Post di Roberto Parmeggiani, sindaco di Sasso Marconi
E
ora che abbiamo finalmente ucciso il woke — che poi molti di quelli
che ne parlano non sanno nemmeno cosa sia, perché un concetto complesso
andrebbe studiato, approfondito, letto nel suo contesto di nascita, osservato
da più punti di vista e interpretato nel suo sviluppo storico, mentre noi,
ormai, siamo abituati a rimanere sulla superficie della superficie — comunque,
visto che ci siamo liberati di questo woke che limitava tanto la
nostra libertà di espressione, possiamo tornare a chiamare le cose con il loro
nome.
Le
persone con disabilità possiamo tornare a chiamarle deficienti,
o almeno handicappate.
Le
persone omosessuali possiamo riprendere a chiamarle froci e invertiti.
E
secondo me dobbiamo rendere di nuovo possibile il matrimonio riparatore,
perché non trovo giusto condannare l’uomo per qualcosa che è insito nella sua
indole di maschio, quando invece gli si può offrire l’opportunità di riparare a
un errore assumendosi una responsabilità.
Visto
che ci siamo finalmente liberati del woke, possiamo anche mettere i
bambini e le bambine — scusate, è woke anche non usare il maschile
sovraesteso — con disabilità in spazi separati, in modo che non soffrano troppo
per le richieste della scuola.
Possiamo
ritornare ad affermare, senza nessun tipo di remora, che un uomo che fa danza è
un ricchione. Possiamo dirlo, usarlo come definizione.
La
donna che mette la minigonna e viene stuprata è una puttana e,
quanto al fatto che vada a votare, bisogna pensarci, perché i suoi ormoni non
le permettono di scegliere in maniera lucida.
Se
il woke, che in Italia non è mai esistito, non è l’unica soluzione, ma
sarebbe comunque un pezzo di un sistema più ampio di tutela dei diritti, di
certo non lo è il ritorno a un linguaggio offensivo e discriminatorio.
Non sono solo parole: è un sistema di potere, nel quale qualcuno è più
libero di qualcun altro.
(Suggerito
da Dubbio)
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