Post di Giovanni Favia
Il mio amico Davide Daniza Celli non capisce l’urbanistica
tattica. Non era un servizio ferroviario metropolitano: era un’esperienza
immersiva di comunità. E poi, anche lui: viene a Bologna e non si porta dietro
un ombrellone?
Storie di ordinaria follia in un giorno di fine agosto
Questa mattina sono dovuto andare a Bologna. I treni della
linea Porretta Terme-Bologna sono ridotti al lumicino, così mi segno
meticolosamente gli orari di andata e ritorno.
Quando ho sbrigato gli impegni, decido di tornare in
stazione. Un annuncio mi informa che il pullman per Porretta è in partenza dal
piazzale antistante. Mi chiedo se il treno sia stato soppresso. Guardo il
tabellone: no, è confermato. Parte dal secondo binario ovest e termina a Sasso
Marconi. Ottimo: la mia macchina è parcheggiata lì. Quindi non prendo il
pullman.
Il treno parte e, una volta raggiunta la stazione di
Casalecchio Garibaldi, si ferma. Passano alcuni minuti più del previsto. Tutti
attendono un annuncio. Nulla.
Improvvisamente arriva il controllore: «Il servizio è
sospeso. Il treno si ferma qui. Forza, scendete dal treno».
Gli corro dietro: «Mi scusi? Cosa succede?», chiedo.
«Scenda dal treno, prego», risponde.
«E chi deve andare a Sasso?», domando.
Non fa neanche in tempo a rispondermi: «Tutti giù dal treno.
Servizio sostitutivo, c’è un pullman sul piazzale».
Tutti quelli che erano sul treno raggiungono il piazzale, ma
del pullman non c’è traccia.
Il sole picchia sulle nostre teste. Si scatena una corsa
disperata alla ricerca delle poche zone d’ombra disponibili. Le nuove
piantumazioni sono secche. Le zone ombrose si affollano.
Dopo i primi quindici minuti, alcuni passeggeri si
allontanano a piedi. Un vecchio tenta di fermare un’auto. Un ragazzo alza il
pollice per fare l’autostop. Il sole non dà tregua.
Dopo venti minuti arriva un autobus, peraltro già pieno, che
viene preso d’assalto, salvo scoprire che si tratta del servizio sostitutivo
che da Vignola raggiunge Bologna.
Poi arriva un altro autobus. La gente appena scesa sale sul
mezzo, salvo dover ridiscendere dopo aver capito che anche quello è diretto a
Bologna.
Passano altri venti minuti.
Un passeggero sacrifica la sua borraccia per abbeverare un
anziano stremato dal caldo. Finalmente arriva un altro autobus. Questa è la
volta buona.
Ma è un solo mezzo e i passeggeri di un intero treno vi si
stipano dentro come sardine.
«C’è una donna con un bambino piccolo! Chi cede il suo
posto?», grida un signore.
«C’è anche una signora anziana!», grida un altro.
«Questo signore, anche questo signore non si sente bene!»,
urla uno straniero.
Si diffonde un odore sgradevole, ma non c’è spazio per
cambiare il neonato, che ha scelto il momento peggiore per andare di corpo.
Il mio vicino, incurante di tutto, si mangia un panino e,
quando apre la lattina, mi schizza in faccia un po’ di Coca-Cola. Vi dirò: era
bella fresca, quasi un sollievo.
La sua borsa, invece, esala odore di formaggio.
Il bus parte. Non so se l’aria condizionata sia accesa, ma,
dato l’alto numero di passeggeri stipati come sardine, è come se non ci fosse.
Quando arriviamo a Sasso Marconi, ci sono almeno tre autobus
parcheggiati: sono i mezzi del servizio sostitutivo destinati alla dislocazione
del bestiame umano sulle tratte ferroviarie metropolitane.
Ed è proprio in quel momento che inizi a pensare che,
malgrado le faraoniche opere messe in cantiere a Bologna — il nuovo palazzo
dello sport con tribune su rotaia, i mega campeggi per camper giganti, lo
stadio in formato piramidi egizie, un quartiere qua e una rigenerazione
urbanistica là — e malgrado tutta questa lucrosa economia del cemento, ci
stiamo trasformando in un Paese sottosviluppato.
Sul pullman che hai appena preso mancano soltanto i
passeggeri sul tetto e quelli che viaggiano con le gabbie di galline al
seguito.
Il risultato? Un’ora e venti minuti per coprire una tratta
ferroviaria che dovrebbe essere percorsa in meno di trenta.
Per oggi è tutto.
2 commenti:
Appennino bolognese abbandonato dalla politica sia locale che nazionale!
Magari ci avessero abbandonato, col cavolo che se ne vanno sti politicanti servi, l'appennino lo hanno occupato, magari se ne andassero, sarebbe un paradiso.
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