.


Pier Ferdinando Casini
Al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti;
Al Ministro dello sviluppo economico;
Al Ministro dell'Interno;

PREMESSO CHE:
le zone montane sono tutela dalla Costituzione italiana, il cui articolo 44, secondo comma, prevede espressamente che siano adottati provvedimenti legislativi a favore delle zone montane stesse;
le regioni di montagna sono riconosciute anche dall’articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che le considera esplicitamente tra quelle interessate dalle politiche di coesione per ridurre il divario di sviluppo con le altre, in quanto regioni meno favorite;

CONSIDERATO CHE:
nella giornata di lunedì 13 novembre 2017, una nevicata sull'Appennino bolognese, della durata di poche ore, che ha depositato neve per circa 60 centimetri, peraltro ampiamente prevista e debitamente comunicata alle autorità locali dall'allerta meteorologica della Protezione civile, ha causato, e sta ancora causando, pesantissimi disagi e disservizi ai cittadini dei comuni montani di quelle aree. In particolare, circa 30 mila utenze relativi ai cittadini dell'Unione dell'Appennino, di Marzabotto, Grizzana, Monzuno, Monte San Pietro, Casalfiumanese, Monghidoro, San Benedetto val di Sambro, Castiglione de' Pepoli, Vergato, Camugnano, Castel di Casio, Fontanelice, Castel d'Aiano, Castel del Rio, Sasso Marconi, Porretta, Loiano e Monterenzio sono rimaste lunedì sera senza alcuna tipo di collegamento telefonico, di fornitura di energia elettrica, di acqua, di luce e di gas. I disagi, compreso il freddo dell'inverno montano che affliggeva tutte quelle famiglie che non dispongono di caldaia a legna o di camino, e il completo isolamento sono continuati fino alla serata di ieri, mercoledì 15 novembre, per almeno 4 mila utenze;
decine di alberi sono caduti sui tralicci dell'alta tensione e gli impianti di sollevamento idrici e i serbatoi che alimentano le condutture cittadine, funzionanti con l'energia elettrica, sono rimasti bloccati causando l'interruzione del servizio idrico;

TENUTO CONTO CHE:
non può essere tollerabile che una nevicata di intensità poco più che ordinaria comporti una tanto grave e prolungata interruzione dei richiamati servizi pubblici essenziali a danno dei cittadini delle zone montane. La drammatica situazione di abbandono per quasi tre giorni ha riguardato migliaia di famiglie e sta penalizzando fortemente, attività commerciali di piccole imprese, artigiani e negozianti, costretti alla forzata chiusura delle rispettive attività;

le istituzioni locali si sono ritrovate nell'impossibilità di prestare una pronta assistenza ai propri concittadini per responsabilità non proprie, mentre l'ENEL attivava 50 gruppi elettrogeni e schierava sul terreno 500 tecnici, purtroppo evidentemente non sufficienti a prestare neppure il più minimo argine ai disservizi patiti dalla popolazione;
la situazione che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini delle zone appenniniche del bolognese sembra ancora più inaccettabile in considerazione dei precedenti analoghi verificatisi degli anni scorsi: infatti, già nel febbraio 2015 e nel 2012 episodi nevosi di non eccezionale entità avevano causato, negli stessi territori delle montagne bolognesi, massicci black-out dell'energia elettrica, e conseguentemente, degli altri servizi connessi. Appare evidente come non siano state attuate, da parte di più attori a vario titolo coinvolti, le necessarie determinazioni e misure al fine di evitare il ripetersi di tali disastri: il risultato è stato che oggi, nuovamente, interi Paesi sono rimasti completamente isolati per moltissime ore;

i sindaci delle richiamate comunità, attivi nei vertici in Prefettura per coordinare i soccorsi e le attività di assistenza alla popolazione, hanno sottolineato come il ripetersi di tali gravissime circostanze emergenziali sia il segno della mancanza di un'opera costante di prevenzione e messa in sicurezza del territorio e delle linee infrastrutturali dei servizi. L'assenza di adeguate risposte concrete negli anni da parte dei gestori dei servizi ha spinto alcuni sindaci a presentare un esposto in Procura contro ENEL; parallelamente, i Carabinieri hanno avviato accertamenti per valutare eventuali ritardi o inadempienze negli interventi di ripristino da parte di ENEL, esaminando, anche attraverso sopralluoghi aerei, la manutenzione delle reti e la dislocazione delle cabine;
i collegamenti stradali hanno subito pesanti limitazioni;
VISTO, INFINE, CHE
Appare necessario ed imprescindibile assicurare che le richiamate garanzie costituzionali a favore delle comunità di montagna siano costantemente implementate, al fine di non discriminare moltissimi italiani nell'accesso ai più fondamentali servizi alla cittadinanza e al fine di affrontare prontamente e adeguatamente episodi atmosferici senza che ciò possa trasformarsi regolarmente in situazioni gravemente emergenziali;
i territori montani e i cittadini che vi abitano non possono continuare a pagare le conseguenze di mancate strategie nazionali di prevenzione, cura del territorio e pianificazione nella gestione delle emergenze. D'altra parte le risorse a disposizione delle relative istituzioni locali sono sempre più esigue e non consentono loro di affrontare investimenti infrastrutturali e di ammodernamento delle reti di distribuzione dei servizi essenziali;

Luigi Marino
TUTTO CIÒ PREMESSO, SI CHIEDE AI MINISTRI IN INDIRIZZO DI SAPERE:

Se sono state poste in essere tutte le misure necessarie per superare la fase emergenziale descritta nelle premesse;
Quali misure il Governo ha posto in essere per assistere le amministrazioni locali nella difficile gestione di questa emergenza;
Se prevedono iniziative per lo stanziamento di apposite risorse per fronteggiare i danni ai territori, alle persone e alle imprese derivanti dagli episodi sopra citati;
Quali iniziative i ministri in indirizzo intendano porre in essere nei confronti dell'Enel;
Se, in ogni procedimento giudiziario, intendano costituirsi parte civile nei confronti di chi ha in capo la responsabilità dell'erogazione dei servizi elettrici, idrici e telefonici e della manutenzione stradale;
Quali iniziative intendano porre in essere per individuare negligenze o gravi mancanze nell'ambito della prevenzione, della manutenzione e della salvaguardia degli impianti;
Quali determinazioni vogliano prendere per evitare che in futuro non vengano garantiti i servizi essenziali;
Se non sia il caso di predisporre una riforma della macchina dei soccorsi più efficiente ed attiva sull'intero territorio nazionale e di garantire una più veloce gestione delle opere di ammodernamento e manutenzione, anche straordinaria, del territorio e delle infrastrutture strategiche presenti in esso.
Sen. Pier Ferdinando Casini
Sen. Luigi Marino

mercoledì 18 gennaio 2017

Province, l’eterno ritorno: dopo dieci anni di dibattiti e promesse sull’abolizione ora si ripropone il voto popolare.

Marco propone. Da Il Fatto Quotidiano.


A cavallo tra il secondo governo Prodi e l’ultimo di Berlusconi, sia l'ex Cavaliere sia il Pd di Veltroni volevano cancellarle. D'accordo Fini e Di Pietro, contraria solo la Lega. Poi il dietrofront: nel 2010 il leader di Forza Italia spiegava che si sarebbero risparmiati "solo 200 milioni". Nel luglio 2011 la Camera bocciò la proposta dell'Idv sulla materia. Due anni dopo la Consulta ha dichiarato incostituzionale il riordino disposto da Monti. Poi la riforma Delrio. Ma dopo il no al referendum costituzionale si torna al punto di partenza

Enti inutili e costosi, carrozzoni burocratici e inefficienti. Ma che resistono, nonostante tutto. Il dibattito sull’abolizione delle Province risale all’assemblea costituente, ha attraversato i decenni ed è ancora acceso. È stato detto tutto e il contrario di tutto. Prova ne è l’ultima uscita a riguardo del ministro per gli Affari regionali Enrico Costa (Ncd): “La mia idea è quella di riproporre il voto popolare, perché è fonte di legittimazione per tutti i consiglieri provinciali”. Ma come? E la legge Delrio? La trasformazione in enti di secondo livello (che non prevedono elezioni dirette)? Nulla, è destino. D’altro canto non sarebbe certo il primo cambio di rotta. La questione dell’abolizione delle Province è stata oggetto di promesse elettorali (disattese), smentite, clamorosi dietrofront e recriminazioni. Al centro dei programmi elettorali di Veltroni, Casini e Berlusconi candidati premier nel 2008, salvo finire nel dimenticatoio dopo la vittoria del Cavaliere sugli altri due. “Si risparmiano solo 200 milioni”, disse il leader del Pdl, dimenticando di colpo quanto detto in campagna elettorale. Mentre Pier Luigi Bersani, che sul punto era sempre stato prudente (“non si può andare avanti a colpi di semplificazione”), nel 2013 inserì “la cancellazione in Costituzione delle Province” al terzo degli otto punti “per un governo di cambiamento”. Come non dimenticare, poi, le parole del ministro Graziano Delrio che, tre anni fa, annunciava: “Credo che sia la volta buona per abolire le Province”.

TRA DETRATTORI E DIFENSORI
A parte qualche timido tentativo di mettere mano alla questione, il dibattito si è riacceso a cavallo tra il secondo governo Prodi e l’ultimo di Berlusconi. Durante la campagna elettorale per il voto anticipato che ne avrebbe sancito la vittoria, il leader del Pdl non solo prometteva l’abolizione delle Province ma, dato che il tema era presente anche nel programma del Pd di Walter Veltroni, annunciava: “Su questo potremmo collaborare”. Sulla stessa lunghezza d’onda l’allora presidente di An Gianfranco Fini: “I carrozzoni non sono intoccabili e si possono abolire. Oppure si possono accorpare competenze amministrative”. Il dibattito era così attuale che qualsiasi argomento poteva fornire l’occasione per ribadire quanto le Province rappresentassero uno spreco di denaro pubblico da impiegare altrove. Così l’allora ministro Antonio Di Pietro (Idv) pensava a reperire “le risorse da destinare alle forze dell’ordine e al personale giudiziario” proprio riducendo i costi della politica e “abolendo enti inutili come le Province e le Comunità montane”. Dopo la vittoria di Berlusconi, però, nulla si mosse. Come fece notare anche il leader dell’Udc Casini: “Un argomento trattato da tutti in campagna elettorale, anche se fino ad ora non si è fatto nulla”.

Non proprio tutti, però, erano a favore della cancellazione tout court. L’allora ministro Bersani sottolineava “l’importante funzione di programmazione” delle Province. Assolutamente contraria all’abolizione la Lega, intenta più che mai a difendere la gestione di quelle padane. Insomma, non si poteva buttare il bambino con l’acqua sporca. L’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, proponeva di eliminare “gli enti intermedi fra Comune e Provincia: Comunità Montane, Enti parco, Ato, favorendo semmai i consorzi fra Comuni”. Stessa ricetta per il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. E mentre Roberto Calderoli sottolineava che “ci sono province e province!”, l’allora ministro della Difesa La Russa (An) invitava invece la Lega a non opporsi alla chiusura di tutte le province, proprio sulla base del principio che non si potesse fare “alcune sì e altre no”. Ma di lì a qualche mese, a giugno 2009, ci sarebbero state proprio le elezioni provinciali.
E bisognava fare i conti con la dura realtà. Le Province significano consenso e sono strategiche sul territorio: l’abolizione poteva anche aspettare. I calcoli La Russa li aveva fatti: “Fra cinque anni, anche perché ora si sta per votare, ma bisogna mettere un paletto preciso con una legge che faccia diventare la legislatura provinciale che inizia nel 2009 una legislatura di passaggio di tutte le deleghe alle Regioni o ai Comuni o alle aree metropolitane”.

IL DIETROFRONT
Secondo gli intenti, quindi, dopo la parentesi del voto bisognava mettere mano alla riforma. D’altro canto Berlusconi in campagna elettorale era stato chiaro. Un primo segnale che non si lavorasse esattamente in quella direzione arrivò in autunno, quando il ministro della Semplificazione Calderoli dichiarò che nel programma di governo si parlava di “abolizione non delle inutili province, ma delle province inutili”. Pochi giorni prima, in Commissione Affari Costituzionali, il Carroccio aveva bloccato un tentativo dell’Idv di cancellare le amministrazioni provinciali dalla Costituzione. Il clima era cambiato. Ad aprile 2010 Berlusconi mise la parola fine al dibattito: nessuna abolizione delle Province, ma nessuna nuova Provincia. Il motivo? “Abbiamo fatto un calcolo – spiegò – si risparmiano solo 200 milioni, troppo poco per iniziare una manovra che scontenterebbe i cittadini”. La maggioranza aveva fatto il calcolo sì, ma solo dopo aver incassato il voto dell’elettorato.
Poi ci fu la telenovela della finanziaria 2010 con la soppressione di 10 piccole Province, provvedimento poi stralciato dal testo definitivo per un veto della Lega. Insomma, a fine anno il risultato era evidente: a due anni e mezzo dalle promesse elettorali la questione era allo stallo. Con Fini che accusava: “Le Province non si aboliscono perché la Lega ha voglia di tenerle come ulteriore anello territoriale”. “Berlusconi l’aveva proposto nell’ultima campagna elettorale: una delle tante promesse da marinaio” disse il leader di Sel Nichi Vendola.

BOCCIATA LA PROPOSTA DELL’IDV
Il 5 luglio 2011 la Camera
bocciò la proposta dell’Idv (che ci aveva già provato due anni prima con un ddl costituzionale) sull’abolizione delle Province e il Pd si astenne, affossando la norma. In quell’occasione anche il Pdl, che si era espresso contro, si divise. Per Di Pietro un “tradimento generalizzato degli impegni e dei programmi elettorali da sinistra a destra”. La risposta di Bersani? “Noi abbiamo la nostra riforma per ridurre le province, ma bisogna ragionare sulle istituzioni e non andare avanti a colpi di semplificazione”. Il giorno dopo, però, arrivò l’affondo di Matteo Renzi, sindaco di Firenze ed ex presidente della Provincia: “Il Pd ha perso un’ottima occasione per dare un segnale al Paese. E mi dispiace molto”. Dopo l’estate, a settembre 2011 venne approvato dal Consiglio dei Ministri il ddl costituzionale del governo ‘Soppressione di enti intermedi’, che prevedeva la cancellazione delle Province. Dopo il via libera del Parlamento, la parola ‘Province’ sarebbe stata cancellata dalla Carta. L’iter si è però interrotto con la crisi del quarto Governo Berlusconi.

L’ERA MONTI E LA BOCCIATURA DELLA CONSULTA
Da fine 2011 il governo Monti ha lavorato a una serie di provvedimenti che sarebbero andati a costituire la riforma. Il cosiddetto Salva-Italia, con cui si abolivano i consigli provinciali e si riducevano le competenze, il decreto legge 95/2012 sulla spending review con cui si prevedeva che il numero delle province sarebbe stato dimezzato e altri provvedimenti. Intanto non si parlava più di soppressione, ma di riordino. Criticato da Matteo Renzi: “O si aveva il coraggio di abolire del tutto gli enti provinciali, oppure bisogna trasformarli veramente in enti di secondo livello formati dai sindaci e senza doppi emolumenti”. E se la crisi del governo Monti ha poi bloccato la conversione in legge di un decreto, la pietra tombale l’ha messa una sentenza della Corte Costituzionale, la 220 del 3 luglio 2013, con la quale la
Consulta ha dichiarato incostituzionali tutte le disposizioni del Governo Monti. Si avvicinano le elezioni e, a livello nazionale, qualcun altro cambia idea. A due anni dall’astensione alla Camera con cui il Pd aveva affossato la proposta dell’Idv, l’abolizione delle province compare miracolosamente tra gli otto punti programmatici proposti da Bersani.




AI GIORNI NOSTRI
Passano gli anni, si succedono i premier, ma il refrain non cambia. Così si è assistito al discorso di investitura da presidente del Consiglio di Enrico Letta, che ufficializzava la cancellazione definitiva degli enti (senza neppure l’ipotesi di sostituirli con enti di secondo livello) con Daniela Santanché che si affrettava a ricordare che “l’abolizione delle Province era nel programma del Pdl” (a dire il vero in più di un programma elettorale, solo che lì è rimasta). Dopo Letta, la cancellazione è stata un chiodo fisso sia di Renzi che di Delrio. Che nel 2013, da ministro per gli Affari regionali, ha sentenziato: “Credo che sia la volta buona per abolire le Province”. Un anno dopo la riforma del ministro è diventata legge e Renzi ha festeggiato (forse troppo presto): “Abbiamo abolito le Province, avanti come un rullo compressore”.
Nelle intenzioni dell’esecutivo quelle misure servivano a costruire un ponte in attesa delle riforme costituzionali, ma in realtà l’abolizione non era mai stata tanto lontana. Da parte delle opposizioni (in prima fila Forza Italia) l’approvazione della legge è stata definita ‘golpe’, ‘pasticcio’, ‘imbroglio’, ‘truffa’ perché non avrebbe “cancellato le Province, ma creato poltrone in più”. Non è stato migliore il clima anti-referendum con Calderoli che ci ha (di nuovo) messo del suo: “Per il referendum sulla riforma costituzionale Renzi ha preparato un quesito che sembra un tentativo di circonvenzione dell’elettore”. La riforma prevedeva di eliminare la parola ‘province’ dall’articolo 114 della Costituzione, rimandando a una nuova legge ordinaria il riordino sostanziale. Ma le Province – come ormai accade da 50 anni – hanno assistito alla rottamazione di chi voleva rottamarle. Prima di Renzi, era capitato a Berlusconi, Monti e Letta. E ora c’è chi ha proposto di ripristinare l’elezione diretta di chi le rappresenta. Allora vale proprio tutto.