mercoledì 30 novembre 2022

La lunga storia della Rupe di Sasso Marconi

 Il recente distacco di alcuni detriti dalla parete rocciosa della Rupe, che cade a picco sulla sottostante statale Porrettana, ha riportato l'attenzione sul grande masso, e sulla sua potenziale capacità di creare disastri e di bloccare la viabilità della vallata del Reno sia su gomma sia su ferro. 

Linea di confine e baluardo di difesa nei tempi antichi , la Rupe  si è poi rivelata in tempi più recenti un ostacolo preoccupante per la viabilità quando la facilità del trasporto è un elemento importantissimo nell'economia odierna.

La dimostrazioni emblematica della sua pericolosità l'ha data alla fine dell'800 quando un crollo prese la vita di ben 14 persone. Allora l'azzardo dell'uomo ebbe un ruolo importante nel creare le premesse al disastro, se non determinante. E ciò non può far indirizzare il pensiero a quello che sta accadendo a Ischia. Anche là la costruzione disinvolta di abitazioni ha creato i presupposti della tragedia a cui stiamo assistendo, così come nell’ottocento la realizzazioni di abitazioni ricavate nella cavità della Rupe determinò un crollo dalle conseguenze tragiche. Evidentemente la storia non ci insegna nulla.  

Oggi per la Rupe si auspicano percorsi alternativi per avviare a un pericolo reale, ma gli interventi sperati si presentano  non imminenti e il pericolo intanto rimane.    

 


Dubbio ha inviato una breve storia della Rupe:

 

Il 24 giugno 1892 una tragica frana coinvolse la Rupe di Sasso, sulla strada Porrettana. L’episodio fu vissuto con grande partecipazione emotiva dalla popolazione bolognese e venne dipinto dalla stampa cittadina con le fosche tinte della “tragedia annunciata”, frutto di croniche «imprevidenze ed egoismi», ma rappresentò soprattutto l’epilogo drammatico di una vicenda che intrecciava problemi insoluti di viabilità, speculazioni e povertà sociale, lunga almeno un secolo. La ricca documentazione archivistica mette in luce sia l’esistenza di una «tenace e radicata tradizione viaria in quel punto» già a partire dal Duecento, sebbene in presenza di frequenti crolli e frane, sia un risvolto sociale assai interessante.

Nel 1283, per volontà di frate Giovanni da Panico, era stata costruita una chiesa all’interno della roccia del Sasso. Gli scavi serviti per far luogo all’edificio, dettero origine alle prime sistematiche cave di pietra, che divennero la principale fonte di sussistenza delle famiglie povere della zona. La stessa area interessata dall’attività estrattiva ospitò anche, ed in numero crescente, fatiscenti baracche, aggrappate alla roccia e del tutto abusive, dove trovavano un modestissimo rifugio le sempre più numerose persone richiamate dal potenziale guadagno proveniente da quell’unico possibile lavoro, in un contesto sociale e produttivo che non offriva alternative. Una realtà quella delle cave che, sebbene più volte dichiarata ad elevato rischio per i lavoratori, restò aperta, modificando la stabilità complessiva dell’intera rupe.

Un’ulteriore conferma si ebbe quando nel 1789 venne chiusa la chiesa. La vasta grotta che la ospitava, dismesso il culto, attrasse nuove baracche e, indirettamente, l’immediata apertura di nuovi filoni estrattivi. La mancata volontà di intervenire da parte delle amministrazioni locali è ben testimoniata dalla continuità dell’attività estrattiva anche nei frequenti e sovente lunghi periodi che videro la sistemazione della sede stradale. Già nel 1829, l’ingegnere Pietro Pancaldi, più volte incaricato di studiare il miglioramento complessivo della viabilità in quel punto della strada Porrettana, scrisse una nota di protesta per la mancata chiusura degli scavi durante il taglio di una parte di roccia che impediva un andamento più rettilineo della sede stradale. L’amministrazione locale, chiamata ripetutamente a svolgere mansioni di controllo, minimizzava i pericoli esistenti, al contrario, esaltando la necessità di lasciare attive le cave che davano da vivere a «cinquanta persone per tutto l’anno e ai birocciai che conducevano le “pregiate pietre” alla città e alla campagna».

La parte di masso roccioso rimasto pendente sopra la strada fin dal 1789, indebolito ulteriormente dalle continue sollecitazioni provocate dall’attività estrattiva, si staccò dalla rupe alle 3 antimeridiane del 24 giugno 1892, travolgendo tre modeste case, interrompendo la viabilità fino a minacciare la sottostante linea ferroviaria e, soprattutto uccidendo 14 persone e ferendone gravemente una ventina.

Il rilievo dato dai giornali all’accaduto e i lunghi lavori occorsi per ripristinare la viabilità attirarono sul posto moltissimi curiosi: l’interesse per la tragedia trova conferma anche nell’innumerevole serie di istantanee che furono fatte circolare in quelle stesse settimane. I lavori di riparazione vennero effettuati dalla amministrazione provinciale e da quella ferroviaria. Venne costruito un muro alto 20 metri a sostegno della porzione di rupe soprastante la ferrovia, mentre quella che ancora sovrastava la strada venne demolita con mazze e scalpelli, evitando l’uso di mine per il timore di ulteriori possibili crolli.

Testo tratto da Cent'anni fa Bologna: angoli e ricordi della città nella raccolta fotografica Belluzzi, Bologna, Costa, 2000.

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