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martedì 7 agosto 2018

Sasso Libera dove andrai?

Solo una condivisione o il segnale che Sasso Libera ha fatto il salto di barricata e si e è allineata alla maggioranza di cento sinistra di Sasso Marconi ? 

L'interrogativo, che alimenta il dibattito di piazza alla ricerca di un chiarimento, è stato creato dal fatto che il gruppo consiliare di Sasso Libera ha votato a favore di un assestamento di bilancio. Si è allineato alla maggioranza su un argomento che per ragione di collocazione all'opposizione avrebbe dovuto far tenere la formazione politica a una 'doverosa' distanza. 

D'altronde siamo alla vigilia dello scontro elettorale per l'amministrazione del comune e le formazioni che si contenderanno il primato e quindi la guida dell'ente si stanno già delineando. Non dovrebbe stupire quindi uno sparigliatura delle carte e segnali che sollecitino futuri apparentamenti. 
Altro interrogativo che toglie il sonno a molti è a quale delle probabili formazione Sasso Libera si vuole affiancare ( se la lettura fatta è corretta): quella che fa capo all'associazione ' Sasso. Noi ci siamo' ( che si propone all'intero arco politico sassese) e che ha fra i promotori molti esponenti della maggioranza o a quella di centro sinistra che si dice in via di formazione e che avrebbe quale principale attrice l'onorevole Marilena Fabbri ? 
Al di là delle verità che a breve dovranno comunque emergere, c'è finalmente il piacere di sentir parlare di politica in piazza.

giovedì 11 febbraio 2016

Il Pd resta senza poltrone. Finisce un’era. Esigenze di sobrietà e spending review hanno falcidiato i posti che la politica assegnava: solo a Bologna sono 70 in meno.


Un lettore ha inviato: 

 
«Le elezioni si possono vincere o perdere, ma poi il giorno dopo c’è sempre il partito», amava ripetere Gianni Cuperlo prima di perdere le primarie contro Renzi. Una frase emblematica perché il partito è stato per tanto tempo, soprattutto da queste parti, una comunità di destino ma anche un funzionale ufficio di collocamento. Ma non è più così, o almeno la domanda di poltrone supera di gran lunga l’offerta. Da anni seppure in modo tortuoso si è andati avanti ad «affamare la bestia» e tra interventi da Roma e progetti di autoriforma locale le poltrone a disposizione della politica, che qui vuole dire il Pd, sono state ridotte drasticamente. E in molti casi anche la loro appetibilità economica. Il calo delle tessere ha tante ragioni, una di queste è proprio il fatto che il partito non possa più occuparsi di te e garantire carriere. Abbiamo provato a fare un po’ di conti e solo per il Pd di Bologna abbiamo calcolato 70 poltrone in meno, 70 stipendi veri che la politica non può più garantire. E il conto è certamente aggiornabile.
Il partito di maggioranza relativa in città ha undici posti in meno da distribuire nella ex Provincia. La riforma Delrio è stata pasticciata, si poteva fare meglio ma le poltrone abolite (tra presidente di provincia, assessori e presidente del consiglio provinciale) sono dodici. Chi fa oggi il consigliere delegato lo fa a titolo gratuito, lo stipendio lo prende nell’ente in cui è stato eletto. Si arriva a quindici poltrone tagliate contando che a giugno si voterà per sei nuovi presidenti di quartiere anziché nove, tre in meno, per effetto degli accorpamenti. Un presidente di quartiere che governa un territorio da 60.000 persone prende circa 2.500 euro netti circa ai quali vanno tolti quelli da dare al partito, un buon stipendio ma non certo una cifra da nababbi. Va comunque molto peggio ai consiglieri di quartiere, 36 euro lordi a gettone. Nemmeno fare il consigliere comunale è il passaporto verso la ricchezza. Il gettone di presenza è di 72 euro lordi a seduta di consiglio comunale o commissione. Uno potrebbe anche mettere insieme un bel gruzzolo, ma la Finanziaria del 2008 ha imposto dei limiti: un consigliere di quartiere ha come tetto massimo 934 euro lordi, un quarto della somma lorda del presidente. Un consigliere comunale non può superare i 2.395 euro, un quarto dell’indennità del sindaco. Un consigliere comunale che partecipa a 33 sedute di commissione o di consiglio arriva a circa 1700 euro netti, dai quali va sottratto il contributo obbligatorio al partito. Diciamo che un consigliere del Pd che è a Palazzo d’Accursio tutti i giorni mette in tasca 1300 euro per dieci mesi. E c’è anche chi, è il caso di Benedetto Zacchiroli, è anche assessore metropolitano e praticamente fa politica a tempo pieno.
Eravamo a quota 15 poltrone tagliate. A questo numero bisogna aggiungere i posti tagliati nei cda dalle società partecipate: due a Tper, 4 all’Interporto, due al Caab. E arriviamo a quota 23. Il grosso della cifra delle poltrone tagliate arriva dallo stesso partito: quando ci fu il trasferimento in via Rivani da via della Beverara i dipendenti dei Ds erano 49, oggi al Pd restano 13 dipendenti, 36 poltrone in meno e arriviamo a 59. In città c’erano poi tre aziende di servizi alla persona, oggi ce n’è una sola. Contando solo il presidente, fanno altre due poltrone in meno. E siamo a 61. Sono poi state chiuse quattro aziende partecipate: Promobologna, Bologna Turismo, Seribo e Sintra. E anche qui contando solo i presidenti fanno 4 poltrone in meno. E arriviamo a 65. E poi ci sono state le fusioni dei Comuni, Valsamoggia ha sostituito i cinque Comuni di prima, Altoreno ha sostituito Porretta e Granaglione. In pratica cinque sindaci, cinque poltrone in meno. Siamo a 70 e arriviamo a 74 se passa la riforma costituzionale che abolisce il Senato così come è oggi, visto che il Pd di Bologna esprime 4 senatori.
La cura dimagrante era inevitabile ma c’è un risvolto del tema: c’è chi dice ad esempio che se la politica non riesce a pagare uno stipendio allettante allora è destinata a perdere le energie migliori e vede scadere ulteriormente la qualità della classe dirigente. Discorso difficile, complicato. I giovani hanno capito che l’aria è cambiata e si tengono stretti i loro lavori. Il problema è per quelli più in là con gli anni che hanno vissuto all’ombra del partito-mamma e per loro, sia detto senza malizia, l’unico ufficio di ricollocamento che ancora un po’ funziona è quello del movimento cooperativo. Vittorio Feltri ha detto con la sua solita schiettezza che «fare il sindaco ormai è da sfigati», anche per lo stipendio. La politica dovrebbe essere molto di più perché certo quando Giuseppe Dossetti e Beniamino Andreatta sedevano in consiglio comunale non lo facevano per i soldi ma per l’onorabilità della funzione che esercitavano. Ma siamo sicuri che sia ancora così?