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lunedì 13 novembre 2023

Spariti nel nulla 9.500 interventi anti dissesto idrogeologico

 Le regioni hanno ricevuto fondi dal 1999 ad oggi, ma oltre 9 mila non sono stati portati a compimento. Opere di cui non si sa nulla, se siano in attesa di avvio o in fase di progettazione, se i relativi lavori siano stati aggiudicati o ultimati, o piuttosto modificati o revocati


di Francesco Cerisano

Spariti nel nulla. Circa 9.500 interventi anti-dissesto idrogeologico, per i quali le regioni hanno ricevuto fondi dal 1999 ad oggi, non sono stati portati a compimento. Opere di cui non si sa nulla; se siano in attesa di avvio o in fase di progettazione, se i relativi lavori siano stati aggiudicati o ultimati, o piuttosto modificati o revocati. I dati dell'Anac sullo stato di attuazione delle opere anti-dissesto idrogeologico, aggiornati a novembre 2023 ed elaborati incrociando i numeri dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) attraverso la Banca dati Rendis (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) e dalla Corte conti, fanno riflettere e aprono possibili scenari di danno erariale perché a sparire nel nulla non sono solo interventi che magari avrebbero potuto scongiurare situazioni di calamità naturale e salvare vite umane, ma anche tanti soldi pubblici trasferiti negli anni alle regioni: oltre 17 miliardi in totale che avrebbero dovuto finanziare 25.101 interventi di cui, come detto, 9.483 sono spariti dai radar dell'Anac.

E per questo l'Autorità anticorruzione presieduta da Giuseppe Busìa ha deciso di vederci chiaro, avviando un'indagine conoscitiva regione per regione che si concluderà entro fine anno per capire se i ritardi siano stati causati da intoppi burocratici oppure da altre motivazioni.

Alcune regioni hanno già risposto, comunicando all'Authority gli importi complessivi dei lavori che risultano ad oggi dotati di Codici identificativi gara (Cig). Si tratta della Basilicata (6,8 milioni) della Campania (249,5 milioni tra finanziamenti nazionali e regionali), dell'Emilia-Romagna (81,4 milioni), del Friuli Venezia Giulia (71,2 mln), della Liguria (177,9 mln) e della Toscana (48,6 mln). Le altre dovranno dare spiegazioni al più presto perché altrimenti il rischio che le procure della magistratura contabile possano attivarsi è reale.

I dati dell'Anac

I numeri dell'Anac hanno fotografato 24 anni di finanziamenti statali alle regioni. Un periodo in cui gli interventi finanziati hanno registrato oscillazioni numeriche piuttosto importanti, passando da un minimo di 2 nel 2012 a un massimo di 8.179 (per uno stanziamento di 4,2 mld) nel 2021. Incrociando i dati è emerso che le regioni che hanno messo in campo più interventi sono la Lombardia (2.558), il Piemonte (2.240), la Calabria (2.142) e il Veneto (1.870). In testa nella classifica della regione che si è portata a casa più soldi c'è però la Campania con 1,5 miliardi. Lombardia e Sicilia con 1,468 miliardi a testa si piazzano al secondo posto. Seguono il Veneto (1,382 miliardi), la Calabria (1,329 mld) e il Piemonte (1,093 mld). In totale, come detto, lo stanziamento complessivo è stato di oltre 17 miliardi per finanziare 25.101 opere contro il dissesto idrogeologico.

Peccato che, in 24 anni, solo un'opera su tre sia stata portata a compimento (8.073 su 25.101) mentre risultano ancora in corso di progettazione 4.348 opere e in esecuzione 2.649 interventi. Ma si contano pure, come evidenziato dall'Anac, 33 opere in attesa di avvio, 208 opere revocate o nulle, 16 in via di modifica, 114 lavori aggiudicati e 109 di cui è stata ultimata la progettazione. Il dato più preoccupante, in ogni caso, risiede in quei 9.483 progetti di cui non si sa più nulla.

L'indagine conoscitiva

L'Anac non vuole puntare il dito contro nessuno e ha spiegato che intende portare avanti a livello nazionale quel ruolo di vigilanza collaborativa che sta positivamente sperimentando in Emilia-Romagna al fianco del commissario per l'emergenza, Generale Francesco Paolo Figliuolo e a Ischia con il commissario Giovanni Legnini. Mentre hanno espresso interesse ad una collaborazione più fattiva le regioni Campania, Toscana, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Basilicata. “Anac si muove in via proattiva per sollecitare le pubbliche amministrazioni alla tempestiva realizzazione di opere fondamentali, quali quelle necessarie per evitare emergenze e ridurre i rischi idrogeologici”, ha spiegato il presidente Giuseppe Busía. “Vogliamo evitare che i fondi stanziati vengano spesi in ritardo o sprecati. L'indagine conoscitiva aperta vuole individuare i possibili rallentamenti ed affiancare le amministrazioni così da risolvere in tempi rapidi gli intoppi. Una sorta di vigilanza collaborativa preventiva”. “Vogliamo fare di più e muoverci in via preventiva, perché tali disastri non si ripetano, e i rischi siano ridotti”, ha proseguito Busía. “Purtroppo rileviamo una diffusa inefficacia delle misure finora adottate, con scarsa capacità di spesa e di realizzazione dei progetti, con interventi di natura prevalentemente emergenziale e non preventiva”.

(Segnalato da Dubbio) 

sabato 21 agosto 2021

Dichiarare il falso, ora conviene

Dichiarare il falso, per avere diritto alle prestazioni sociali e agli aiuti economici, si può. E se poi si viene scoperti non succede proprio niente, basta che ci siano di mezzo minori o situazioni familiari di particolare disagio


di Antonio Ciccia Messina


Dichiarare il falso, per avere diritto alle prestazioni sociali e agli aiuti economici, si può. E se poi si viene scoperti non succede proprio niente, basta che ci siano di mezzo minori o situazioni familiari di particolare disagio: in questi casi si conservano i sussidi economici e le altre prestazioni. Sembra paradossale, ma è proprio così.

È l'effetto della modifica dell'articolo 75 del DdPR 445/2000 apportata dall'articolo 264 del decreto legge 34/2020, che interviene sulla disciplina della decadenza dei benefici ottenuti da una pubblica amministrazione facendo uso di false dichiarazioni sostitutive di certificazioni o di notorietà. Questa è la prassi usuale per ottenere, ad esempio, un sussidio economico o una prestazione di assistenza domiciliare da parte dei servizi sociali comunali. Si compila un modulo autodichiarando di possedere i requisiti, economici e di altra diversa natura, previsti dalla legge e dai regolamenti comunali. Si ottengono i soldi o la prestazione e, poi, l'ente pubblico fa controlli sulle dichiarazioni sostitutive. Se si scoprono false dichiarazioni, ci sono due possibili conseguenze: la sanzione penale e la decadenza dei benefici.

Tutto ciò fino al 19 maggio 2020. Quando entra in vigore la modifica all'articolo 75 del dPR 445/2000 che, anche in caso di falsa dichiarazione fa salvi gli interventi, anche economici, in favore dei minori e per le situazioni familiari e sociali di particolare disagio.

L'effetto della modifica è che alla dichiarazione non veritiera, in due casi, non segue la decadenza dei benefici e, quindi, i soldi sono trattenuti e non devono essere restituiti e non c'è nessun risarcimento da pagare. Il primo caso è la destinazione dell'intervento a favore di minori; il secondo caso è quello delle situazioni familiari e sociali di particolare disagio.

Se il primo è caso è oggettivo, la seconda ipotesi è passibile di letture molto elastiche, non essendoci alcuna definizione vincolante di quale sia il disagio familiare o sociale e di quando questo non sia “ordinario”, ma “particolare”.

Si deve, poi, considerare che tale profili di disagio, per la sua vaghezza, comprendono, se non tutte, quasi tutte le possibili situazioni di tutti coloro che si rivolgono a i servizi sociali comunali.

L'effetto diretto di una norma di questo tipo diventa, di fatto, la inutilità di qualsiasi regolamentazione dei requisiti per ottenere una prestazione sociale sia economica sia di altra natura.

Si consideri, infatti, il caso della contestazione da parte del servizio sociale di avere sottoscritto dichiarazioni non vere, in conseguenza delle quali è stato erogato un sussidio. Ad esempio, il servizio sociale contesta all'utente di avere dichiarato di non avere soldi in banca o altri beni, invece, si scopre che ce ne sono.

L'utente, a questo punto, potrà ribattere che comunque si trova in una posizione di particolare disagio familiare o sociale e la contestazione è neutralizzata. In sostanza è come se tutte le regole, comprese quelle sull'Isee, che prevedono requisiti per accedere a una prestazione sociale abbiano una deroga a favore di soggetti in situazioni particolarmente disagiate.

Segnalato da Dubbio da ItaliaOggi

sabato 10 marzo 2018

Ok telecamere con lettura delle targhe

Sollecitato da Marco

Un moderno impianto di videosorveglianza urbana deve essere dotato di varchi lettura targhe in grado di controllare il traffico per fini statistici, ambientali e di polizia. Ma prima di collegare il sistema alla banca dati dei veicoli rubati per un uso interforze sarà necessario definire formalmente i diversi ruoli degli attori presentando un progetto ad hoc in prefettura rispettoso anche del codice privacy. Lo ha chiarito la prefettura di Roma con la circolare n. 51065 dell'8 febbraio scorso. L'evoluzione dei moduli di controllo del territorio attraverso impianti di videosorveglianza sempre più performanti sta comportando, di fatto, una notevole proliferazione dei sistemi di lettura targhe che ora consentono sia di valutare in tempo reale la regolarità di ogni passaggio in relazione per esempio alla copertura assicurativa, alla revisione e all'inserimento della targa tra quelle da ricercare per finalità di polizia (veicolo rubato o da ricercare). Questi sistemi ibridi, in genere di proprietà dei comuni, per essere utilizzati nello spirito del pacchetto sicurezza in modalità condivisa tra polizia locale, carabinieri ecc, richiedono però una preventiva valutazione tecnica e strategica da presentare in prefettura, rispettosa delle diverse prerogative delle forze di polizia e del diverso impatto privacy. Per permettere il collegamento degli impianti con il server ministeriale dedicato ai veicoli rubati denominato Scntt, il Viminale ha diramato specifiche indicazioni con una nota del 12 gennaio 2018. E' quindi necessario, specifica la circolare capitolina, “che le caratteristiche infrastrutturali dei sistemi di lettura targhe, gestiti dalle amministrazioni locali, siano preventivamente sottoposte all'esame del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica per l'approvazione delle caratteristiche infrastrutturali (ubicazione del sistema centrale e dei dispositivi di lettura targhe sul territorio), e dell'eventuale interconessione primaria verso i sistemi di acquisizione dati dislocati presso gli uffici territoriali della polizia di stato”. Spetterà alla prefettura coordinare tutte queste iniziative.