Da Dante
Franchi,
“Convinto
della delicatezza estrema dei temi trattati ed allarmato per l'arroganza ed i
pressapochismo con cui questi vengono trattati, trasmetto l'appello che il Presidente emerito della
Corte costituzionale e Presidente onorario di Libertà e Giustizia Gustavo Zagrebelsky rivolge ai
legislatori alla vigilia dell’ultima lettura della riforma costituzionale
promossa dal governo, auspicando che possa trovare spazio”.
L’appello:
Il funzionamento della
democrazia è cosa difficile, stretto tra l’inconcludenza e la forza. Chi crede
che si tratti di una battaglia che si combatte una volta ogni cinque anni in
occasione delle elezioni politiche e che, nell’intervallo, tutto ti è concesso
perché sei il“Vincitore”, si sbaglia di grosso ed è destinato a essere
travolto, prima o poi, dal suo orgoglio, o dalla sua ingenuità, mal posti.
La prima vittima
dell’illusione trionfalistica è il Parlamento. Se pensiamo che
si tratti soltanto di garantire l’azione di chi “ha vinto le elezioni”, il
Parlamento deve essere il supporto ubbidiente di costui o di costoro: deve
essere un organo esecutore della volontà del governo. Altrimenti, è
non solo inutile, ma anche controproducente.
Le riforme in campo,
infatti, sono tutte orientate all’umiliazione del Parlamento, nella sua prima
funzione, la funzione rappresentativa. Che cosa significano le
leggi elettorali, che prevedono la scelta dei candidati attraverso le “liste
bloccate” stilate direttamente dai capi dei partiti o attraverso la farsa delle
cosiddette “primarie”, se non l’umiliazione di quella funzione nazionale:
trionfo dello spirito gregario o del mercato dei voti. Il prodotto degradato,
se non avariato, è davanti agli occhi di tutti. Così, mentre dalle istituzioni
ci si aspetterebbe ch’esse tirassero fuori da chi le occupa il meglio di loro
stessi, o almeno non il peggio, di fatto avviene il contrario. Queste
istituzioni inducono alla piaggeria, alla sottomissione,
all’assenza di idee, alla disponibilità nei confronti dei potenti,
alla vigliaccheria interessata o alla propria carriera o
all’autorizzazione ad avere mano libera nei propri affari sul territorio di
riferimento. Per essere eletti, queste sono le doti funzionali al partito nel
quale ti arruoli. Non devi pensare di poter “fare politica”. Non è più il
tempo: il tempo è esecutivo!
Una prova evidente, e
umiliante, dell’inanità parlamentare è la vicenda che ha agitato la vita
politica negli ultimi due anni: la degradazione del Senato in Camera
secondaria che dovrebbe avvenire col consenso dei Senatori. Si dice
loro: siete un costo, cui non corrisponde nessun beneficio; siete un
appesantimento dei processi decisionali, cui corrisponde non il miglioramento,
ma il peggioramento della qualità della legislazione. Sì, risponde il Senato: è
così. Finora siamo stati dei parassiti inutili e dannosi e siamo grati a chi ce
ne ha resi consapevoli! Sopprimeteci!
Vediamo più da vicino
questo caso da manuale di morte pietosa o suicidio assistito nella vita
costituzionale.
A un osservatore non
superficiale che non si fermi alla retorica esecutiva e “governabilitativa”,
cioè ai costi (“Senato gratis”, è stato detto) e alla velocità (una
deliberazione per ogni legge, invece di due), l’esistenza di una “seconda
Camera” risulta bene fondata su “ragioni conservative”. Non conservative
rispetto al passato, come fu al tempo delle Monarchie rappresentative, quando
si pose la questione del bilanciamento delle tendenze anarcoidi e dissipatrici
della Camera elettiva, propensa a causa della sua stessa natura a sperperare
denaro e tradizioni per accattivarsi gli elettori. Allora ciò che si voleva
conservare era il retaggio del passato. Oggi, di fronte alla catastrofe
della società dello spreco, si tratterebbe dell’opposto, cioè di ragioni
conservative di risorse e opportunità per il futuro, a garanzia delle
generazioni a venire.
Il Senato come concepito nella riforma moltiplica la dissipazione. Se ne
vuole fare un’incongrua proiezione amministrativistica di secondo grado di enti
locali, a loro volta affamati di risorse pubbliche. A questa
prospettiva “amministrativistica” se ne sarebbe potuta opporre una
“costituzionalistica”. Nei Senati storici, le ragioni conservative
corrispondevano alla nomina regia e alla durata vitalizia della carica: due
soluzioni, oggi, evidentemente improponibili, ma facilmente
sostituibili con l’elezione per una durata adeguata, superiore a quella
ordinaria della Camera dei deputati, e con la regola tassativa della non
rieleggibilità, come garanzia d’indipendenza da interessi particolari
contingenti. A ciò si sarebbero potuti accompagnare requisiti
d’esperienza, competenza e moralità particolarmente
rigorosi, contenuti in regole di incandidabilità, incompatibilità e
ineleggibilità misurate sulla natura dei compiti assegnati agli
eletti. Fantasie. I riformatori costituzionali pensano ad altro: a eliminare
un contrappeso politico, ad accelerare i tempi. Non riuscendo a eliminare,
puramente e semplicemente, un organo, che così come è si ritiene inutile, anzi
dannoso, si sono persi in un marchingegno la cui assurda
complicazione strutturale – le modalità di estrazione dei nuovi
“senatori” dalle assemblee locali – e procedimentale – i
rapporti con l’altra Camera – verrà alla luce quando se ne dovesse
sperimentare il funzionamento."
Gustavo Zagrebelsky