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martedì 29 ottobre 2024

Il numero di pubblica utilità 1522: dati aggiornati dal 2013 al 2024

 Utile alle vittime di violenza di genere e stalking



L’Istat ha pubblicato le nuove tabelle con i dati settimanali e trimestrali provinciali relativi al numero di pubblica utilità 1522, coprendo il periodo dal 2013 al 2024. Questo servizio, promosso dal Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è una risorsa gratuita pensata per offrire supporto alle vittime di violenza di genere e stalking, in linea con la Convenzione di Istanbul. Il numero è operativo 24 ore su 24, garantisce l’anonimato e offre assistenza in cinque lingue: italiano, inglese, francese, arabo e spagnolo.

Il database del 1522 viene regolarmente aggiornato con l’aiuto delle amministrazioni regionali e delle associazioni attive sul territorio. Ogni nuovo centro o servizio viene registrato con informazioni complete su indirizzo e modalità di accesso, consentendo agli operatori di fornire alle vittime un’assistenza tempestiva e puntuale.

Aggiornamento dati: Il 23 ottobre 2024, le tabelle provinciali settimanali e trimestrali sono state integrate con i dati del secondo trimestre del 2024.

domenica 19 maggio 2024

Occupati e disoccupati marzo 2024

 



A marzo 2024, rispetto al mese precedente, aumentano gli occupati e gli inattivi, mentre diminuiscono i disoccupati.

L’occupazione cresce (+0,3%, pari a +70mila unità) per uomini e donne, per dipendenti e autonomi e per tutte le classi d’età a eccezione dei 35-49enni che registrano un calo. Il tasso di occupazione sale al 62,1% (+0,2 punti).

Similmente, il numero di persone in cerca di lavoro diminuisce (-2,8%, pari a -53mila unità) per entrambi i generi e in ogni classe d’età tranne per i 35-49enni. Il tasso di disoccupazione totale scende al 7,2% (-0,2 punti), quello giovanile al 20,1% (-2,3 punti).

La crescita del numero di inattivi (+0,1%, pari a +12mila unità, tra i 15 e i 64 anni) si osserva solo per gli uomini e gli under 50; tra chi ha almeno 50 anni l’inattività diminuisce. Il tasso di inattività si mantiene stabile al 33,0%.

Confrontando il primo trimestre 2024 con il quarto 2023, si registra un aumento del livello di occupazione pari allo 0,2%, per un totale di 56mila occupati.

La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa alla diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-2,1%, pari a -40mila unità) e all’aumento degli inattivi (+0,3%, pari a +40mila unità).

Il numero di occupati a marzo 2024 supera quello di marzo 2023 dell’1,8% (+425mila unità). L’aumento coinvolge uomini, donne e tutte le classi d’età, a eccezione dei 35-49enni per effetto della dinamica demografica negativa: il tasso di occupazione, che nel complesso è in aumento di 1,0 punti percentuali, sale anche in questa classe di età (+0,6 punti) perché la diminuzione del numero di occupati 35-49enni è meno marcata di quella della corrispondente popolazione complessiva.

Rispetto a marzo 2023, calano sia il numero di persone in cerca di lavoro (-7,4%, pari a -148mila unità) sia quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1,7%, pari a -213mila).

A marzo 2024 la crescita dell’occupazione è effetto dell’aumento sia dei dipendenti, che raggiungono i 18 milioni 793mila, sia degli autonomi, pari a 5 milioni 56mila.
Il numero degli occupati – 23 milioni 849mila – è superiore di 425mila unità rispetto a marzo 2023, come conseguenza dell’incremento di 559mila dipendenti permanenti e di 46mila autonomi, a fronte della diminuzione di 180mila dipendenti a termine.
Su base mensile, il tasso di occupazione sale al 62,1%, quello di disoccupazione scende al 7,2%, mentre il tasso di inattività è stabile al 33,0%.
 

martedì 2 aprile 2024

Indicatori demografici del 2023 rilevati da Istat

 Popolazione quasi stabile grazie alle immigrazioni dall’estero

Natalità in discesa, mortalità in forte calo: sei neonati e 11 decessi per 1.000 abitanti.

Più immigrati e meno emigrati dell’anno precedente: il saldo migratorio netto sale da +261mila nel 2022 a +274mila nel 2023.

Calo demografico più sensibile nei Comuni delle Aree interne del Mezzogiorno: variazione di circa il 5 per mille in meno sull’anno precedente; riduzione della popolazione in quattro comuni su cinque.

Popolazione residente straniera in crescita: 5 milioni e 308mila individui al 1° gennaio 2024, +166mila sull’anno precedente.

 

L’Istat produce e diffonde statistiche di mortalità sulla base di fonti diverse, ognuna con peculiarità e finalità proprie.
Riguardo alle statistiche demografiche relative ai decessi, vengono prodotti e diffusi dati sia da fonte stato civile sia da fonte anagrafica, con cadenza mensile ed annuale.

I decessi di fonte anagrafica fanno riferimento alla popolazione iscritta in Anagrafe, cioè alla ‘popolazione residente’, indipendentemente da dove il decesso sia avvenuto (Italia o estero). I decessi di fonte stato civile si riferiscono invece alla ‘popolazione presente’, quindi ai decessi avvenuti in Italia di qualsiasi cittadino italiano o straniero, residente e non.

Le statistiche di mortalità per causa derivano dalla “Indagine su decessi e cause di morte” e si basano sulle certificazioni delle cause di morte effettuate dai medici (DPR 285 del 1990), che devono essere fatte pervenire agli Uffici di Stato Civile dei Comuni.

  • Decessi anni 2011-2024
  • Cause di morte
  • Rilevazioni in dettaglio
  • Normativa comunitaria
  • Certificazione e Classificazione ICD-10 del COVID-19
  • Informazioni sulla mortalità per influenza e polmoniti 
(Segnalato da Dubbio) 

sabato 5 agosto 2023

Dati sugli occupati e disoccupati - giugno 2023

 

ISTAT informa:

A giugno 2023, rispetto al mese precedente, all’aumento degli occupati si associa la diminuzione dei disoccupati e degli inattivi.

L’occupazione cresce (+0,3%, pari a +82mila unità) per uomini e donne, per tutte le classi d’età e per i dipendenti, calando solo tra gli autonomi. Il tasso di occupazione sale al 61,5% (+0,2 punti).

Il numero di persone in cerca di lavoro, rispetto a maggio 2023, diminuisce (-2,3%, pari a -44mila unità) anch’esso per uomini e donne e per tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione totale scende al 7,4% (-0,2 punti), quello giovanile al 21,3% (-0,4 punti).

Il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni cala (-0,3%, pari a -43mila unità) per entrambi i sessi e tra gli over 24, restando sostanzialmente stabile tra i più giovani. Il tasso di inattività scende al 33,5% (-0,1 punti).

L’incremento del numero di occupati si osserva anche confrontando il secondo trimestre 2023 con il primo (+0,6%, pari a +147mila unità).

La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa alla diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-4,0%, pari a -80mila unità) e degli inattivi (-0,5%, pari a -60mila unità).

Il numero di occupati a giugno 2023 supera quello di giugno 2022 dell’1,7% (+385mila unità). L’aumento coinvolge uomini, donne e tutte le classi d’età, ad eccezione dei 35-49enni per effetto della dinamica demografica negativa; il tasso di occupazione, che nel complesso è in aumento di 1,1 punti percentuali, sale anche in questa classe di età (+0,7 punti) perché la diminuzione del numero di occupati 35-49enni è meno marcata di quella della corrispondente popolazione complessiva.

Rispetto a giugno 2022, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-8,7%, pari a -178mila unità) sia il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni (-2,2%, pari a -280mila).

domenica 8 gennaio 2023

Istat: dati su potere d'acquisto e spesa pubblica


Secondo gli ultimi dati Istat “Nel terzo trimestre del 2022, l’indebitamento delle Amministrazioni pubbliche sul Pil si è ridotto in termini tendenziali proseguendo, per il sesto trimestre consecutivo, il suo percorso di miglioramento”.

L'Istat nei dati sui conti Trimestrali rivela inoltre come sono aumentati il reddito delle famiglie consumatrici in termini nominali (+1,9% rispetto al trimestre precedente), e i consumi finali (+4,1%) mentre "la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stimata al 7,1%, in calo di 1,9 punti.

Il potere d’acquisto delle famiglie si è mantenuto in lieve crescita nonostante l’aumento del livello dei prezzi. Il forte aumento della spesa per consumi finali registrata nel trimestre ha rafforzato il sentiero di discesa della propensione al risparmio, che è scesa a livelli inferiori rispetto al periodo pre-covid”.

Nel terzo trimestre 2022 l'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni in rapporto al Pil è stato pari al -4,7% (-6,2% nello stesso trimestre del 2021). Mentre il saldo primario (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato negativo, con un'incidenza sul Pil del -0,7% (-2,8% nel terzo trimestre del 2021).


sabato 12 giugno 2021

IMPATTO DELL’EPIDEMIA COVID-19 SULLA MORTALITÀ TOTALE DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE


Dubbio Propone:  


Il sesto Rapporto prodotto congiuntamente dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) presenta una sintesi delle principali caratteristiche di diffusione dell’epidemia Covid-19 e del suo impatto sulla mortalità totale del 2020 e un’analisi dettagliata della nuova fase epidemica che, nel primo quadrimestre 2021, si caratterizza anche per la progressiva diffusione della vaccinazione Covid-19.

Contestualmente vengono diffusi dall’Istat i dati sui decessi giornalieri per tutti i comuni aggiornati fino al mese di marzo 2021. La base dati di mortalità giornaliera, che l’Istat ha reso disponibile per il monitoraggio tempestivo dei decessi, è consolidata a distanza di 45 giorni rispetto alla data di evento mediante l’integrazione delle notifiche di cancellazione per decesso di fonte anagrafica (ANPR e comuni) con i dati sui deceduti risultanti all’Anagrafe tributaria. Nel Report si fornisce inoltre una stima anticipatoria a livello regionale, a soli 15 giorni di ritardo data, relativamente ai decessi per il complesso delle cause avvenuti nel mese di aprile 2021.

I dati, relativi a tutti i casi di Covid-19 diagnosticati microbiologicamente (tampone naso-faringeo positivo a SARS-Cov-2) provenienti dai laboratori di riferimento regionali, vengono raccolti dalle Regioni/Province Autonome attraverso una piattaforma web dedicata e sono aggiornati quotidianamente da ciascuna Regione.

I dati commentati nel Rapporto sono in continua fase di perfezionamento. La scelta di assumere come riferimento il periodo gennaio-aprile 2021 consente di effettuare l’analisi dell’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente su una base dati il più possibile consolidata.

*Dati sui decessi

domenica 19 gennaio 2020

A proposito di 'prezzi al consumo'

Proposto

Nel mese di dicembre 2019, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenti dello 0,2% su base mensile e dello 0,5% su base annua (in ripresa da +0,2% del mese precedente), confermando la stima preliminare.
In media, nel 2019, i prezzi al consumo registrano una crescita dello 0,6%, dimezzando quella del 2018 (+1,2%). Al netto degli energetici e degli alimentari freschi (l‘“inflazione di fondo”), la crescita dei prezzi al consumo è stata dello 0,5% (da +0,7% dell’anno precedente).
La lieve accelerazione dell’inflazione nel mese di dicembre è imputabile prevalentemente all’inversione di tendenza dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (che passano da -3,0% a +1,6%).
L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici decelerano di un decimo di punto, rispettivamente da +0,7% a +0,6 e da +0,8% +0,7%.
L’aumento congiunturale è dovuto alla crescita dei prezzi di più componenti merceologiche e in particolare dei Servizi relativi ai trasporti (+0,9%), dei Beni alimentari non lavorati (+0,6%), dei Beni energetici non regolamentati e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,4% per entrambi). Diminuiscono invece i prezzi dei Beni alimentari lavorati (-0,5%).
I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dello 0,6% su base annua (da +0,5%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto dell’1,0% (da +0,4% del mese precedente), registrando in entrambi i casi una crescita più sostenuta di quella riferita all’intero paniere.
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,2% su base mensile e dello 0,5% su base annua (da +0,2% di novembre), confermando la stima preliminare. La variazione media annua del 2019 è pari a +0,6% (era +1,2% nel 2018).
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,2% su base mensile e dello 0,4% rispetto a dicembre 2018. La variazione media annua del 2019 è pari a +0,5% (era +1,1% nel 2018).
Nell’approfondimento si analizza l’impatto che l’inflazione, misurata dall’IPCA, ha avuto nel 2019 sulle famiglie distinte per livelli di consumo, in particolare su quelle con minore e maggiore capacità di spesa.


sabato 24 novembre 2018

Gli incidenti stradali, a Emilia Romagna costano 1,7 mld

Lievissimo calo di schianti e feriti, ma aumentano le vittime

 © ANSA

Da ANSA
 
    Nel 2017 in Emilia-Romagna sono stati 17.362 gli incidenti stradali, con 378 morti e 23.500 feriti. Lo dicono i dati dell'Istat che osserva, rispetto al 2016, un calo degli incidenti (-0,3%) e dei feriti (-0,4%) in regione, in misura più contenuta rispetto ai numeri nazionali (rispettivamente -0,5% e -1,0%). Mentre si registra, al contrario, un aumento del numero di vittime della strada (+23,1%) nettamente superiore al dato nazionale (+2,9%). Inoltre in regione l'incidenza degli utenti vulnerabili per età (bambini, giovani e anziani), deceduti in incidente stradale, è superiore alla media nazionale (48,4% contro 45,2%).
    E nel 2017 il costo dell'incidentalità con danni alle persone è stimato in oltre 17 miliardi di euro per l'intero territorio nazionale (287,8 euro pro capite) e in 1,7 miliardi (393,5 euro pro capite) in Emilia-Romagna; la regione incide per il 10,% sul totale nazionale.

martedì 22 maggio 2018

Nella Città metropolitana Bologna oltre il milione di abitanti.

Più di 118mila stranieri, nel capoluogo sono 15,3% residenti

Da ANSA
 
Sono 1.011.378 gli abitanti della città metropolitana di Bologna al 31 dicembre 2017, di cui 487.254 maschi e 524.124 femmine, con un incremento pari allo 0,2% rispetto all'anno precedente, ovvero 2.168 residenti. I residenti con cittadinanza straniera sono 118.770, di cui 54.087 femmine e 64.683 maschi. Rispetto al primo gennaio 2017 sono aumentati di 909 unità, lo 0,8%, e rappresentano l'11,7% dei residenti. Questa percentuale raggiunge il 15,3% a Bologna, il 15% a Crevalcore e il 14,5% a Galliera.
    I comuni con la maggiore variazione percentuale dei residenti rispetto all'anno precedente sono Fontanelice (+1,8%), San Giorgio di Piano (+1,4%), Malalbergo (+1,3%) e Sant'Agata Bolognese (+1,2%); quelli con la diminuzione più rilevante sono Castel del Rio, Borgo Tossignano e San Benedetto Val di Sambro.
    I numeri definitivi saranno pubblicati a metà anno dall'Istat.

domenica 29 ottobre 2017

Più vecchi e poveri: stiamo peggio di 60 anni fa

L'Italia di 60 anni fa era più giovane, più ricca di speranze e di opportunità per le nuove generazioni di quella di oggi. 
 

Aveva molti meno soldi, la vita media era molto minore, ma la gente era più felice, anche se andava in vespa o in Lambretta anziché in auto mobile e se viaggiava in terza classe, in vecchi vagoni, anziché con l'AV. Il quadro che l'Istat ci presenta di come era l'Italia 60 anni fa si apre con la giovinezza della popolazione di allora: la metà della popolazione italiana aveva 31 anni e ora ne ha più di 45.
La piramide demografica si è rovesciata. Ciò perché allora la vita media degli italiani era più corta dei paesi europei. Ma la popolazione in Italia di media è invecchiata anche perché ci sono meno nascite: le donne ora fanno meno figli di allora e spesso sopra i trent'anni. Però alle nascite la mortalità in Italia è sotto il 3 per mille (fra le più basse d'Europa) allora era il 50 per mille e in Europa il 4 per mille. Per capire, però, che cosa è cambiato, nella vita quotidiana dobbiamo considerare il tipo di lavoro che si faceva allora e quello che si fa oggi. In Italia allora il 15% della popolazione attiva era occupata in agricoltura, adesso solo lo 1,3%. L'Italia era allora un paese ad alto sviluppo economico, a causa del suo sviluppo industriale, con tasso di crescita del Pil che superava il 5% negli anni 50 e che negli anni 60 non discese sostanzialmente sotto il 5%. Ora noi ci compiacciamo della crescita dello 1,5% e aspiriamo al 2%. Il benessere misurato in Pil per abitante aumentava, nelle famiglie oramai tutti avevano in frigorifero, molti avevano la lavatrice, la cucina si modernizzava, sparivano i bagni sul ballatoio, c'erano quelli in casa, piastrellati, con la vasca e il lavabo. Le automobili che alla fine degli anni 60 erano ancora 20 per abitante, nonostante la vorticosa crescita nel precedente ventennio, ora sono 60 per abitante contro la media europea di 50, ma abbiamo lo smog. Allora la disoccupazione era al 4% ed ora è tre volte tanto. Il tasso di occupazione era il 60% della popolazione, ora è il 57%, nonostante ci siano meno giovani. Allora molti emigravano perché le donne facevano più di due figli e si lasciavano i paesi agricoli sovra popolati. Le donne che lavoravano nei campi cercavano lavoro nell'industria e nei servizi in Italia e lo trovavano. Anche oggi gli italiani emigrano ma per ragioni diverse.
E questo è il punto dolente: una volta infatti i nostri emigranti erano manodopera che cercava lavoro all'estero (lasciando le campagne e le montagne) con una agricoltura che cresceva ma usava più macchine e meno braccia. Ora gli italiani che emigrano sono giovani e persone di mezza età qualificate, che cercano all'estero un lavoro adatto alla propria competenza e al proprio impegno che in Italia non trovano, mentre il flusso degli immigrati in Italia ha una bassa qualificazione. Che cosa è accaduto? Perché l'economia si è ingessata e si stava meglio quando si stava peggio, anche solo negli anni 80? La risposta è che nel Dopoguerra, caduto il fascismo con le sue bardature corporative, c'era libertà economica e le iniziative si potevano esplicare, trovando il compenso per il merito anziché l'automatismo delle carriere e l'appiattimento retributivo. C'erano anche altre tre cose importanti: una classe politica con De Gasperi, Vanoni, Einaudi, Togliatti, Nenni, Saragat, Pella, Martino e Di Vittorio. C'era l'etica del lavoro, materiale e intellettuale. C'erano i valori. Si studiavano Croce, Marx, Popper e c'era Eugenio Montale. La pressione fiscale era bassa e comunque favoriva il risparmio.

Fonte, Il Giornale.it

martedì 31 maggio 2016

Casalecchio di Reno. La 3AE del Leonardo da Vinci presenta i risultati di un'indagine statistica.



Domani, mercoledì 1 giugno, alle 15, presso la Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno, verranno presentati i risultati di un'indagine statistica svolta dagli studenti del Liceo Leonardo da Vinci , in collaborazione con Istat, su consumi culturali e soddisfazione per i servizi degli utenti di Casa della Conoscenza.
Tra i mesi di marzo e aprile, un gruppo di studenti della classe 3AE del Liceo Scientifico Statale ha svolto un'indagine statistica sugli interessi culturali degli utenti della Casa e sulla loro soddisfazione per i servizi ricevuti. L'indagine, svolta con l' Istituto Nazionale di Statistica, ha coinvolto ben 887 utenti della struttura, consentendo di tracciarne un profilo socio-demografico e di verificarne i consumi culturali generali (lettura di quotidiani, frequenza a spettacoli e mostre) e la soddisfazione/insoddisfazione per i diversi servizi offerti.


Nell'incontro di presentazione, dopo la registrazione dei partecipanti, Marco Ricci, responsabile della sede Istat per l'Emilia-Romagna, illustrerà in un suo intervento "L'Istat e la promozione della cultura statistica". A seguire, Alfiero Salucci, docente del Liceo, interverrà su "Orientamento e alternanza scuola lavoro: l'avvio di un percorso di alleanza fra scuola e territorio". Gli studenti della classe 3AE del Liceo presenteranno quindi la propria esperienza di rilevatori e tutti i più significativi risultati dell'indagine.

La partecipazione è libera

Per informazioni: Tel. 051.598243 – E-mail info@casalecchiodelleculture.it



mercoledì 20 aprile 2016

Ma i giovani vogliono ancora vivere in Italia? Senza di loro un Paese nei guai

Un lettore ha inviato questo di Enrico Marro pubblicato dal Sole 24 Ore:
 
Ma i giovani vogliono ancora vivere in Italia? La domanda è legittima, spiega Cinzia Conti, la ricercatrice Istat che ha coordinato l’indagine sull’Integrazione scolastica e sociale delle seconde generazioni cofinanziata da Unione europea e ministero dell’Interno. La ricerca, pubblicata il mese scorso, ha coinvolto le scuole secondarie di primo e secondo grado con almeno cinque alunni di cittadinanza straniera.
I risultati sono interessanti. E allarmanti. Dall’indagine emerge che, una volta adulti, il 42,6% dei ragazzi italiani e il 46,5% di quelli stranieri vogliono andarsene a vivere all’estero. Per gli stranieri «si potrebbe pensare che si tratti di nostalgia di “casa”, ma non è così - spiega Conti su Neodemos.info - . In realtà solo il 22% dei giovani stranieri vuole tornare nel Paese in cui è nato o in quello dei genitori, molti di più vogliono andare in altri Stati». Con alcune nazionalità che alzano la media: sono oltre il 60% i ragazzi indiani che desiderano andarsene dall’Italia, seguiti dai marocchini (51,6%), dai filippini (51,4%) e dagli albanesi (45,8%).
Ma il bello è che, appunto, anche il 42,6% dei teenager italiani dichiara di voler scappare oltreconfine. Dove, in particolare? I giovani italiani puntano con grande decisione sugli Stati Uniti (31,9% di quanti vorrebbero emigrare dalla Penisola), seguiti da Gran Bretagna (11,5%), Australia (8,2%), Spagna (7,4%), e più a distanza da Germania (6,6%) e Francia (5,2%). Assai più distaccati sono Canada (3,2%), Giappone (2,3%), Svizzera (2,1%) e Brasile (2%). E gli stranieri? La loro top ten è simile a quella degli italiani, con gli Stati Uniti che dominano e - solo per gli stranieri nati all’estero - un appeal leggermente maggiore della Germania rispetto alla Gran Bretagna.
«Certo si tratta dei desideri, dei sogni, di ragazzi adolescenti - spiega ancora Cinzia Conti - ma forse, considerati insieme agli indicatori demografici diffusi di recente, ci dicono che il problema odierno e futuro del nostro Paese non è tanto l'“invasione” degli stranieri, quanto il fatto che l’Italia rischia di trasformarsi di nuovo in Paese di emigrazione». In cui ad andarsene - continua la ricercatrice - non sono più solo i “cervelli”, persone cioè altamente qualificate in cerca di lavori più stimolanti, ma in generale giovani in cerca di un’occupazione qualsiasi. E con l’aggravante che, a differenza, degli anni Cinquanta e Sessanta, a sostenere questa migrazione non ci sarebbe nemmeno un alto tasso di natalità.
Il quadro, insomma, è preoccupante. Nel 2015, per la prima volta dal 1917, il nostro Paese ha registrato una rilevante inversione di tendenza: la popolazione anziché aumentare è diminuita di 139mila unità rispetto all’anno precedente, per effetto dell’aumento della mortalità, dell’emigrazione, del calo dell’immigrazione e della raffica di record negativi sui tassi di natalità. Il brutto, sottolinea Cinzia Conti, è che «anche gli stranieri sembrano ormai pensare meno all’Italia come alla “terra promessa”. Non solo, infatti, nel 2015 si è registrato un contenuto aumento della popolazione straniera residente (circa 39mila unità), ma sono diminuite le nascite da madre straniera di circa 5mila unità rispetto all’anno precedente, anno in cui già si era registrata una diminuzione». Segnali - conclude la ricercatrice - che raccontano quanto il nostro Paese abbia perso appeal come posto dove vivere e far vivere i propri figli.

domenica 13 marzo 2016

Gli emiliani calano per la prima volta dopo vent'anni. Istat: 3mila residenti in meno nel 2015. Cresce la mortalità rispetto ai nuovi nati.

Da R.it Bologna.

Gli emiliani calano per la prima volta dopo vent'anni


L’Emilia Romagna si restringe. E non accadeva da vent’anni. Nel 2015 la popolazione residente in regione registra infatti un primo calo, significativo anche se lieve. Si tratta di 3mila persone in meno, nemmeno l’un per mille del totale. Sufficiente, però, per incidere. Una prima battuta d’arresto al trend di crescita che dominava ormai dal londano dal 1996.
"Cambiamento rilevante". A parlare sono i dati diffusi qualche giorno fa dall'Istat. Al primo gennaio 2016 la conta dei residenti emiliano romagnoli si ferma a quota 4 milioni e 447mila, che significa 3mila e 500 persone in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È bene premettere che si tratta di stime, elaborate su dati parziali. Ma, stando al sito della Regione, si può già parlare di "un cambiamento rilevante nella situazione storica che, dagli anni cinquanta in avanti, aveva sempre visto aumentare gli abitanti, salvo che nel periodo 1984-1989".
Natalità e mortalità. In realtà, guardando sempre alle serie storiche dell’Istat, anche nei primi anni ’90 si è registrata una nuova flebile contrazione. Solo a partire dal 1996 la crescita è ripresa decisa. Un trend rimasto costante nel tempo (anche se il sito di statistica della Regione, che presenta dati diversi da quelli Istat, fotografa una contrazione già nel 2014), che sembra però subire ora una prima frenata. Secondo viale Aldo Moro il calo sarebbe da attribuire alla cosiddetta componente naturale, ormai negativa dalla metà degli anni settanta ma "per la prima volta non compensata dalla dinamica del saldo migratorio". In altre parole, nel 2015 abbiamo assistito ad un ulteriore contrazione delle natalità, che già nel quinquennio precedente erano calate di 5mila unità. E, soprattutto, ad un vero e proprio picco di mortalità: l’11% in più, che tradotto in valore assoluto restituisce curiosamente proprio 3mila e 400 decessi.

Sulle cause si procede ancora per ipotesi: dalla variabile strutturale all’"effetto rimbalzo che si ha dopo periodi di contrazione". Nel 2013 e 2014, infatti, è stata riscontrata una diminuzione delle scomparse. Il macabro calcolo che contrappone nascite a decessi è impietoso. Nel 2015, infatti, sono morte 16mila persone in più rispetto a i nuovi nati. L’Emilia-Romagna, comunque, è in buona compagnia. A livello nazionale la popolazione è calata di 140mila unità, e solo Lombardia e Trentino hanno un saldo positivo, e in alcune regioni, vedi Liguria, si arriva all’8‰.