giovedì 23 settembre 2010

I racconti di PIETRO CENERI

LA PACE

Non c’è cosa più triste del dover lavorare quando non si ha voglia e ciò è ancora peggiore quando nessuno ce lo impone. La coscienza diventa una istitutrice maligna che, come un caporale, ricorda il dovere, gli impegni presi e le ragioni che il prossimo ha per pretendere da noi un determinato comportamento. E quel lunedì non aveva proprio voglia di lavorare, non aveva ascoltato la voce della coscienza ed era uscito. D’altronde, era un lunedì particolare: era il primo giorno feriale da quindici anni, da quando aveva lasciato il luogo dove era nato e cresciuto, che trascorreva con la madre. Aveva sì da sbrigare della corrispondenza, impostare l’attività della settimana e fissare alcuni appuntamenti, ma quel sole che traspariva dalle tende rosse e bianche un colore rosa gentile alle pareti e alla libreria era stato un richiamo troppo forte, un invito decisamente insolito per poter rifiutare . Era uscito e si era avviato lungo il viale che univa il cortile alla strada maestra, camminava lentamente, attento solo a godere il tiepido sole d’aprile e la brezza ancora frizzante che rendeva ancora caro il pullover. Riscoprì gli alberi che gli erano stati cari da bambino: l’ippocastano con la sua larga ferita a vite, ora più profonda, che lo apriva lungo tutto il tronco, la fila di pini e di lauri e, sulla destra, ritti e immobili come soldati, gli scheletri dei noci ancora spogli. Con quegli alberi la memoria lo riportò indietro nel tempo, a ricordi soffocati da troppi interessi, dalla programmazione che tutte le sue giornate avevano avuto, dai luoghi nuovi e dalle nuove persone. Rigustò il sapore genuino e stupido del suo primo amore, delle corse in bicicletta sulla strada ghiaiata: là era caduto e si era sbucciato le ginocchia, ma allora gli era sembrato che il vero danno fosse stata la rottura della leva del freno posteriore; più in là c’era l’albero che era stato il bersaglio preferito suo e dei suoi compagni nelle gare al tiro con gli archi costruiti con le aste di metallo degli ombrelli e, oltre la strada maestra, il castagneto testimone dei suoi primi baci, del primo piacere a sentirsi totalmente, incomprensibilmente, fiabescamente di un’altra persona. Poi fu distratto dal suono del picchiare di una scure. Si portò sul ciglio della strada e vide, al vertice del campo a V da cui partivano due capezzagne che delimitavano il campo, Giuseppe intento a pulire i tronchi abbattuti in autunno. Il ritmo della scure era lento, costante, a intervalli ritmati. Stette a lungo ad ascoltarlo come se temesse che da un momento all’altro dovesse finire e lo gustava in silenzio, senza interferire con altri rumori. Guardava la sagoma di quell’uomo, piccola per la lontananza e scura come una formica, che si piegava e ascoltava il tonfo della accetta nel legno, sfasato, per la lontananza, rispetto al movimento. Giuseppe aveva l’età di suo padre, erano stati in confidenza grazie ai figli di lui. Da quindici anni però, anche se Giuseppe era il vicino della mamma, i loro rapporti si erano limitati ad un semplice ‘buongiorno’ pronunciato nei fugaci incontri domenicali. L’uomo non accennava a fermarsi . Lento e instancabile come lo scoppiettare di un motore al minimo, continuava la sua opera. Si sentì in colpa per la fatica di un uomo la cui età meritava il riposo e d’impulso scese in diagonale il pendio che portava al campo e sicuro puntò verso Giuseppe. Questi non s’avvide del suo arrivo finchè non gli fu prossimo:

“Buongiorno Giuseppe !”

“Buongiorno”, rispose compiaciuto, anche per una parentesi di riposo che avrebbe potuto concedersi.

“Come va ?”

“ Da poveri vecchi. E lei come sta?”

“ Macchè ‘lei’, Giuseppe sono sempre quello che veniva a mangiare la marmellata di mele cotogne dalla Maria…. Sto sempre bene quando sono qua. E la Maria? Pietro e Gianni?”

“Tutti bene” rassicurò.

I convenevoli erano finiti, ma aveva ancora voglia di parlare e anche Giuseppe aveva intenzione di continuare la conversazione. Capitava di rado di avere visite e quando arrivavano non si lasciava scappare l’occasione di fare due chiacchiere. Il vecchio, appoggiata la scure, si sedette sul tronco ed estrasse dalla tasca dei larghi pantaloni di panno la scatoletta del trinciato. Apertala, aprì una cartina e vi sparse un po’ di tabacco per una sigaretta.

“Pietro e Gianni lavorano sempre a Bologna?”

“Eh, sì … Da laggiù non si spostano più … hanno le loro mogli, i loro sindacati, la loro voglia di fare soldi. Qua non vengono quasi più”.

C’era un po’ di amarezza in quel ‘loro’ . Quasi l’indicazione che i due figli erano ormai corpi staccati, anche se non separati. Giuseppe avrebbe senz’altro avuto piacere che la sua fosse stata una famiglia unita come quelle di una volta. Che i figli fossero rimasti nel ‘ramo’ e il padre avesse potuto essere per loro un punto di riferimento. Ma ‘il progresso’ aveva previsto e disposto altrimenti. C’era comunque anche il piacere di avere i figli sistemati e di aver terminato il compito di padre nel migliore dei modi.

“Tempi nuovi, modi nuovi, Giuseppe”, con tono di chi vuol essere saggio.

“Eh già !.... Ho sempre lasciato fare come hanno voluto. Quando hanno voluto studiare li ho sostenuti. Pietro è perito industriale e Gianni operaio specializzato,” precisò come a voler ribadire ‘non sono un vecchio ottuso e non è che non abbia capito i tempi nuovi’. “Ma nonostante questo non hanno che da lamentarsi: i figli costano troppo, gli affitti sono cari, la benzina cresce. Ma quando cambiano casa la vogliono più bella, la macchina più potente. E sì che guadagnano bene e anche le mogli….” Si interruppe, “Già le mogli…. Comandano loro, sai? Beh, a me questo non va troppo” e si interruppe di nuovo.

“Sai com’è: le donne oggi lavorano in fabbrica e in ufficio, non hanno impegni limitati alla casa e quindi….”.

Una pausa, poi:

“Beh, io sono molto contento quando, dopo aver lavorato tutto il giorno, arrivo a casa e trovo la Maria ad aspettarmi. Non brontola e non dà degli ordini ‘fa qui, fa là’. E non è che la Maria non lavori perché fra la casa, il pollaio e quel giardino che si è messo in testa di ampliare ogni anno, ne ha da fare”.

Non sapeva come ribattere . Giuseppe lo tolse dall’imbarazzo con un :

“Contenti loro … e tu sei sposato ?”

“No !”

“Hai fatto bene ad aspettare, così sceglierai con più criterio …. Ma non aspettare troppo.”

La domanda di Giuseppe lo costrinse a valutare la sua situazione: non si era sposato. Dopo la perdita del padre sulle sue spalle erano cadute le responsabilità di una famiglia già formata: la sorella di otto anni e la madre, cresciuta ed educata solo al fine di essere fedele, serva e sottomessa ad un uomo, altro non sapeva fare. Aveva interrotto gli studi e cercato un impiego che però non lo aveva soddisfatto. Aveva iniziato, contemporaneamente a ciò, ad andare al mercato al sabato e, poco a poco, aveva imparato a fare il mestiere del padre, il mercante. Aveva trattato vari generi: bestiame, foraggio, antiquariato, poi era diventato socio di un agente immobiliare. Infine, reperiti i capitali necessari, si era dato all’acquisto e alla vendita in proprio di immobili. Preso dal vortice degli affari non aveva mai pensato seriamente al matrimonio. Poi c’era la sorella cui doveva dare una posizione sociale tale da poter contrarre un matrimonio vantaggioso e la madre che doveva poter continuare ad avere un tenore di vita decoroso. Tutta la sua esistenza era impegnata a mercanteggiare, anche la madre e la sorella facevano parte del programma.

Si accorse che il vecchio stava parlando quando ripetè:

“La tua posizione è invidiabile, non è vero? … invidiabile!”

“Nel mio mestiere i soldi si hanno e si moltiplicano” rispose onestamente poiché con Giuseppe non avrebbe mai mentito, “ma per se’ non ce ne sono mai. Si ha tutto immagazzinato perché se capita l’affare si deve essere pronti, se si aspetta c’è sempre chi lo frega”.

Era vero. Per se’ i soldi non li aveva mai spesi, se non per lo stretto necessario. Il suo era un campo che non aveva un punto d’arrivo, si saliva a seconda della disponibilità.

“Anche tu ti lamenti . Ma allora chi mai sarà contento. Si lamentano tutti, sia quelli che li hanno, sia quelli che non li hanno i soldi”.

“Già, è stupido,” convenne.

Era proprio stupido; non ci aveva mai pensato, ma tutto era veramente stupido. Tutti impegnati a salire i gradini di una scala che aveva come punto d’arrivo, il lamento.

“Già, è proprio stupido” ripetè, “stupido: il lamentarsi fa parte della nostra dieta quotidiana. Se non ci si lamentasse, se non si fosse così stupidamente critici contro tutto e tutti non si saprebbe più di che parlare. Le riunioni d’affari, il ritrovarsi sarebbero una tale monotonia …. E tu, Giuseppe, non ti lamenti ?” gli venne naturale chiedere.

“ No ! Non mi lamento “ rispose. “La mia è una esistenza semplice, senza colpi di scena, l’unico rimpianto che ho è la giovinezza, ma il fatto che essa sia trascorsa non ha colpevoli, è nella normalità delle cose. Che è andato tutto bene e che va tutto bene me ne accorgo a Natale quando il prete dice ‘pace in terra agli uomini di buona volontà’Queste parole ogni volta le ripeto, le misuro e i dubbi mi passano; la ‘verità’ mi appare nella sua semplicità: per essere in pace in terra basta la buona volontà”.

Non c’era nelle parole del vecchio la presunzione di voler insegnare o l’orgoglio di aver capito quello che gli altri non capivano, ma solo il frutto della sua età, l’età più scomoda, quella dei resoconti con se stessi.

Che rispondere ? A che sarebbe servito dire a Giuseppe che il suo credo era all’opposto ? La gara in cui era impegnato era contro gli altri , non contro se’ stesso . Non rinnegava i principi cristiani cui era stato educato, ma che fatica essere cristiani, a che castrazione si sarebbe costretti. La sua eventuale scelta cristiana sarebbe pesata anche sulla madre e sulla sorella.

A salvarlo dalla replica attesa da Giuseppe furono i rintocchi della campana che annunciava il mezzogiorno.

“Devo andare Giuseppe” si affrettò a segnalare. “Ti verrò a trovare.”

“Vado anch’io. Farai molto piacere a venire”.

Si girò per risalire il campo. I tocchi portarono il suo sguardo al campanile. Ebbe l’impressione che vibrasse come un diapason colpito, ma s’avvide che si muovevano solo le nuvole bianche. Poi gli occhi si portarono alla chiesa. La rivide nei ricordi ancor prima di guardarla: la facciata gialla, l’orologio fermo da più di vent’anni e le vetrate colorate.

Infine pensò a Giuseppe, alla sua semplice verità, come semplice era quella chiesa. Grandi potevano essere solo i cuori che l’abitavano, belle solo le voci che la difendevano e ancora non sapeva distinguere se tutto quello era stupido o divino, rifugio degli incapaci o verità assoluta, masochismo o esaltazione della sensibilità dell’uomo. Di una cosa era certo: la sua vecchiaia non sarebbe stata serena come quella di Giuseppe.

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