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domenica 26 luglio 2026

Pensioni di agosto 2026: ecco quando arrivano i pagamenti e cosa cambia nel cedolino INPS

 



L'INPS ha reso noto il cedolino delle pensioni di agosto 2026, che consente ai pensionati di verificare l'importo mensile e le eventuali variazioni dovute a conguagli fiscali o ad altri adempimenti previsti dalla normativa.

Le date di pagamento

Come previsto dalla normativa, le pensioni vengono pagate il primo giorno bancabile del mese. Per il mese di agosto 2026, l'accredito sarà effettuato:

·         sabato 1° agosto per i pensionati che ricevono la pensione tramite Poste Italiane;

·         lunedì 3 agosto per chi riceve l'accredito presso gli istituti bancari.

Il pagamento in contanti resta consentito esclusivamente per importi complessivi fino a 1.000 euro netti.

Conguagli del modello 730

Dal cedolino di agosto l'INPS applicherà anche i conguagli derivanti dal modello 730/2026 per i pensionati che hanno indicato l'Istituto come sostituto d'imposta.

Nel cedolino potranno quindi comparire:

·         il rimborso delle somme spettanti, se dalla dichiarazione dei redditi emerge un credito;

·         la trattenuta delle imposte dovute, se risulta un debito fiscale.

Le voci relative ai conguagli sono state inoltre rese più chiare, con descrizioni semplificate che consentono ai pensionati di comprendere più facilmente le operazioni effettuate.

Attenzione alle prestazioni collegate al reddito

L'INPS richiama anche l'attenzione dei pensionati che percepiscono prestazioni collegate al reddito, come l'integrazione al minimo, la maggiorazione sociale e la quattordicesima.

Per chi non ha ancora comunicato i redditi relativi al 2022, nel cedolino di agosto sarà applicata una trattenuta pari al 5% dell'importo lordo della pensione percepita a luglio 2026, che sarà ripetuta anche nel mese di settembre. Gli interessati avranno tempo fino al 15 settembre 2026 per regolarizzare la propria posizione mediante domanda di ricostituzione reddituale. In caso contrario, le prestazioni potranno essere revocate con il recupero delle somme eventualmente percepite senza averne diritto. Sono escluse da questa procedura le prestazioni di invalidità civile, gli assegni sociali e le pensioni sociali.

L'Istituto ricorda infine che i titolari di prestazioni collegate al reddito hanno l'obbligo di comunicare annualmente la propria situazione reddituale, qualora i dati non siano già acquisiti attraverso le dichiarazioni fiscali. La comunicazione può essere effettuata online tramite il servizio RED Precompilato oppure rivolgendosi a un CAF o a un soggetto abilitato.

 

martedì 18 ottobre 2022

Decreto Aiuti-bis: incremento pensioni per tre mesi e tredicesima


INPS informa:

Aumentano gli importi delle pensioni di ottobre, novembre e dicembre 2022, inclusa la tredicesima. Il decreto Aiuti-bis ha infatti previsto, in attesa dell’applicazione della percentuale di variazione per il calcolo della perequazione delle pensioni per il 2022 con decorrenza 1° gennaio 2023, con riferimento al trattamento pensionistico lordo complessivo in pagamento per ottobre, novembre e dicembre 2022, inclusa la tredicesima, il riconoscimento in via transitoria di un incremento di due punti percentuali.

Con la circolare INPS 13 ottobre 2022, n. 114 l’Istituto fornisce le istruzioni per il calcolo dell’incremento e le modalità di pagamento, specificando i trattamenti pensionistici interessati, quelli esclusi e la rilevanza ai fini delle prestazioni collegate al reddito.

(Segnalato da Dubbio)

martedì 2 novembre 2021

Pensioni decorrenti nel 2020 e nei primi nove mesi...

Pensioni decorrenti nel 2020 e nei primi nove mesi del 2021: i dati

 


INPS Comunica 

È stato pubblicato l’Osservatorio di monitoraggio dei flussi di pensionamento con i dati delle pensioni decorrenti nel 2020 e nei primi nove mesi del 2021.

Il monitoraggio riguarda i trattamenti liquidati, fino al 2 ottobre 2021, dalle seguenti gestioni:

·         Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti;

·         coltivatori diretti, mezzadri e coloni;

·         artigiani e commercianti;

·         Gestione Dipendenti Pubblici;

·         parasubordinati;

·         assegni sociali.

I dati subiranno delle variazioni a seguito della futura liquidazione di tutti i trattamenti con decorrenza anteriore al 30 settembre 2021, dovuta allo smaltimento delle domande ancora in giacenza.

Per il 2021 sia i requisiti di età per la vecchiaia, sia quelli di anzianità contributiva per la pensione anticipata sono rimasti immutati rispetto al 2020.

In particolare, l’età di accesso alla pensione di vecchiaia è di 67 anni, per entrambi i sessi e i settori lavorativi dipendenti privati e autonomi.

L'anzianità contributiva per quella anticipata è di 41 anni e 10 mesi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini, indipendentemente dall'età.

Si fa presente che esistono tuttavia ulteriori possibilità di uscita anticipata dal lavoro, Quota 100, l'Opzione donna (prorogata dalla legge a tutte le lavoratrici che abbiano maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2020) e i canali di uscita più favorevoli per i lavoratori precoci e per gli addetti a mansioni gravose e a lavori usuranti.

Con riferimento al Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti, si registra un numero di liquidazioni di pensioni di vecchiaia e anticipate nei primi nove mesi del 2021 in linea con il corrispondente valore del 2020, anche se la numerosità è leggermente inferiore; tale lieve differenza si suppone verrà colmata con lo smaltimento delle giacenze di pertinenza del secondo trimestre nei mesi successivi.

Situazione simile si osserva nelle principali gestioni dei lavoratori autonomi e nella Gestione Dipendenti Pubblici, con differenze più accentuate per le pensioni di vecchiaia che arrivano per il settore pubblico quasi al 20% in meno di pensioni liquidate nei primi nove mesi dell'anno rispetto all'analogo periodo dell'anno precedente.

Tali differenze non si riscontrano per gli assegni sociali.

Dall'analisi degli indicatori statistici si osserva infine che:

·         il rapporto tra le pensioni di invalidità e quelle di vecchiaia nei primi nove mesi del 2021 è in linea con quello del 2020 e pari al 21%; in particolare tutte le gestioni presentano una lieve diminuzione eccetto quella di coltivatori diretti, mezzadri e coloni e dei parasubordinati che resta uguale all'anno precedente;

·         le pensioni anticipate rispetto a quelle di vecchiaia che nel 2020 arrivavano al 45% in più per il totale delle gestioni acquistano 3 punti percentuali nei primi nove mesi del 2021, attestandosi al 48% in più rispetto a quelle di vecchiaia. Si fa presente che nell'indicatore si considerano le pensioni di vecchiaia al netto delle pensioni/assegni sociali considerati invece nella somma delle pensioni di vecchiaia di tutte le gestioni;

·         la percentuale delle pensioni femminili su quelle maschili presenta nei primi nove mesi del 2021 un valore maggiore di 8 punti percentuali rispetto a quello del 2020, attestandosi al 130% contro il 122% del 2020;

·         a livello territoriale il peso percentuale delle pensioni liquidate a residenti nel Nord Italia resta il medesimo (49% sia nel 2020 sia nei primi nove mesi del 2021).

Infine, le pensioni liquidate con Opzione Donna nel 2020 e nei primi nove mesi del 2021 hanno distribuzioni molto simili, con il 90% di pensioni con importi inferiore a 1.000 euro e con età alla decorrenza delle titolari comprese tra 58 e 61 anni in circa l'80% dei casi in entrambi i periodi.

Segnalato da Dubbio

venerdì 27 agosto 2021

Anticipati i pagamenti delle pensioni


 
Anticipate le date per il  pagamento  dei  trattamenti pensionistici,
degli assegni,delle pensioni e  delle indennita'  di accompagnamento
 erogate agli invalidi civili, corrisposte dall'Istituto nazionale 
 previdenza sociale allo scopo di consentire a Poste  italiane  la 
gestione dell'accesso agli  sportelli  in  modalita' compatibili  con 
le disposizioni anti-COVID-19. 
 Precisamente:  
 a) per il mese di settembre 2021, il pagamento e' anticipato al 
periodo 26 agosto- 1° settembre 2021;  
 b) per il mese di ottobre 2021, dal  27settembre al 1° ottobre 2021;  
 c) per il mese di novembre 2021,  dal  25 ottobre al 30 ottobre 2021. 

Resta fermo che, ad ogni altro  effetto,  il  diritto al rateo mensile delle
sopra citate  prestazioni  si perfeziona  comunque  il primo giorno del
mese di competenza dello stesso. 
 Si precisa inoltre che Poste  italiane  S.p.a.   adotta   misure   di 
 programmazione dell'accesso agli sportelli dei soggetti aventi  diritto 
 alla riscossione delle prestazioni di cui sopre nel rispetto delle misure 
di  contenimento  della  diffusione  del  virus Covid 19, anche attraverso 
la programmazione dell'accesso agli sportelli dei predetti soggetti nell'arco
dei giorni lavorativi precedenti al mese di competenza delle prestazioni
medesime. 
 
In relazione ai pagamenti di cui al comma  1,  si  applicano  le vigenti 
disposizioni in materia di riaccredito  connesse  al  decesso del 
beneficiario della prestazione o al verificarsi di altra causa di 
 estinzione del diritto alla prestazione, nonche' le disposizioni  che 
regolano il recupero dei trattamenti indebitamente erogati.
 
( Segnalato da Dubbio)

 

domenica 23 agosto 2020

Anticipo del pagamento delle pensioni per il mese di settembre 2020

INPS informa:

Anche per il mese di settembre 2020, il pagamento presso gli sportelli postali dei trattamenti pensionistici, degli assegni, delle pensioni e delle indennità di accompagnamento erogate agli invalidi civili sarà anticipato rispetto alle normali scadenze e sarà distribuito su più giorni. L’anticipo del pagamento delle pensioni è stato stabilito allo scopo di consentire a tutti i titolari delle prestazioni di recarsi presso gli uffici postali in piena sicurezza, nel rispetto delle misure di contenimento della diffusione del virus COVID-19.

Il pagamento avverrà secondo il seguente calendario, in base alla lettera iniziale del cognome dei titolari delle prestazioni:


GIORNO      DATA       DA A
Mercoledì     26 agosto    A B
Giovedì        27 agosto     C D
Venerdì        28 agosto     E K
Sabato          29 agosto     L O
Lunedì         31 agosto     P R
Martedì       1 settembre   S Z

Segnalato da Dubbio

venerdì 27 luglio 2018

L'Inps sbaglia i calcoli: un assegno su quattro è sballato, scattano i rimborsi

Un lettore segnala

Tito Boeri

L’Inps sbaglia i conti e si tiene ogni mese centinaia di euro che dovrebbe invece versare ai suoi iscritti. Se ne accorgono due trevigiani che prima protestano (inascoltati) con i funzionari locali, e poi fanno causa e dodici anni dopo ottengono, finalmente, il dovuto risarcimento. Non pochi spiccioli: ma ben 81mila euro, frutto di carte bollate, ricorsi e ingiunzioni. Ora i due ex lavoratori dovranno ricevere 50mila euro il primo e altri 31 mila euro il suo collega.
I due determinati pensionati di Treviso hanno iniziato la battaglia contro l’Inps nel 2005. Nei giorni scorsi la sentenza che dal tribunale veneto potrebbe innescare una valanga di ricorsi in tutta Italia. Il caso trevigiano non è infatti isolato. I due pensionati - a cui l’Inps versa regolarmente trattamenti pensionistici secondo il sistema retributivo - quando ancora lavoravano erano stati posti in mobilità, un ammortizzatore sociale per le aziende in crisi simile alla cassintegrazione. Solitamente un assegno inferiore ai mille euro al mese. Poi i dipendenti dell’azienda delle Tlc avevano fatto domanda di pensionamento. Ma l’Inps aveva conteggiato l’assegno pensionistico non sulla base delle retribuzioni degli ultimi anni, ma sull’assegno di mobilità dell’ultimo anno di lavoro. E ai due era stata assegnata una pensione ben più bassa: dai 400 ai 250 euro in meno al mese.
LO SCIPPO DAL 2005
I due trevigiani si erano accorti di averci rimesso un capitale. Inutile provare a convincere i funzionari locali dell’evidente svista. E così hanno fatto causa all’Istituto guidato da Boeri. La sentenzadel giudice del Lavoro di Treviso «ha dei risvolti importanti», spiega soddisfatto l’avvocato Marco Portantiolo intervistato da Il Gazzettino, «perché, a quanto ci risulta, quello dei nostri assistiti non è affatto un caso isolato».
Già a inizio gennaio, ma in Sicilia, quattro pensionati avevano constatato un ammanco simile. Stessa trafila e identica sentenza: i calcoli dell’Inps erano sbagliati e l’ente pensionistico venne condannato a risarcire agli operai metalmeccanici palermitani (sempre del settore Tlc, sempre con un periodo in mobilità alle spalle), la differenza non percepita: 37.600 euro in totale.
La certezza ormai è che non si tratti di casi isolati. L’avvocato Paolo Palma, presidente dell’Adap, (Associazione avvocati previdenzialisti), suggerisce, a chi vuole fare ricorso, di non far passare troppo tempo. «Chi vuole opporsi ha tre anni e 300 giorni di tempo, da quando ha ricevuto il provvedimento di liquidazione della pensione. Ed è possibile recarsi al patronato per le verifiche», suggerisce.
Nel giugno scorso l’Inca Cgil della Toscana aveva stimato che almeno una pensione su quattro contenesse degli errori di calcolo. Colpa dell’Inps. Ma anche di un sistema di regole, norme e conteggi impossibile da digerire per un essere umano. E tanto per aggiungere confusione al caos previdenziale anni addietro l’Inps - per risparmiare qualche milione tra carta e spese di spedizione - aveva deciso di “dematerializzare” il cedolino pensionistico (modello ObisM), che un tempo veniva inviato al domicilio.


CEDOLINO FANTASMA
 
Da allora per controllare cosa e quanto paga l’Istituto bisogna rivolgersi ad un Centro di assistenza fiscale oppure possedere Pin e password per accedere alla propria posizione. Ma su 18 milioni di pensionati solo pochi quelli pignoli e scrupolosi lo fanno. Ancora meno quelli che riescono ad orientarsi. Ovviamente si può chiedere all’Inps un controllo (“ricostruzione”), però nel caso di incongruenze a favore dell’Istituto non è escluso che venga richiesto il rimborso «in comode rate». Se si vuole dare un’occhiata alla situazione si può chiedere l’aiuto dei Caf che svolgono questo servizio ai cittadini gratuitamente (lo Stato paga un contributo per ogni pratica svolta). E magari, se il conteggio risultasse sbagliato, si potrà decidere se trascinare l’Inps in tribunale o meno.
L’Inps rappresenta il più importante “datore di reddito” italiano: oltre 18 milioni di “clienti” e un flusso di uscite per 267 miliardi. Al singolo pensionato - che ha versato contributi per una vita, fidandosi - forse farebbe più piacere ascoltare meno chiacchiere e polemiche e ricevere la giusta pensione.

di Antonio Castro

martedì 20 marzo 2018

L'Italia spende troppo in pensioni: i consigli da 'brivido' dell'Fmi

                                                        Richiesto:

In un working paper del Fondo Monetario Internazionale sono contenute alcune ipotesi per 'tagliare' la spesa pensionistica italiana: dall'abolizione delle quattordicesime all'eliminazione dei benefici per le mamme lavoratrici
Per le pensioni l'Italia spende ancora tanto, anzi troppo, nonostante le varie riforme attuate dagli ultimi governi, come la tanto criticata Legge Fornero.
Secondo una ricerca del Fondo Monetario Internazionale ( Fmi) , la spesa pensionistica italiana equivale al 16% del Pil ed è la seconda più alta in Europa dopo la Grecia.
Il “working paper” pubblicato sul sito della Fmi è stato redatto da Michael Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi ed è intitolato “Italy: toward a growth-friendly fiscal reform”. 
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Nello studio vengono messe in evidenza quali sono le aree del sistema pensionistico italiano in cui si potrebbe agire per ridurre le spese e risparmiare. 

Italiy: toward a growth-friendly fiscal reform: il documento completo

Le soluzioni

Tra le diverse ipotesi avanzate nella ricerca del Fondo Monetario Internazionale c'è la possibilità di eliminare la quattordicesima e di ridurre la tredicesima, che però dovranno essere sostituite con delle misure alternative contro la povertà. Inoltre potrebbe essere utile ricalcolare l'importo delle 'vecchie' pensioni, ottenendo una somma meno 'generosa'.

Tutta la verità sulle pensioni, cosa accadrà davvero nei prossimi anni

Un'altra proposta messa sul tavolo è quella di porre un limite di età per il coniuge vedovo e limitare ogni pagamento ad altri che non siano il coniuge vedovo o l'orfano. C'e' poi l'introduzione di un limite di età per il coniuge vedovo e limitare ogni pagamento ad altri che non siano il coniuge vedovo o l'orfano. Altre soluzioni sponsorizzate dall'Fmi riguardano la possibilità di eliminare i benefici nel calcolo della pensioni delle madri lavoratrici, spostando le agevolazioni nell’ambito della spesa sociale.


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domenica 28 maggio 2017

Vitalizi, dicono addio al privilegio ma si aumentano la reversibilità: più 20% per la moglie e i figli dell’onorevole.

Marco irritato segnala:


Primo sì al ricalcolo delle pensioni parlamentari in essere col sistema contributivo. All'ultimo però passa il cavillo da Casta: la reversibilità è aumenta di un quinto se i beneficiari non hanno altri redditi. Inps: "Privilegio che non ha pari". La firmataria Gasparini (PD): "Ingiusto che i congiunti dei parlamentari finiscano a fare la sguattera o il giardiniere".


Dall’Inps assicurano che in Italia non c’è categoria che goda di una norma tanto favorevole da aumentare di colpo la pensione di reversibilità del 20%. Non i 21 milioni di dipendenti pubblici e privati  cui ogni anno eroga le pensioni, che al massimo possono contare sulle rivalutazioni Istat dello zero virgola o di vedersi alzare l’importo, se inferiore, ai 501 euro di pensione sociale. Il problema comune a tutti gli italiani non riguarderà invece mogli e figli di 2.470 ex onorevoli e 1.650 ex consigli regionali che al momento di incassare la reversibilità potranno contare su un assegno aumentato automaticamente di un quinto. A prescindere dall’importo. Ed ecco rispuntare il privilegio, per di più nella legge nata per abolire il più avversato di tutti: il ricco vitalizio che a ancora oggi consente agli ex parlamentari di incassare anche 5-6mila euro al mese a fronte di qualche legislatura in Parlamento.

Parliamo della loro rottamazione, visto che eri il Parlamento ha assestato al vitalizio il primo colpo mortale della storia.  La Commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato il testo base, a firma di Matteo Richetti, che dispone il ricalcolo dei trattamenti in essere col sistema contributivo. Si tratta di una rivoluzione copernicana che il 31 maggio dovrà ricevere il voto d’aula, passare al Senato e (salvo resistenze e rimpalli) diventare legge entro la fine della XVII legislatura. Che sia un tonico per la reputazione delle istituzioni, una cura dimagrante per i privilegiati e un risparmio straordinario (760 milioni in 10 anni, dice Boeri) per le casse pubbliche non c’è dubbio. Però però.
La pillola, contro la quale già si annunciano ricorsi (per i famosi “diritti acquisiti”), è un po’ meno amara del previsto: all’ultimo passa un emendamento che accorda un beneficio ben poco perequativo nella corsa a omologare il trattamento degli ex onorevoli e consiglieri a quello dei lavoratori dipendenti. Riguarda la “Rideterminazione degli assegni vitalizi” (art.13), lo firma la deputata Pd Daniela Gasparini e recita così: “In assenza di altri redditi di cui all’articolo 6, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, per i soli trattamenti in essere alla data di entrata in vigore della presente legge, la misura della pensione di cui all’articolo 11 è aumentata del 20 per cento”.
In soldoni significa che in caso il congiunto beneficiario della reversibilità non abbia “redditi da lavoro dipendente/autonomo e d’impresa, rendite fondiarie e redditi da capitale” percepirà il 60% dell’importo come gli altri italiani, ma aumentato di un quinto. Automaticamente, senza soglia massima ne criteri patrimoniali. E pace se in quelle stesse famiglie, a differenza di altre, per anni si è materializzato uno stipendio parlamentare da 10mila euro al mese.
L’autrice dell’emendamento, manco a dirlo, difende l’eccezione come una misura di “equità”. “Ho pensato che era sacrosanto –  dice la Gasparini al fattoquotidiano.it – mettere fine a trattamenti insostenibili attraverso il ricalcolo contributivo dell’importo pensionistico ma anche che non fosse giusto che i congiunti di un parlamentare, che magari non hanno altro reddito, finissero a fare la sguattera o il giardiniere. Ecco perché ho pensato a un riconteggio aumentato del 20%. E’ una misura pensata su situazioni personali a volte gravose: c’è la vedova, l’anziano, il figlio disabile etc”.
Scusi tanto, ma purtroppo queste cose capitano a tutti gli altri italiani. “Guardi che nessuno in Italia oggi ha un regime pensionistico totalmente contributivo, ma al massimo misto, e non c’è altra categoria sulla quale è in corso una rimodulazione così forte degli assegni previdenziali. Prima del 2012 per cinque anni di legislatura gli onorevoli prendevano 2.200 euro di vitalizio, ora diventeranno 700/800 al momento della maturazione. Non si conoscono ancora gli effetti del ricalcolo di quelle già in corso, ma si stima un taglio del 50% cui, in caso di reversibilità, se ne aggiunge un altro del 40%. Insomma, rimane ben poco per le famiglie dei parlamentari che hanno dedicato magari anni a lavorare per questo Paese. Un Paese che ha tollerato troppo a lungo le baby pensioni e i privilegi. E l’ingiustizia non è una prerogativa dei parlamentari, ci sono altre categorie che hanno trattamenti di favore, a partire dai giornalisti. Le dirò di più: questa misura è un atto coraggioso che anticipa quello che auspico un domani per tutti”. Giusto, ma perché cominciare proprio dai parlamentari?

Da Il FattoQuotidiano.it

domenica 8 maggio 2016

Pensioni, preoccuparsi di illusioni mentre il problema reale passa quasi inosservato.


Da La Voce di Venezia. Segnalato.


Potete immaginarvi milioni di operai e di impiegati sessantenni e forse settantenni che lavorano ancora in attesa della pensione? Pensate all'operaio di una catena di montaggio che deve stare attento a che la dentiera non cada negli ingranaggi dei macchinari sopra i quali lavora. Oppure immaginate l'impiegato di età avanzata che fa lo straordinario di sera in ufficio e che deve andare spesso in bagno?
Pensioni, preoccuparsi di illusioni mentre il problema reale passa quasi inosservato
E’ verosimile ritenere che, nel lungo periodo, la mia pensione dipenda realmente e principalmente dagli anni di contribuzione e dall’ammontare dei contributi versati?
Molti oggi si preoccupano a causa della relazione tra contributi versati e pensione futura e tentano di fare calcoli, simulazioni e «congetture» sull’ammontare del trattamento previdenziale che riceveranno, consultando spesso i più svariati siti internet in materia. Altri guardano con crescente timore all’inevitabile aumento dell’età pensionabile che potrebbe salire anche sopra la soglia dei settant’anni. I giuristi «si perdono» con i loro sterili discorsi sui diritti acquisiti e sull’intangibilità degli stessi. Quante sono le illusioni che la mente umana riesce a generare, mentre il problema reale passa quasi inosservato!
Tutti ragionano con schemi passati che presto svaniranno. Nessuno, infatti, considera la variabile più importante nel calcolo della pensione futura. Essa non è di certo costituita dall’ammontare dei contributi versati né dall’età né dai diritti acquisiti, ma dalla necessità di garantire la «pace sociale». La Storia insegna che il diritto acquisito (anche se «di origine divina») è «aria fritta» davanti alla potenza ignea delle masse affamate che, come il magma, possono travolgere e riplasmare ogni cosa. Le teste sacre dei Re di Francia sono cadute. Lo santa persona dello Zar è finita nella polvere. Figuriamoci la fine che può fare un diritto acquisito di tipo previdenziale di un semplice cittadino calcolato sulla base di una serie di versamenti!
Basta ragionare con gli schemi passati! Pensiamo al domani!
Vent’anni da oggi. Mondo del futuro. Potete immaginarvi milioni di operai e di impiegati sessantenni e forse settantenni che lavorano ancora in attesa della pensione? Pensate all’operaio di una catena di montaggio che deve stare attento a che la dentiera non cada negli ingranaggi dei macchinari sopra i quali lavora. Oppure immaginate l’impiegato di età avanzata che fa lo straordinario di sera in ufficio e che deve andare spesso in bagno per problemi alla prostata. Inoltre, ricordate le discriminazioni sulla base dell’età. Provate oggi a cercare un’occupazione a quarant’anni e vedrete quanto efficiente e inclusivo è il mercato del lavoro! Immaginatevi a sessanta o settant’anni! Pensate alla facilità con cui è possibile licenziare dopo le recenti riforme. Che impresa vorrà avere personale di cinquanta e sessanta anni quando esiste già oggi una marea di giovani da cui attingere la forza-lavoro? E i precari e le Partite IVA? Fino a che età lavoreranno e che pensioni avranno? Soprattutto ci si deve porre due domande: chi sosterrà i consumi quando «si esauriranno» i pensionati e i lavoratori «vecchio stampo» (con salari alti, lavori stabili e relative pensioni elevate)? Che effetti dirompenti avrà il crollo dei consumi sull’occupazione?
Tutto il nostro sistema pensionistico ormai è nulla di più di un sofismo basato su schemi di altri tempi e destinato a infrangersi contro il cambio di tipo di economia come acqua sugli scogli.
In un sistema chiaramente insostenibile nel lungo periodo (povertà crescente, disoccupazione e sottoccupazione strutturali con situazioni sociali incontenibili), lo Stato dovrà (a pena di una rivoluzione o comunque di una situazione socio-economica intollerabile) garantire dei redditi di sussistenza alla gran parte degli anziani del futuro, siccome le vecchie logiche (prima retributive e oggi contributive) non saranno in grado di fornire pensioni dignitose a un numero sufficiente di cittadini. Ne conseguirà una tendenza al livellamento dei trattamenti pensionistici. Pertanto, chi avrà versato 40 anni di contributi si troverà a percepire una pensione non molto più alta da chi ne avrà versato 20 a parità delle altre condizioni (con le probabili eccezioni della classe politica e della casta ad essa collegata degli alti funzionari dello Stato che si riserveranno comunque dei trattamenti previdenziali di tipo superiore).
In parole semplici ed elementari e con un esempio: «togliere» 100 Euro al mese dalla pensione di 1100 Euro (con una serie di indecifrabili Leggi con articoli di 100 commi ciascuno in materia fiscale/previdenziale) per finanziare un sistema di reddito universale servirà a ridurre i casi di precari/sottoccupati/pensionati «affamati» che potrebbero «sbandarsi» e diventare socialmente pericolosi. Ovviamente i 100 Euro dell’esempio verranno «tolti» pian piano, anno dopo anno, attraverso le «pieghe normative» di un sistema tributario/previdenziale oscuro ai più. In questo consisterà la tendenza al livellamento generale dei trattamenti previdenziali futuri (attuato sotto forma di pensioni o di interventi di sostegno al reddito comunque denominati), non in raffinati modelli matematico-previdenziali!
Ci sono dei rimedi per evitare il tracollo economico e questo livellamento (sicuramente ingiusto per chi ha versato molti più contributi)?
Sì, eccone alcuni:
1) acqua, gas, elettricità e servizi pubblici essenziali erogati a prezzi di poco superiori al relativo costo come ai tempi delle municipalizzate comunali;
2) case popolari dignitose e soprattutto economiche (non solo in termini di canone di locazione, ma anche con riferimento alle bollette e ai costi condominiali);
3) tutela della produzione nazionale;
4) drastica riduzione del sistema delle cooperative, del lavoro interinale e di altre forme di esternalizzazione dei costi aziendali che vanno a scapito della retribuzione del fattore lavoro;
5) lotta alla speculazione finanziaria;
6) lotta all’evasione fiscale dei grandi contribuenti (che non serve di certo a sostenere i consumi, ma a spostare immensi capitali in paradisi fiscali).
Queste cinque politiche da sole potrebbero alleviare le sofferenze di intere sezioni della popolazione italiana e rilanciare l’economia. Altrimenti, nel lungo periodo sarà inevitabile che «chi non ha vada a prendere da chi ha». Questo «spossessamento» potrà attuarsi in tre forme: direttamente per strada -furto/rapina ovverosia stato di natura-, rivoluzioni sociali -radicale cambiamento dell’establishment-, o attraverso la mediazione dello Stato -estensione di una forma di reddito universale in situazioni insostenibili (e le situazioni insostenibili non saranno più l’eccezione, ma rischieranno di diventare la regola in un mondo in cui il lavoro è strutturalmente scarso e poco retribuito-).
In questo contesto, non saranno di certo le sentenze sui diritti acquisiti della Corte Costituzionale o i modelli pensionistici sviluppati attraverso i software dell’INPS a fermare tale movimento epocale. Giurisprudenza costituzionale e modelli INPS sono «aria fritta» rispetto alla necessità di garantire la «pace sociale». Statene certi! Sarà Il costo della «pace sociale» a incidere sul sistema previdenziale più di ogni altro fattore!
Ma, a ben vedere, è sempre stato così! Per quale motivo sono stati assunti milioni di dipendenti pubblici, riconosciuti salari alti, lavori stabili e pensioni elevate per decenni (creando un «abisso» nelle casse dello Stato) se non per garantire la «pace sociale» (e all’epoca anche il benessere sociale) in tempi in cui i ceti dominanti temevano una rivoluzione di tipo socialista (quanto meno dagli Anni Quaranta in poi)?
Il costo della «pace sociale» è la «tangente» che i ceti dominanti (attraverso lo Stato che controllano) sono pronti a riconoscere al popolo per poter rimanere nella propria posizione apicale. Un tempo tale costo era elevato siccome il popolo era politicamente organizzato, vivo, pulsante e abituato a un tenore di vita crescente. Oggi l’economia è satura; lo Stato indebitato; il popolo morente, stanco, depresso. Di conseguenza, il costo della «pace sociale» sarà in futuro pari al costo di mera sussistenza della gran parte della popolazione. E questo aspetto non potrà non coinvolgere anche il sistema previdenziale che sarà improntato a livelli di mera sussistenza universale (non più di benessere generale) al fine di garantire la «pace sociale».
Avv. Gianluca Teat

sabato 4 luglio 2015

Pensioni, ecco le cinque strade per le uscite flessibili. Assegno a 62 anni alleggerito per sempre.




Un lettore ha inviato.

La soluzione è rivolta ai lavoratori di tutti i comparti (pubblico, privato, autonomo), uomini e donne, e individua i 66 anni di età e i 35 di contribuzione quale punto di riferimento. Rispettando il minimo contributivo, però, è possibile variare l'età del pensionamento a patto che l'importo dell'assegno sia pari almeno a 1,5 volte l'importo di quello sociale.
In base alla normativa attuale, per accedere alla pensione di vecchiaia sono necessari almeno 20 anni di contributi e un'età che per gli uomini è di 66 anni e 3 mesi, mentre per le donne oscilla tra i 66 anni e 3 mesi delle dipendenti del pubblico impiego e i 63 anni e nove mesi per chi lavora nel privato.

In base al progetto di legge 857, se ci si ritira dal lavoro prima dei 66 anni, l'importo del trattamento subisce un taglio di due punti percentuali per ogni anno di anticipo, arrivando a un massimo dell'8 per cento. Il taglio si riduce se si possono vantare oltre 35 anni di contributi. Per esempio chi ne ha 38 e va in pensione a 62 anni subisce una decurtazione del 6,9%, mentre con 40 la limatura scende al 3 per cento.

Viceversa, se si resta al lavoro oltre l'età di riferimento, si matura un assegno più consistente del 2% per ogni anno di età, fino a un +8% a 70 anni. In questo caso avere più di 35 anni di contributi non incide sul “premio”. Va rilevato, peraltro, che la normativa attuale non consente ai dipendenti pubblici di rimanere al lavoro raggiunti i requisiti.

In alternativa, sempre secondo il progetto di legge 857, chi ha almeno 41 anni di contributi può andare in pensione a prescindere dall'età anagrafica. Attualmente la pensione anticipata indipendentemente dall'età richiede 42 anni e 6 mesi di contributi per gli uomini e un anno in meno per le donne. Inoltre, fino al 2014, chi vi accedeva prima dei 62 anni subiva una penalizzazione economica sulla quota di trattamento relativa all'anzianità contributiva ante 2012 pari all'1% per ognuno dei primi due anni di anticipo e del 2% per ogni ulteriore anno.

Questa ipotesi di flessibilità in uscita raccoglie consensi trasversali in commissione Lavoro alla Camera. Presentata da esponenti del Pd, viene valutata positivamente da Forza Italia e anche la Lega potrebbe sostenerla. Tuttavia non è detto che sia la soluzione a cui sta pensando il governo, almeno per quanto riguarda la portata della penalizzazione per chi anticipa. Durante la sua audizione presso la commissione, il 3 giugno, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti non ha dato riscontro al deputato Walter Rizzetto che ha chiesto se i 66 anni di età e il taglio dell'8% sono ritenuti sostenibili o se si stanno ipotizzando penalizzazioni più consistenti. Inoltre c'è il nodo costi, che nel progetto di legge non è toccato ma che, come ha affermato Cesare Damiano nei giorni scorsi «sono impegnativi».

Sconto di cinque anni

Secondo le regole attuali, un lavoratore può accedere alla pensione di vecchiaia con 66 anni di età e almeno 20 di contributi. Una persona nata nel 1953 quest'anno non ha quindi il requisito anagrafico, essendo sessantaduenne e per maturare il minimo dovrebbe attendere fino al 2020. Però, se può vantare 35 anni di contributi potrebbe beneficiare della nuova modalità di anticipo, a fronte di un taglio dell'importo dell'assegno pari all'8 per cento.
Ipotizzando un trattamento mensile“pieno” di 1.500 euro lordi, la decurtazione sarebbe di 120 euro. Tenuto conto, inoltre, che è probabile che abbia iniziato a lavorare prima dei 27 anni, gli anni di contribuzione potrebbero essere 37 o 40, limitando ulteriormente la penalizzazione economica. In alternativa può attendere un paio di anni e contare così su 64 anni di età e almeno 37 di contributi, che determinano un taglio del 3,3 per cento.

Il numero chiave: 66 anni

L’età di riferimento sotto la quale scattano le penalizzazioni (di Matteo Prioschi e Fabio Venanzi - Il Sole 24 Ore)