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giovedì 13 maggio 2021

Bologna e provincia hanno il nuovo Piano Territoriale Metropolitano

Ieri pomeriggio il Consiglio metropolitano ha approvato il PTM . Riconfermata la bretella Silla - zona artigianale Prati


Il Consigliere della Città Metropolitana di Bologna , Marta Evangelisti, racconta l'accaduto e releva luci e ombre della nuova pianificazione:


Si è concluso così un  iter, avviato a febbraio dello scorso anno, in cui alle cinque sfide individuate nello strumento di pianificazione, ho cercato di apportare il mio contributo mediante il deposito di diversi emendamenti, alcuni accolti altri accolti in parte.

Il recupero degli immobili  rurali e quelli non classificati come storici è stato oggetto di grande discussione così come il Fondo perequativo. Sul primo punto molti si sono pronunciati anche a sproposito, forse per legittimare un’attività tardiva e comunque non tenendo in considerazione come la cornice sia dettata appunto dalla legge regionale (forse la battaglia doveva partire da lì). Ad oggi la soluzione resterà nelle maglie dei PUG comunali e delle linee tracciate sia appunto dal PTM che dalla LR 24/17.

Il confronto sul secondo punto è durato fino ad ieri, stante appunto la richiesta di rinvio dell’approvazione del Regolamento della gestione del Fondo, alla quale mi sono opposta, chiedendo invece il rinvio dell’intera votazione, quindi anche del PTM, affinchè vi fosse ampia condivisione e partecipazione sulle scelte.

È lì ritengo infatti, che si giocherà la partita più grande, tenuto conto  che il Fondo di solidarietà è  lo strumento in cui confluiranno il 50% delle risorse comunali generate dalle trasformazioni urbanistiche e che sulla perequazione punta tutta la attuazione delle strategie del piano legandola alla quota del 3%.

Molti sono i temi contenuti in questo PTM, anche se in tanti non se ne sono accorti, soffermandosi sul tema - certo importante - del recupero degli immobili agricoli, che non è l’unico però.

Il PTM parla di sistema della mobilità, rifiuti, aree protette e siti natura 2000, attività estrattive, riduzione del rischio sismico e reti ecologiche, richiamando diverse normative ed anche il PUMS. Proprio per questo ritengo ed ho affermato in sede di consiglio metropolitano, come la fase attuativa che si aprirà di qui a breve, sarà fondamentale.

Sono fermamente convinta che l’Appennino debba essere considerato un territorio di valore e non marginale e che quindi meriti nel proseguo valutazioni e scelte importanti anche contenute nel piano, ma che sia fondamentale anche, un ripensamento delle scelte adottate, in ordine alle infrastrutture ed alla mobilità.

Con il PTM porto a casa il riconoscimento della necessità di realizzare la bretellina che collegherà l’ingresso dell’abitato di Silla con la zona artigianale Prati (si tratta di un emendamento condiviso con le Amministrazioni e le categorie produttive che è stato approvato) ma ovviamente ciò è marginale rispetto a quanto NON previsto dal PUMS. E nell’affermare un ripensamento della pianificazione delle infrastrutture, ritengo sia fondamentale la realizzazione della bretella Reno-Setta. Se fosse stata realizzata quindici anni fa, oggi – ad esempio – i problemi dettati dall’interruzione del Ponte Leonardo di Sasso Marconi, che durerà anni, non vi sarebbero, così come quelli conseguiti dalla interruzione della provinciale Gardelletta (lavori che inizieranno dopo due anni di interruzione) e quelli relativi ai lavori autostradali. Qualche chilometro di percorrenza veloce con un tunnel in galleria, realizzato con i più moderni sistemi, con il recupero e la depurazione dei gas di scarico, aiuterebbe tanto il nostro territorio senza alcun tipo di impatto ambientale.

Potrebbero essere utilizzare i fondi europei ed il progetto, già esistente, andrebbe poi solo attualizzato.

Il Sindaco metropolitano aveva accolto quattro anni fa la mia proposta e solo il diniego poco ragionato e lungimirante di qualche Sindaco e consigliere regionale, ha affossato nuovamente tutto, perché da noi le scelte di buon senso soggiacciono ancora a quelle di bandiera.

Io però non demordo e questa sarà la mia prossima battaglia in Città metropolitana fino alla fine del mandato”.


Marta Evangelisti aggiunge la 

SINTESI DELLE DISPOSIZIONI NORMATIVE RELATIVE AI TERRITORI RURALI DELL’APPENNINO BOLOGNESE


Nel rispetto delle competenze che la legge regionale attribuisce al PTM in riferimento al territorio rurale, il Piano Territoriale Metropolitano ha introdotto, in luogo delle normative differenti contenute nei piani vigenti, un sistema di regole unificato che costituisce una reale semplificazione amministrativa. All’interno di questa cornice unitaria, i Comuni e le relative Unioni mantengono un ampio grado di autonomia. Tenendo conto delle specifiche esigenze e/o caratteristiche del corrispondente territorio comunale, il piano comunale (PUG) può:

- articolare la disciplina del PTM

- disciplinare autonomamente le trasformazioni e l’uso dei beni di valore storico testimoniale e dell’edificato sparso e discontinuo.


In particolare:

  • è possibile ricostruire i ruderi o gli edifici collabenti;

  • il Comune potrà individuare e disciplinare con il PUG le possibilità di recupero nonché le destinazioni d’uso ammissibili, anche a fini residenziali, di tutti gli edifici (fienili, stalle, depositi, ecc.) che ritiene di valore storico o testimoniale (quali, ad esempio, gli edifici aventi una tipologia specifica tipica dei diversi contesti), in quanto competenza esclusiva all’Amministrazione comunale;

  • Il PUG potrà redigere una apposita e autonoma disciplina relativa all’edificato sparso e discontinuo in termini sia edilizi che urbanistici;

  • i Comuni potranno individuare e ammettere anche funzioni residenziali negli edifici individuati come aventi una tipologia specialistica (ex edifici religiosi, edifici per attrezzature pubbliche, ex scuole, ecc.);

  • è possibile ampliare gli edifici esistenti adibiti ad attività di gestione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agroalimentari (quali cantine sociali, caseifici, ecc.), anche da parte di non Imprenditori Agricoli;

  • è possibile per i non Imprenditori Agricoli, solamente in montagna e collina, realizzare l’ampliamento di superfici accessorie per servizi agrosilvopastorali;

  • è possibile, inoltre, recuperare parte delle superfici degli edifici non più funzionali all’attività agricola, compresi gli edifici produttivi, in aree interne e/o contigue al territorio urbanizzato, previa individuazione da parte del Comune;

  • è possibile recuperare tutti gli edifici, con interventi di qualificazione edilizia che comprende anche la demolizione con ricostruzione.

In definitiva, il PTM prevede che in territorio montano si possa agire in modo congiunto e collaborativo. fornendo alla dimensione comunale la massima autonomia.

A tutto questo si aggiungono le politiche appositamente sviluppate per il territorio appenninico relativamente a:

  • Fondo Perequativo Metropolitano

  • Programmi di rigenerazione urbana

  • Sistema produttivo della Montagna


 

martedì 11 maggio 2021

“Se posticipate l’approvazione del regolamento del fondo perequativo deve slittare anche l’approvazione del Piano Territoriale Metropolitano”

Marta Evangelisti, Consigliere della Città metropolitana di Bologna “Uniti per l’Alternativa”,  chiede una più approfondita valutazione su un argomento che desta molte perplessità e del quale da molte parti non si è ancora ben compresa la portata.



 

La consigliera in un suo comunicato spiega:



A distanza di meno di 24 ore dall’approvazione del Piano Territoriale Metropolitano, la maggioranza comunica l’esigenza di posticipare l’approvazione del Regolamento per la gestione del Fondo perequativo, attesa  ’esigenza di valutare gli eventuali contributi chiesti all’Ufficio di Presidenza della Conferenza metropolitana”. 

Tenuto conto  che il Fondo di solidarietà è  lo strumento in cui confluiranno il 50% delle risorse comunali generate dalle trasformazioni urbanistiche e che sulla perequazione punta tutta la attuazione delle strategie del piano legandola alla quota del 3%, ritengo sia fondamentale la condivisione del suddetto atto con tutti i Sindaci del territorio metropolitano ed è quanto appunto avevo già richiesto, senza trovare riscontro. Alla luce della pervenuta comunicazione risulta evidente come il passaggio o non era stato fatto oppure ha trovato ostacoli.

Credo quindi che da ciò debba conseguire necessariamente anche lo slittamento dell’approvazione del Piano nella sua interezza e non solo nelle parti allegate. 

Vero è, infatti, come Regione e Città metropolitana affidano tutta la pianificazione  

ad un processo che è durato solo un anno, di cui, a mio avviso, molti amministratori, associazioni di categoria, ordini professionali ed enti, hanno sottovalutato la portata. 

Per questo, visto che non c’è una scadenza così imminente ma più probabilmente solo la volontà politica di concludere l’iter per intestarsi un risultato, ritengo che ciò possa conseguire allo stesso modo, ma con più consapevolezza  da parte di tutti, solo dopo ulteriori e necessari approfondimenti, come in fondo attesta sia il parere del Comitato Urbanistico Regionale nonché la polemica scaturita da più parti,  in questi giorni, sugli organi di stampa. 

Per questo motivo, anticipo che domani formulerò la richiesta di rinvio dell’approvazione del PTM al Sindaco Metropolitano, affinché avvenga almeno all’esito della condivisione del Regolamento sulla gestione del Fondo perequativo ma auspicando, un rinvio più lungo, al fine delle verifiche di cui sopra”


Marta Evangelisti FDI Consigliere della Città metropolitana di Bologna “Uniti per l’Alternativa”

 

martedì 27 aprile 2021

Oggi in Consiglio Regionale si discute del Piano Territoriale Metropolitano di Bologna

Il capogruppo di RETE CIVICA - Progetto Emilia-Romagna, Marco Mastacchi, ha presentato una Risoluzione alla Presidente dell’Assemblea legislativa Emma Petitti e alla Giunta Regionale per evidenziare una serie di incongruità e di situazioni portatrici di possibili difficoltà al territorio montano, contenute nel Piano Territoriale Metropolitano in via di approvazione. 

Marco Mastacchi

Così l'ufficio del capogruppo presenta la risoluzione:

 

C'era una volta il Piano Regolatore: si riusciva a dire in due parole e già dalla definizione erano immediatamente recepiti gli intenti normativi.  

Oggi, in barba alla SEMPLIFICAZIONE tanto sbandierata e invocata per soli scopi elettorali, il troppo semplice Piano Regolatore ha lasciato il posto a una nutrita serie di sigle – PRGC / PUG / PTC / PUC / PTCP / PSM e chi più ne ha più ne metta – espressioni di altrettante istituzioni che tutte insieme e ognuno con le proprie norme pesano e di fatto bloccano le attività.   

Le norme imposte a cascata da ogni possibile istituzione (comprese quelle che via via vengono abolite, come le province) e che in questo modo danno un senso alla propria esistenza, sono spesso in contraddizione tra loro, lasciando aperti spazi a contenziosi e difficoltà applicative.  

Una nuova sigla sta per aggiungersi alla fila, il PTM Piano Territoriale Metropolitano diretta conseguenza della nascita delle Città Metropolitane. 

Nel Dicembre del 2020 il PTM è stato adottato in via provvisoria e se ne prevede l'approvazione nella primavera 2021. Scopo del Piano: tutelare il suolo, garantire sicurezza, assicurare inclusione e vivibilità, attrarre investimenti sostenibili e rafforzare la coesione territoriale.  

In questo ´piano regolatore sovracomunale´ al quale i comuni dovranno attenersi nel normare il proprio territorio, vi sono alcuni punti che toccano pesantemente il territorio dell'Appennino, già per sua natura con caratteristiche che lo rendono zona particolare quando non svantaggiata.  

Brevemente in tre punti:  

  1. sono state inserite nel PTM norme che vietano il cambio d'uso di vecchi fienili e stalle (fabbricati ex rurali), che non potranno più essere trasformati in abitazioni – pratica questa usuale e consolidatasi con i cambiamenti di diversa natura che hanno coinvolto l'agricoltura.  Tali trasformazioni sono spesso fatte nel pieno rispetto del pre-esistente e della tradizione e contribuiscono di fatto a preservare il patrimonio architettonico rurale.   

  2. altre norme vietano gli ampliamenti fuori dai centri abitati. Significa, per chi abita fuori dal centro abitato, che non potrà più “adattare” la casa alle nuove e sopraggiunte esigenze e quindi, ad esempio, costruire una camera per un figlio o un bagno in più.  

  3. esistono poi norme che non consentono il recupero dei fabbricati “collabenti”.   Un'unità collabente è un fabbricato che non è più agibile o idoneo alla funzione per cui era stato costruito. Si tratta principalmente di immobili allo stato di rudere o soggetti a forte degrado, che devono essere accatastati e fino a ieri potevano essere ristrutturati. Tali fabbricati, soprattutto nelle zone rurali e nei piccoli borghi, si trovano spesso a ridosso di altre abitazioni. Con la normativa del PTM il “collabente” viene lasciato crollare creando così una situazione di danno e pericolo per i fabbricati vicini.  Nel caso ci fosse qualche volenteroso cittadino che volesse acquistare tali fabbricati per recuperarli, non potrà più farlo perché il Piano in approvazione non lo consente. 

Errori strategici e di prospettiva, che sembrano andare in contrasto con le principali norme stilate dalla Regione Emilia-Romagna, in particolare con la legge regionale 24 del 2017 la cosiddetta legge del CONSUMO SUOLO A SALDO ZERO. Da una parte si legifera per recuperare lesistente per non consumare territorio e dallaltra la Città Metropolitana vieta di recuperare lesistente: un cortocircuito istituzionale a danno e detrimento in questo caso del nostro Appennino.  

Sia nell’Appennino che nella nostra pianura esistono tantissimi ex poderi agricoli, diventati abitazioni civili perché il numero di agricoltori si è ridotto, i terreni quindi vengono aggregati e i fabbricati non sono più abitati da agricoltori, ma da persone che amano la natura e amano stare in campagna. Moltissimi fienili e stalle sono in attesa di essere recuperati e vincolarli per restare stalle o fienili, significa mantenerli nel loro status quo, dal momento che per la moderna agricoltura sono strutture inidonee. 

Il timore che nuovi insediamenti diano luogo a richieste aggiuntive di servizi territoriali non è giustificato.  Gli insediamenti di nuovi nuclei familiari si realizzano spesso per motivi di cure verso la famiglia di origine, che si allarga per ospitare i figli che si occuperanno in futuro della cura dei propri genitori. Si assiste di fatto a un'ottimizzazione dei servizi che sono già presenti sul territorio.

Un ulteriore e importante aspetto riguarda le attività economiche.  Nelle aree rurali e in caso di “Edificato sparso e discontinuo” di cui alla L.R. 24/2017, il PTM invita i Comuni a evitare ampliamenti delle attività economiche per non generare nuovo carico urbanistico e eventuali richieste di ampliamento devono rimanere all'interno dell'area di pertinenza del fabbricato principale senza interessare aree esterne. 

Ma, in attuazione della L.R. n. 15/2013 e di principi fondamentali che trovano il loro fondamento nella nostra Costituzione, rileva Mastacchi, tali scelte dovrebbero essere lasciate ai Comuni, che meglio conoscono il territorio e le concrete e differenti situazioni imprenditoriali e geografiche. Inoltre, l’applicazione di questa limitazione realizzata in maniera astratta e senza tener conto dei diversi contesti, incide sullo sviluppo delle attività economiche sul territorio, soprattutto nelle zone montane e svantaggiate, disincentivando investimenti e rischiando di innescare processi di involuzione di economie, che comunque presidiano il territorio e possono peraltro anche essere collegate alla economia agricola.  

Da notare che la legge 24/2017, con riguardo all’edificato sparso o discontinuo assegna al Piano Urbanistico Generale il compito di prevedere quelle azioni che consentano il mantenimento e il consolidamento del patrimonio edilizio esistente, coerentemente al tipo di edificato.  

Va peraltro tenuto presente che nell'edificato residenziale sparso risiedono 85.000 abitanti (ISTAT, 2011), equivalenti alla seconda città del territorio metropolitano. Gli usi del suolo urbani all’esterno del territorio urbanizzato ammontano a circa 20.000 ha (CTR 2014), pari al 47% dell’urbanizzato complessivo. In altri termini, fuori dalla città pianificata e dotata di servizi c’è il 50% dell’urbanizzato. Parte dell’urbano disperso è “operazionale”, cioè serve a far funzionare la città che “colonizza” il territorio rurale con le sue strutture. Parte della dispersione è invece l’esito di dinamiche abitative e produttive. 

Altro punto ostativo alla possibilità di ampliamento di attività economiche già insediate, normato dal PTM, riguarda l'eventuale taglio di alberi, funzionali a tali ampliamenti. Secondo il PTM sono ammessi modesti ampliamenti, purché ciò non comporti l'eliminazione di alberature.  

Singolare che, come riportato nel “ Quadro Conoscitivo Diagnostico per l’avvio della Consultazione preliminare” (vedi sito del Piano Territoriale Metropolitano),  dal  1976 al 2014 le coperture “naturali” hanno avuto un notevole incremento (dal 28,9% della superficie territoriale al 32,6%) dovuto prevalentemente ai boschi (dal 14,3% al 23,5%), che si sono diffusi sia in coperture “naturali” (praterie, brughiere, aree cespugliate) sia in terreni agricoli abbandonati, fatto che potrebbe controbilanciare eventuali e ridotte eliminazioni di alberature.  

L'Appennino sta vivendo un momento di potenziale grande sviluppo proprio per effetto dei limiti imposti dal lockdown ancora in corso e credo che i due fattori che richiedono il nostro impegno e intervento siano le infrastrutture viarie (collegamenti autostradali, ferroviari e viari) e quelle informatiche e digitali.” continua Mastacchi.

 Apparentemente la disciplina del PTM interpreta in modo eccessivamente estensivo le proprie competenze, finendo per ledere l’esercizio di funzioni fondamentali che la legge assegna ai Comuni e laddove impedisce il cambio d’uso e il recupero di edifici, con originaria funzione diversa da quella abitativa, finisce anche per contraddire le stesse finalità della legge regionale, quali il “contrasto allo spopolamento e abbandono delle aree remote e marginali”, effetto che inevitabilmente si determinerà, a fronte dell’impossibilità di un proficuo recupero degli edifici. Recupero caldeggiato recentemente anche dal Ministro della Cultura Dario Franceschini che ha annunciato alcune proposte da inserire nel Recovery Plan. Tali proposte prevedono misure per 650 milioni di euro per il restauro del patrimonio costituito dall’edilizia rurale come casali, depositi agricoli, rustici spesso abbandonati, a cui si aggiunge circa un miliardo di euro per rivitalizzare i borghi, compresi quelli abbandonati, e gli alpeggi, per ridare vita a quella parte d'Italia lontana sia dei grandi centri che dalle coste marine, la più soggetta all'abbandono da parte delle nuove generazioni che non trovano più occasioni di lavoro e prospettive di vita.   

Alla luce di queste considerazioni Mastacchi chiede alla Giunta di prevedere nel proprio Atto regionale di coordinamento tecnico, ancora da emanare, che le misure del PTM in regime di salvaguardia non siano interpretate in senso impeditivo rispetto alla possibilità di recuperare ai fini abitativi edifici siti nelle aree rurali, qualora tale possibilità sia prevista e/o ammessa negli strumenti urbanistici comunali.  

Chiede inoltre che si determini una modifica radicale di prospettiva delle disposizioni del PTM, che sono palesemente in contrasto con la strategia regionale del “consumo del suolo a saldo zero” delineata dalla legge regionale 24 del 2017, affinché venga restituita ai Comuni una maggiore flessibilità relativamente all’uso dei propri territori, flessibilità che consenta di tenere conto delle caratteristiche geo-morfologiche e delle esigenze delle comunità che li popolano, diretta ad ostacolare lo spopolamento del nostro Appennino ed a incentivare il trasferimento di famiglie e di giovani coppie, ottimizzando i servizi che già esistono sul territorio, dando la possibilità di realizzare civili abitazioni con il cambio di uso di vecchi fienili e/o stalle, di effettuare eventuali ampliamenti fuori dai centri abitati o di recuperare fabbricati “collabenti” tipici dei nostri borghi.


 

mercoledì 21 aprile 2021

C'è un nuovo interesse a risiedere in Appennino, ma l'operazione si complica.

 

Tiene banco il nuovo Piano Territoriale Metropolitano adottato dalla Città Metropolitana cui si dovranno allineare i futuri piani regolatori di tutti i comuni della provincia. In particolare trova contrarietà la norma che contiene in modo considerevole, se non inibisce, sia ampliamenti dei borghi e dei caseggiati esistenti, la variazione d'uso degli immobili e la possibilità di recuperare le strutture collabenti.
 Il primo divieto impedirebbe la possibilità di ampliare l'esistente per dare sistemazione a nuove presenze nei centri agricoli ( per esempio la nuova famiglia di un figlio di chi lavora in azienda); il secondo, il recupero per esempio di vecchi edifici, come stalle e ricoveri attrezzi, che non hanno più funzionalità perchè inadeguati alle nuove esigenze produttive ( potrebbero per esempio essere utilizzati per ospitare turisti); il terzo per gli stessi motivi. 
Il recupero ridarebbe ai borghi e ai caseggiati e quindi all'Appennino, completandoli, l'aspetto storico e paesaggistico dei decenni in cui era frequentato appieno. Il contrasto è nato anche perchè la proposta di piano è in netto contrasto con la legge regionale del 2017 ( quindi di un ente superiore) che programma il consumo zero di terreno vergine e nel contempo incoraggia il recupero dell'esistente anche con la variazione dell'uso. Il tema anima il dibattito e in particolare si è fatto promotore e paladino del rispetto della legge il consigliere regionale Marco Mastacchi che chiede con determinazione la variazione del piano territoriale della Città Metropolitana. 
 
Abbiamo incontrato ora il sindaco di San Benedetto Val di Sambro, presidente del distretto socio sanitario dell'Unione dei Comuni dell'Appennino bolognese, Alessandro Santoni ( nella foto), i cui incarichi gli danno un punto di osservazione privilegiato e completo e gli abbiamo chiesto: 
 
Cosa succede dunque sulla proposta della Città Metropolitana ? 
 
“Noi non vogliamo che l'Appennino venga penalizzato. Già aver ottenuto la perequazione, cioè la suddivisione fra tutti i comuni dell'intero introito derivante dagli oneri per le concessioni edilizie rilasciate in tutta l'area Metropolitana e non ognuno per le proprie, è una buona cosa e porta alla montagna risorse che altrimenti non sarebbero arrivate. Sia la legge regionale del 2017 che il Piano Territoriale Metropolitano sono molto innovativi. Affrontano e propongono cose nuove . Il nostro obiettivo è quello di approfondirne in modo dettagliato tutti gli aspetti, in particolare per quanto riguarda le trasformazioni urbanistiche al di fuori del territorio urbanizzato. In sostanza vogliamo capire quali sono gli effetti pratici nella applicazione del piano, prima di votarlo. Ci aiuta e ci conforta in questo la grande disponibilità degli uffici tecnici della Città Metropolitana”. 
 
Cosa dice quindi a coloro che credono che il tutto sia progettato per spopolare la montagna ? 
 
“Gli amministratori locali si stanno impegnando con determinazione per ottenere l'effetto contrario”. 
 
 La sanità montana è mortificata, i servizi diminuiscono, i ritardi nel settore viario sono emblematizzati dalla situazione di Sasso Marconi dove il transito è assicurato da un solo ponte sovraccaricato. Il quadro della situazioni in Appennino pare voler consigliare l'abbandono. Non è così? 
 
“Molto probabilmente, negli anni, si è registrata una diminuzione degli investimenti in montagna. Oggi grazie a una classe di amministratori attenta a questi aspetti c'è l'impegno comune a invertire tale tendenza”. 
 
Non si potrebbe pretendere di lasciare amministrare la montagna ai montanari e la città ai cittadini ? 
 
 “Sarebbe più opportuno dire che è importante che ogni disposizione venga pensata tenendo conto che nella pratica i contesti non sono omogenei. Quindi, ciò che va bene per la pianura non è detto vada bene per la montagna e viceversa”. 
 
Cosa si intende fare ? C'è la partecipazione generale dei 'montanari'?  
 
 “Sì, la consapevolezza c'è e all'interno della nostra Unione ci confrontiamo sovente su questi temi. C'è molto spesso condivisione sulle politiche e sulle strategie da adottare”.

mercoledì 14 aprile 2021

Il Piano Territoriale Metropolitano: un cortocircuito istituzionale che non favorisce i borghi e i casali del nostro Appennino


Si sta giocando una partita molto importate in Città metropolitana. L'ente ha adottato il Piano Territoriale Metropolitano il cui compito è quello di dare le linee guida generali cui si dovranno attenere i prossimi piani regolatori di tutti i Comuni della provincia bolognese. Il piano è ora nella fase di salvaguardia e cioè nell'arco temporale in cui possono essere presentate osservazioni e richieste di modifiche prima della approvazione definitiva, prevista entro l'anno in corso. E di osservazioni e richieste di modifica per l'area appenninica ce ne sono, e sostanziali. In pratica il piano prevede il divieto di intervenire su costruzioni già esistenti, anche quelle abbandonate da tempo, quindi si teme una anomala ingessatura che impedisce persino il recupero e l'adeguamento per un nuovo utilizzo del patrimonio edilizio, contraddicendo persino la recentissima legge regionale che si impegna all'azzeramento del consumo di territorio vergine, consentendo proprio il recupero e il riutilizzo di quello esistente. In tale direzione vanno anche le ultime disposizioni ministeriali illustrate recentemente dal ministro Franceschini. Egli, proprio per recuperare alla sua originaria bellezza il patrimonio edilizio appenninico, ha previsto importanti finanziamenti per i recuperi e le riqualificazioni delle presenze storiche e tradizionali italiane quali i borghi e i casali.

Per sostenere la modifica programmatica della Città Metropolitana e contrastare la eventualità di chiusura temuta sono scesi in campo amministrazioni dei comuni dell'Appennino e il consigliere regionale Marco Mastacchi, ex sindaco di Monzuno, ruolo che gli ha dato la possibilità di individuare e constatare le vere esigenze dei comuni montani e di cui si è fatto portatore deciso in Regione. Partendo dal rispetto e condivisione dell'innovativa legge regionale, si propone di impegnare il Consiglio regionale a sollecitare la Città metropolitana a programmare nel pieno rispetto di tale legge e soprattutto di non porre vincoli ai recuperi e al riutilizzo dell'esistente proprio in un momento in cui l'Appennino potrebbe trovare un nuovo interesse abitativo grazie alla novità del lavoro a distanza sempre più applicato. L'Appennino offre un ambiente salubre e riposante. Il lavoro in remoto consente di viverlo a pieno.


Riportiamo integralmente la trascrizione di una sua intervista radiofonica in cui lo stesso Mastacchi ( nella foto) descrive e illustra la sua posizione.


Credo che per il nostro Appennino sia un problema grosso, si tratta del nuovo piano territoriale metropolitano (PTM) che è l’equivalente del piano regolatore comunale ma di valenza metropolitana, cioè quello al quale i comuni debbono attenersi quando fanno le regole comunali.

In questo nuovo piano che è stato adottato e deve ancora essere approvato, ci sono alcune norme che toccano pesantemente il territorio del nostro Appennino, le divido in tre punti:


  1. Norme che vietano il cambio di uso dei vecchi fienili e stalle, quindi dei fabbricati ex rurali: vietano cioè che possano essere trasformati in abitazione o per altri usi (cantine garage ecc.), cosa che in passato è sempre stata realizzata con risultati anche molto belli dal punto di vista architettonico. Sul nostro Appennino e nelle campagne ci sono dei recuperi meravigliosi.

  2. Norme che vietano gli ampliamenti dei fabbricati fuori dai centri abitati, quindi una persona che abita fuori dal centro abitato che deve fare un piccolo ampliamento come costruire una camera o un bagno, non potrà più farlo.

  3. Norme che non consentono il recupero dei fabbricati collabenti”: faccio un esempio tipico dei nostri borghi nei quali, ad esempio, vediamo tre case ristrutturate benissimo e due che stanno crollando; per quest’ultime anche se ci fosse qualche volenteroso cittadino che avesse intenzione di acquistarle per recuperarle, non potrà farlo perché con il testo attuale non possono essere toccate.


Penso che questo sia un errore strategico e di prospettiva e va proprio in contrasto con le principali norme che invece la Regione Emilia-Romagna ha scritto come la legge regionale 24 del 2017, la cosiddetta legge del CONSUMO SUOLO A SALDO ZERO”.

Da una parte la Regione legifera per recuperare l’esistente per non consumare territorio e dall’altra la Città metropolitana vieta di recuperare l’esistente: una contraddizione palese.

Un’altra contraddizione riguarda il rapporto con le strategie statali. Il ministro Franceschini, il 20 di marzo, nel suo intervento al convegno nazionale dei delegati FAI, ha parlato del valore del recupero dei borghi e dei casali, che sono la nostra identità culturale ed ha preannunciato lo stanziamento di circa 650 milioni di euro per il restauro del patrimonio costituito dall’edilizia rurale: casali, depositi, rustici abbandonanti e un ulteriore miliardo per rivitalizzare i borghi abbandonati negli alpeggi e nelle zone montane.

Siamo in una sorta di “corto circuito istituzionale” fra i vari livelli: da una parte si decide di fare una cosa e dall’altra si norma per vietarla.

Chi conosce il nostro Appennino profondamente sa che abbiamo tantissimi ex poderi agricoli che sono diventati abitazioni civili, il numero di agricoltori si è ridotto e i terreni vengono aggregati e i fabbricati non sono più abitati da agricoltori, ma da persone che amano la natura e amano stare in campagna. Ci sono tantissimi fienili e stalle che sono in attesa che qualcuno li recuperi, ma se devono essere vincolati e restare stalle o fienili rimarranno costruzioni inutilizzate perché inadatte ad un uso per le attività agricole attuali.

In questo modo tutto quel patrimonio verrà disperso a discapito della conservazione e dello sviluppo del nostro Appenino.

Probabilmente queste norme sono scritte da chi conosce poco o nulla della nostra realtà.

Se incentiviamo le famiglie e le giovani coppie a vivere in campagna riusciamo ad ottimizzare meglio i servizi già esistenti senza che questo rappresenti invece, come erroneamente si pensa, un aumento delle spese a carico del Comune in quanto i servizi come ad esempio lo scuolabus per i bambini, la raccolta rifiuti o il servizio neve sono già forniti dall’Ente.

Il nostro Appennino in questo momento sta vivendo un momento di “potenziale” grande sviluppo a causa dei limiti imposti dal lockdown, i due fattori su cui bisogna impegnarsi sono le infrastrutture viarie (collegamenti autostradali, ferroviari, etc.), quelle informatiche e digitali.

Le infrastrutture informatiche, come le linee internet, sono fondamentali per chi decide di venire ad abitare in montagna. Sono tantissimi i professionisti che oggi lavorano da remoto e che necessitano di una connessione forte e stabile, indispensabile per sostenere le riunioni che sempre più frequentemente si svolgono con modalità a distanza.

Queste sono le battaglie che ritengo importanti per il nostro territorio e che porto avanti cercando di coinvolgere anche altri consiglieri regionali e Sindaci sensibili a queste tematiche.

Sono costantemente in contatto con molti sindaci della montagna e sono tutti d’accordo nel portare avanti questa “battaglia”, ritengo che prima della chiusura dell’iter di approvazione del PTM ci sia la possibilità e la volontà di migliorarlo a favore dell’Appennino, il PTM deve avere una logica di sviluppo e di crescita sostenibile condivisa da tutto il territorio.

 

lunedì 24 agosto 2020

Piano Territoriale Metropolitano, al via la fase delle osservazioni.

La Città Metropolitana informa: 

Fino al 17 ottobre enti territoriali, portatori di interesse, cittadini e associazioni, possono inviare le proprie osservazioni e considerazioni sulla proposta di Piano Territoriale Metropolitano assunta il 15 luglio scorso dal sindaco della Città metropolitana Virginio Merola.
I documenti della proposta di Piano e gli elaborati costituenti il documento di VALSAT, sono consultabili sul sito dedicato al PTM oppure su appuntamento (ptm@cittametropolitana.bo.it), nella sede della Città metropolitana (via Zamboni 13, Bologna).
Le osservazioni si possono presentare entro il 17 ottobre 2020 (termine stabilito per legge all’art. 45 comma 5 Legge regionale n. 24/2017), utilizzando il modulo online, sempre disponibile sul sito dove sono pubblicate anche le istruzioni da seguire per la compilazione.
Anche gli enti ambientali che hanno partecipato alla consultazione preliminare possono ora presentare le proprie considerazioni e proposte nei termini e con le modalità previste.
Terminata la raccolta e l’esame delle osservazioni presentate, tenendo conto anche degli esiti delle altre forme di consultazione già svolte, il Consiglio metropolitano adotterà il Piano che verrà trasmesso al Comitato Urbanistico Regionale (CUR) per l’espressione del parere di competenza per arrivare poi all’approvazione definitiva a marzo 2021.

lunedì 20 luglio 2020

Assunto il Piano Territoriale Metropolitano

Per la prima volta in Italia gli oneri urbanistici andranno anche alla Città metropolitana. Tesoretto di 10 milioni all'anno per riqualificare il territorio. Merola: "Scelta importantissima che farà discutere"

 Dubbio segnala:

Con l’assunzione della proposta di Piano Territoriale Metropolitano, firmata dal sindaco metropolitano Virginio Merola, la Città metropolitana si appresta a completare il percorso di formazione del nuovo strumento di pianificazione metropolitana, una delle più significative innovazioni della nuova legge urbanistica regionale, che sostituirà il vecchio piano provinciale (PTCP).
Fino al 20 ottobre verranno raccolte osservazioni e considerazioni di enti territoriali, portatori di interesse, cittadini e associazioni, relative alla proposta di Piano (che verrà anche presentato in un’iniziativa pubblica).
Il Piano adottato, modificato a seguito delle osservazioni, proposte e contributi, verrà poi trasmesso il prossimo febbraio al Comitato Urbanistico Regionale (CUR) per l’espressione del parere di competenza per arrivare poi all’approvazione definitiva a marzo 2021. 

Nella proposta di Piano sono contenuti elementi che rappresentano una svolta importante. Per la prima volta a livello nazionale infatti gli oneri di urbanizzazione non rimarranno solo alle amministrazioni comunali: il 50% degli oneri urbanistici di tutti i Comuni, e in particolare dei Comuni dove saranno permesse le nuove urbanizzazioni (sia per insediamenti di imprese che residenziali), andranno nel nuovo fondo perequativo metropolitano. Un “tesoretto”, stimato in almeno 10 milioni di euro all’anno, con il quale si finanzieranno interventi di rigenerazione urbana e ambientale, di sviluppo turistico e economico, di infrastrutture per la mobilità sostenibile. Tutto a sostegno dei Comuni più fragili sotto il profilo demografico e dei servizi e meno “attrattivi” per le imprese, cioè quelli di montagna e della pianura più periferica.

Il PTM – è il commento del sindaco metropolitano Virginio Merola – apre una nuova stagione nella quale per la prima volta in Italia le risorse che derivano dall’urbanistica andranno anche verso i territori più deboli. Si tratta di una scelta importantissima che farà discutere, ma noi siamo un organismo federato di Comuni e quindi confido che sarà condivisa. Perché un Comune da solo non ha nessuna possibilità e un sindaco capace è quello che sa uscire dai confini del proprio comune. Quella assunta oggi è una scelta, equa e sostenibile, con la quale affermiamo che il capoluogo senza la sua area metropolitana non sarebbe un’isola felice, che l’Appennino e i territori più periferici non sono le “cenerentole” ma il serbatoio di aria, acqua, suolo e ambiente per il resto della città metropolitana e che per questo devono essere ricompensati in termini di accessibilità, servizi, investimenti, lotta al dissesto, opportunità di lavoro.
Ancora una volta – continua Merola - la Città metropolitana di Bologna fa da apripista a livello nazionale creando uno strumento del tutto innovativo grazie al quale si potranno realizzare importanti interventi non più legati a fondi nazionali erogati una tantum. Una nuova stagione orientata a garantire che ogni trasformazione edilizia e urbanistica sia sostenibile sotto il profilo economico, sociale e ambientale. Ora si apre la fase delle osservazioni che, come per tutti i cambiamenti importanti, sono convinto sarà ricca ed interessante.”

Da oggi – aggiunge il Consigliere metropolitano con delega alla Pianificazione Marco Monesi - si avvia una fase di discussione aperta a tutti per dare un ulteriore contributo al Piano in vista della sua adozione definitiva.
Il PTM è un altro tassello fondamentale, dopo il Piano strategico metropolitano, la Carta di Bologna e il PUMS, che in questi anni hanno dato alla Città metropolitana un ruolo sempre più significativo. Piani che stanno disegnando il futuro del nostro territorio ma che sono stati affiancati da investimenti molto importanti che hanno visto come protagonista sempre la Città metropolitana: penso ai 40 milioni del Bando Periferie ai 110 milioni del Patto per Bologna metropolitana e in ultimo ai fondi che ci sono stati assegnati per la Bicipolitana.
Cosa dice il PTM? Che abbiamo bisogno di crescere e svilupparci ma in modo sostenibile e soprattutto introduce un concetto rivoluzionario: la redistribuzione delle risorse che derivano dai nuovi insediamenti andranno non solo ai comuni nei quali avvengono ma anche agli altri che non hanno le stesse caratteristiche di attrattività ma che ugualmente offrono un contributo importante al nostro sistema metropolitano. Con il Ptm diamo sostanza al concetto di assetto federale della Città metropolitana”.

Il PTM si pone come uno strumento alleato della ripartenza per due motivi.
  1. Fonda le basi del futuro metropolitano sulla salute delle persone attraverso la preservazione delle risorse ambientali principali: suolo, aria, acqua.
  2. Definisce strategie per l’attrazione di investimenti economici e produttivi, collocati in modo sostenibile sotto il profilo della mobilità e delle risorse ambientali.

La proposta di Piano ribadisce e rafforza i contenuti già presenti nel documento degli obiettivi strategici approvato dal Consiglio metropolitano a febbraio 2020, ponendosi come uno strumento chiamato a governare il territorio e a garantire la tutela dei servizi ecosistemici, promuovere la rigenerazione urbana, contrarre il consumo di suolo e ridistribuire le risorse su tutto il territorio metropolitano, a salvaguardia delle specificità locali e a contrasto delle fragilità.

La consultazione e il percorso partecipativo
L’assunzione della proposta del PTM sottoscritta dal sindaco metropolitano Merola è stato preceduto da una fase di consultazione del territorio, in collaborazione con la Fondazione Innovazione, con approfondite interviste ai 55 sindaci e a quasi 250 Consiglieri comunali e con la raccolta dei contributi degli Enti e soggetti competenti in materia ambientale.
Temi centrali emersi dal confronto sono: la richiesta di assicurare maggiore sicurezza territoriale e sostenibilità ambientale, la necessità di un Piano equo da costruire a partire dal riconoscimento delle peculiarità dei singoli territori e tale da generare un miglioramento della condizione complessiva della vita urbana e metropolitana, agendo in particolare sulla rigenerazione e riqualificazione del patrimonio metropolitano e delle aree rurali. 

Le cinque sfide multi-obiettivo
Grazie al percorso di partecipazione è stato possibile affinare gli obiettivi strategici della fase di avvio declinandoli in cinque sfide multi-obiettivo:
  1. Tutelare il suolo: contrastare la dispersione urbana e il consumo di suolo, per difendere la produzione agricola e per salvaguardare gli ecosistemi naturali, il piano dice stop all’uso improprio di terreno fertile per usi che contrastano l’agricoltura.
  2. Garantire sicurezza: mettere in sicurezza il territorio e le persone contro gli effetti della crisi climatica. Esondazioni, terremoti e frane sono eventi da prevenire con una pianificazione attenta in modo da evitare le emergenze degli ultimi anni.
  3. Assicurare inclusione e vivibilità: contrastare le fragilità sociali, economiche e demografiche, innescando e orientando processi di rigenerazione del territorio urbanizzato, qualificando i servizi di welfare con particolare attenzione ai territori fragili. Per questo proposito il PTM assume la mobilità sostenibile e il ruolo dei centri abitati come criteri fondanti per l’ammissibilità dei nuovi insediamenti residenziali, dell’insediamento di funzioni ad alta attrattività, del potenziamento degli ambiti produttivi sovracomunali, della realizzazione di nuove dotazioni metropolitane.
  4. Attrarre investimenti sostenibili: promuovere l'attrattività e l’accessibilità, rafforzando e qualificando in chiave sostenibile reti e nodi metropolitani. Sono stati individuati 32 ambiti produttivi di rilievo sovracomunale (di cui 4 grandi HUB metropolitani: Martignone, Castel San Pietro, Altedo, Imola) nei quali concentrare politiche per l’attrazione di nuovi investimenti per il lavoro e l’impresa.
  5. Appennino, via Emilia e pianura: un solo territorio: qui c’è forse la vera nuova anima del PTM. Per la prima volta nel territorio nazionale, si è voluto costruire uno strumento finanziario che non lasci indietro nessun Comune e nessun cittadino. Se infatti è vero che per la sostenibilità ambientale e le regole del mercato globale non è più possibile costruire ovunque, deve essere altrettanto vero che le risorse che derivano dall’urbanistica devono andare anche verso i territori più deboli: la montagna e la pianura più periferica.

I documenti integrali della proposta di Piano sono consultabili su www.ptmbologna.it

sabato 22 febbraio 2020

Al via il Piano Territoriale Metropolitano: dal PTCP al PTM si apre una nuova era per la pianificazione urbanistica e lo sviluppo sostenibile del territorio

Il Consiglio approva i 10 obiettivi strategici, parte la fase di consultazione



Dubbio segnala

Grafica relativa agli obiettivi


Dieci obiettivi per un nuovo strumento che definirà le scelte strategiche e strutturali di assetto del territorio e che si pone al crocevia tra pianificazione strategica, piani clima e per l’energia sostenibile, piani per la mobilità, progetti territoriali e settoriali, nella cornice del PSM (Piano Strategico Metropolitano) e dell'Agenda Metropolitana per lo Sviluppo Sostenibile.
Si tratta del Piano Territoriale Metropolitano (PTM) che raccoglie l’eredità del PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, approvato nel 2004) e a cui la nuova legge urbanistica regionale affida compiti fondamentali per la riduzione del consumo di suolo e lo sviluppo sostenibile del territorio metropolitano attraverso due grandi scelte: una nuova disciplina del territorio agricolo e naturale e l'assegnazione di
quote di capacità edificatoria a Comuni e Unioni fino ad un massimo del 3% del territorio urbanizzato oggi esistente, con l’obiettivo di azzerare il consumo entro il 2050. Ciò avverrà anche grazie all’istituzione di un fondo perequativo metropolitano che creerà maggiore equità fra tutti i 55 Comuni della Città metropolitana.
Con il via libera agli obiettivi strategici ottenuto il 12 febbraio all'unanimità in Consiglio metropolitano, il PTM muove i primi passi verso un percorso di consultazione e partecipazione per arrivare all’approvazione definitiva a marzo 2021.
Il PTCP fu concepito negli anni del “super” ciclo edilizio ed ebbe il merito di contribuire a una pianificazione ordinata del territorio grazie all’individuazione di “poli funzionali” e aree produttive di rango metropolitano, fortemente attrattivi (si pensi ad esempio al caso della Philip Morris) e affidando al Servizio Ferroviario Metropolitano un ruolo ordinatore per lo sviluppo residenziale. Il PTM avrà come obiettivo prioritario l’ambiente inteso in senso lato: un territorio sostenibile e resiliente, attrattivo, in cui la tutela del territorio, la bellezza dei luoghi urbani e naturali, il lavoro e l’innovazione possano trovare una sintesi unitaria e propulsiva. Parole chiave: rigenerazione e stop al consumo di suolo per una “Bologna, metropoli composita e a misura d’uomo”.
La cornice nella quale dobbiamo inquadrare tutto questo – spiega il sindaco metropolitano Virginio Merola - è quella degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda ONU 2030. L’espansione è finita, dobbiamo lavorare su un’idea diversa di comunità metropolitana, assumendo la dimensione urbana come il nostro principale punto di vista, aggiornando l’idea di urbano alla Città metropolitana di cui siamo artefici. Al centro del PTM ci saranno tre parole chiave: sviluppo sostenibile, ambiente e sicurezza del territorio con l’obiettivo della cittadinanza equa per tutti coloro che vivono nella città metropolitana, aumentando le nostre capacità di protezione e di sostegno alle zone che si sentono abbandonate ed escluse, elaborando quindi il decisivo tema dell’infrastrutturazione”.
La quota del 3% riferita al consumo di suolo e la perequazione rappresentano i due pilastri fondamentali del PTM - ha sottolineato il consigliere delegato alla Pianificazione Marco Monesi nella presentazione in aula – ogni area dovrà concorrere in maniera adeguata valorizzando le proprie risorse allo sviluppo sostenibile di tutto il territorio metropolitano. Nei prossimi mesi dovremmo impegnarci per raggiungere i 10 obiettivi del Piano, sarà un lavoro complesso ma le premesse già ci sono. Il percorso è breve, perché vogliamo approvarlo definitivamente entro marzo del prossimo anno, ma articolato e coinvolgerà tutto il territorio: Comuni, Unioni e stakeholder.”


Questi in sintesi i
10 obiettivi del PTM:
1)
PUMS come impalcato per le infrastrutture e l’assetto dei servizi della mobilità, riferimento per le dorsali dell’infrastruttura informatica, sollecitazione alla rigenerazione dello spazio stradale e piena valorizzazione di Centri per la mobilità, stazioni e fermate del SFM;
2)
Carta di Bologna come riferimento generale per tutti i tipi di intervento e specifico per una riorganizzazione sostenibile dei flussi di acqua, energia, rifiuti perseguendo un diverso metabolismo urbano;
3)
Re-infrastrutturazione sostenibile, ovvero: sicurezza idrogeologica e sismica, ammodernamento e rigenerazione delle infrastrutture, infrastrutture verdi a corredo di nuove strade, riuso degli inerti provenienti da demolizioni edilizie in alternativa all’apertura di nuove cave;
4) Individuazione della “
bellezza” e valorizzazione delle “vocazioni” delle diverse parti del territorio e dei “ruoli” dei centri abitati;
5)
Rigenerazione in tutti i tipi di insediamento e in tutte le forme: con priorità alle periferie, alle grandi aree/edifici strategici dismessi e alle aree produttive esistenti;
6)
Contrasto al consumo di suolo, riduzione dell’urbanizzazione di nuovi suoli del 20% al 2020 fino all’azzeramento nel 2050, e individuazione delle parti di territorio metropolitano escluse dalle nuove urbaniz­zazioni ammesse dalla legge regionale;
7)
Nodi: insediamenti produttivi e poli funzionali come luoghi abitabili, garantendone l’accessibilità sostenibile, contrastando il fenomeno “isola di calore” e favorendo l’assorbimento delle acque da pioggia;
8)
Agricoltura come attività economica fondamentale anche per l’equilibrio ecosistemico del territorio, da trattare con orientamenti e regole pertinenti alle for­me diverse delle attività in pianura, in collina e mon­tagna, nelle frange periurbane (cunei agricoli);
9) Conservazione del
patrimonio storico e paesaggisti­co da mettere in rete attraverso la costruzione della trama della mobilità dolce e delle infrastrutture verdi e blu (reti naturali e artificiali che interessano l'acqua);
10)
Strumenti adeguati ai nuovi obiettivi e affinati per quanto riguarda praticabilità ed efficacia.