I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Bologna, insieme agli specialisti del Nucleo
Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche e con il supporto del Servizio
Centrale Investigazione Criminalità Organizzata, hanno eseguito un
provvedimento del Tribunale di Bologna – Sezione Misure di Prevenzione – che
dispone l’amministrazione giudiziaria di una società operante nel settore delle
criptovalute.
La misura, adottata ai sensi dell’articolo 34 del
Codice Antimafia su richiesta della Procura della Repubblica di Bologna –
dipartimento reati economici – riguarda una società di capitali con sede nel
capoluogo emiliano, attiva in tutta Italia attraverso servizi di
cripto-attività e gestione di crypto ATM.
Secondo gli investigatori si tratta
della prima applicazione, in questo settore economico-finanziario, di uno
strumento di controllo previsto dalla normativa antimafia. L’obiettivo è
imporre procedure operative e sistemi di controllo capaci di prevenire fenomeni
di riciclaggio e infiltrazioni criminali in un comparto considerato
particolarmente esposto al rischio di utilizzo illecito delle valute virtuali.
Contestualmente è stato disposto il
sequestro di 39 crypto ATM distribuiti in 27 province italiane, da Torino a
Catania, oltre a denaro contante per circa 380 mila euro e a un sito web
utilizzato per promuovere l’attività di compravendita di criptovalute.
Le indagini hanno accertato che la
società, una S.r.l. con sede a Bologna ma operativa sull’intero territorio
nazionale, non era in possesso delle autorizzazioni necessarie per svolgere
l’attività economica e avrebbe inoltre favorito operazioni di riciclaggio di
denaro di provenienza illecita.
I crypto ATM, esteriormente simili ai
normali sportelli bancari, consentono infatti di convertire denaro contante in
criptovalute – come Bitcoin o Ethereum – e viceversa. Proprio la possibilità di
trasformare contanti in valuta virtuale rappresenterebbe, secondo gli
inquirenti, un potenziale strumento di accesso anonimo al sistema finanziario
per soggetti interessati a occultare proventi illeciti.
Per questo motivo la normativa
italiana ed europea impone ai gestori di exchange e servizi di cripto-attività
specifici obblighi antiriciclaggio. Dagli accertamenti svolti dalla Guardia di
Finanza sarebbe emerso che il management della società avrebbe privilegiato la
massimizzazione dei profitti rispetto al rispetto delle procedure di controllo
previste dalla legge.
Le verifiche avrebbero inoltre
evidenziato che circa il 20% delle transazioni effettuate risultava
riconducibile a operazioni considerate a rischio riciclaggio. Secondo quanto
ricostruito dagli investigatori, la società avrebbe agevolato per milioni di
euro conversioni da e verso criptovalute effettuate da numerosi soggetti,
alcuni dei quali indiziati di gravi reati.
A partire dal 1° gennaio 2026,
inoltre, l’azienda avrebbe operato abusivamente sul territorio nazionale,
risultando priva dei requisiti richiesti dalla normativa di settore.
Per questi motivi la Procura di
Bologna ha disposto il sequestro dei beni aziendali con l’ipotesi di abusivismo
finanziario e ottenuto dal Tribunale l’applicazione della misura di prevenzione
dell’amministrazione giudiziaria. È stato nominato un amministratore incaricato
di introdurre più efficaci procedure di legalità e sistemi di gestione del
rischio di riciclaggio.
La misura prevista dal Codice
Antimafia punta a impedire che attività economiche formalmente lecite possano
continuare a operare in situazioni di contiguità con ambienti criminali.
L’operazione, sottolinea la Guardia di Finanza, conferma l’importanza del controllo sui circuiti di pagamento alternativi al sistema bancario tradizionale, in particolare nel settore delle valute virtuali, per contrastare fenomeni di riciclaggio e tutelare l’economia legale, gli operatori economici e i cittadini.
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